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OPERE 



EDITE ED I NED ITE 



DEL 



CO: CARLO GOZZI 



TOMO QUARTO 




IN VENEZIA 

DALLA STAMPBRI4 91 GIACOMO ZJNAKDI. 
MDCCCH. 



ZEIM, 

RÉ DEI G E N J 

LA SERVA FEDELE 

I" ì A B A , S E XI -f A C E T A 

IH CINCU* ATTI. 



4 2 



P RE FAZIONE. 



Me 



Lolti degli argomenti fiabeschi furono dai Poeti 
francesi adoperati ne' loro Teatri, ma solo nelle lor 
opere comiche ih musica , e posti in un aspetto quasi 
sempre interamente ridicolo 5 e con un picciolo in- 
treccio di brevissime composizioni* non hanno inu 
maginato, o crederono nel Teatro impossibile dipo- 
ter prendere gli animi della, lor Nazione , - trattando 
con viste serie * tragiche, e morali, cotesteFole, e 
di non poter colorire abbastanza di apparente verità 
argomenti tanto ridicoli, e" falsi* 

In Italia certamente ciò si "può fare* e s'io ebbi 
P ardire d'immaginarlo dietro alla scorta di quéi 
grand* uomini, .il Bojafdo, P A riosto, il Tasso, e 
tanti altri, non avrei ardire di sostenerlo colle pa- 
róle senza la ptova convincente della dimostrazione 
in effetto * 

Doveva essere PAtigel beltetde P ultima delle mie 
Fiabe é 

L'efficace circuizione, e la necessità della Truppa 
Sacchi benemerita , a cui un tal genere s* era reso 
necessario, non m'avrebbe scosso dalla mia ferma 
risoluzione. 

A ì 



Già il meritevole Sig^ Gclicmi abbandopjtbdo I4 
sua decadenza in Italia, avvenuta da quel giro na- 
turale, che rese sempre effimere , riguardo al Teatro, 
T opere scritte dagli Autori , e non per le facete 
controversie, le quatll nujl^ scemai giammai del vero 
gerito in chi lo possie4e, se n'era andato a Parigi 
* cercar nuov* fortuna, è già le dotte opere dei 
Sig. Ab*t$ Chiari facevano de* Teatri diserti. 

Alcuni insistenti partigiani di que' due Poeti, spar- 
gendo per la Città, ch'io aveva vuotato il sacco, 
riscaldarono la mia frale ut&ankà, e fecero il bene- 
£zio della decima Fiaba alla Trqppa Comica Sacchi , 

Fu questa : Zeim Re de x Gen] , che comparve nei Tea- 
tro a S^t^Angelo ai 27 di Novembre l'anno 17 6$ y 
e della, quale si fecero tra l'Autunno, e il Carno- 
vale susseguente, ; undici fertilissime recitg , e la quale 
non ha ancora terminato il suo corso • 

La mia ostinaEione di non voler più comporr* rap. 
presentazioni teatrali , dopo il buon esito dei Re dei 
Gerì), fu Invalida. Io aveva assistita co'mici doni 
infelici , «là fatti da un benigno. Pubblica fortunati* 
la Truppa, del Sacchi pel corso i\ cinque anni. Co» 
testa tr\ippa è composta quasi interamente di stretti 
parenti a tale , cM ella si può chiamar più una co* 
mica famigliola, che una comica Truppa. La mo- 
rigeratezza ne* costumi di questa brighella, 1§ grati? 
radine, ch'ella sa dimostrare, come $i deve crede r 
re, a^doni utili, che le vengono f*tti, il meriti* 



nel! 9 arte sui» le preghiere di soccorsi, la persecu- 
zione, che per la felicità dei suoi interessi se le mi- 
nacciava, non mi lasciarono fermare il pensiero in 
tutto di abbandonarla « 

Quei nimici, che non dovrei avere, se di troppo 
non m'inganna il mio amor proprio, m' accordino 
almeno, che né mire indirette , ne cupidigia d' in- 
teresse, né sentimento d'ambizione m'abbia indotto 
a proseguire una tal' opera. L'obbligo mio verso un 
Pubblico* che m'aveva onorato, e che si mostrava 
urbanamente desideroso di nuove mie produzioni, il 
capriccio poetico, che stimola di quando in quando, 
una vista di compassione a quelle genti, che avevano 
eoa valore , accuratezza, e spesa nelle decorazioni, 
sostenuta la mia opinione , furono i soli stimoli , che 
mi tennero fermo sulla via del produr nuove sceni- 
che rappresentazioni , 

Troncai H corso alle Fiabe dopo il Re dei Genj, 
e non perchè il fonte loro fosse inaridito, (e forse 
faro ciò vedere un giorno, e quando il capriccio mi 
parrà usato a un util proposito) ma persuaso da quel 
principio, che ogni genere abbia la sua certa deca- 
denza naturalmente per quell'aria di somiglianza , e 
<T imitazione nell'indole, difficilissima, dopo un lungo 
eorso, da poter evitare. Credei miglior cosa il la- 
sciare il Pubblico, desideroso, che nauseato di questo 
genere. Io ho trovato sempre cotesto Pubblico tanto 
clemente, che non dispero del perdono per unSem- 

^ 4 



ikk tanto lecita , ad afte usati , e òhe Con uni sì 
aperta sincerità confesso dinanzi a lui ; 

ito soccorsa la Truppa Sacchi con un genere dif- 
ferente dal* primo per ravvivare la novità nel Teatro , 
ed ho servito alle generose brame del mio Pubblico 
con que'modi, ch'egli ha graditi* e sopra de* quali 
ragionerò poi, privo affatto di speranza di far pen- 
sare a mio modo que' pochi malevoli , offensori più 
del pubblico genio, che delle opere mie, e che da 
me noti sono curati , unendomi con questa noncuranza 
a quel Pubblico, che- le sostenne. 

Volendo soccorrere la Truppa Sacchi, è facile il 
considerare , eh 1 io avrò scelta quella spezie d' argo- 
menti, che avrò creduti adattati al carattere dei per- 
sonaggi componenti questa compagnia, ardisco dire, 
non facile da soccorrersi da tutti i talenti degli scrit- 
tori ; e ben 1* hanno sperimentato senza frutto certi 
Meschini cervelli, cadendo o nelle goffe bassezze, o 
in tratti leggierissimi, non sufficienti a questa Truppa, 
e non atti alle scene dell'Italia, 

Ho sempre tenuto per fermo , che lo scopo prin- 
cipale d'uno scrittor teatrale sia quello di farsi dell' 
onor popolare, o quello di acquistarsi dell'utile, e 
che Tuna, e l'altra di queste intenzioni nell'opere 
sceniche stia soltanto nel far popolare un Teatro pa- 
recchie sere ad un'opera prodotta. Credo, che la 
condiscendenza de' Principi conceda le adunanze tea- 
trali, per tenere i lor popoli divertiti con de'spec- 



eh) itióralì, è gioviali di vicende umane rappresene 
tate, nelle quali però la dimostrazione del bene pre- 
miato, e quella del male degli errori puniti, am- 
maestri, per quanto è possibile. 

Se riguardiamo al Teaftro, il dire : a me basta , 
che un'opera mìa piaccia a pochi dotti , è un rifu- 
gio di molti infelici scrittori teatrali, che spesso hanno 
delle lusinghe fallaci, suggerite loro dall'amor pro- 
prio. Ciò sia detto senza offesa delle composizioni 
teatrali regolate ottime y e che ottengono l'universale 
approvazione 5 difficilissime, rarissime, e non mai ba- 
stevoli a sostenere i molti spettacoli di tutto Panna 
de' nostri Teatri . 

Fermo su' miei princip) , noù do V opere mie tea- 
trali per modelli dà imitarsi, e, senza irritarmi fa- 
naticamente, perchè l'universale Italiano non sia su- 
scettibile di quella, che alcuni, ridotti scimie dei 
Francesi , adottano per delicatezza , se lunge dall' usar 
sentimenti* perniziosi al Pubblico, e geniali a certi 
filosofi alla pelle di questo secolo , averò scaturiti dei 
generi, ne' quali, unendo detratti di delicatezza, 
proporzionata alla nostra 2f azione , delle forti circo- 
stanze, e dell* passione efficace anche per la Fran- 
cia, della vivace' critica sul mal costume, de' tratti 
popolari , convenienti alla qualità della Truppa Co- 
mica soccorsa y che piacciano alle persone colte an- 
cora % e averò. formato un trattenimento significante 
di ragionevole tessitura > in proporzione alla qualità 



IO 

àt\ soggetto, che si» acclimato* teplfcatò infinita 
volte, e goduto dal Pubblico, eoa utilità de' Comi- 
ci; avrò aderito alla saggia volontà de' Principi, ed 
avrò avuto quell* intento cercato , e con somma fre- 
quenta cercata invano dagli scrittori . 

Ho veduti de* capidopera de* Francesi ? ottimamente 
tradotti pel nostfQ linguaggio, precipitare ralle so 
atre scene, ed ho veduta V Eugenia, V Onesto col- 
pevole , e il pisertpre , opere da* Francesi lacerate 
Còlle censure ragionevoli negli assurdi, neil$ impro- 
prietà, e invérisimigjianze , riuscire mirabilmente in 
sui Teatri dell'Italia, e solo perchè avevano di quella 
forte passione, che ho sempre cercata anch'io come 
necessaria a scuotere, ad impegnare, e a far deter- 
minar? $li animi della nostra robusta Nazione a d ani 
per yinti r 

Credo di poter esprimere coti franche^, che tutti 
(fucili, i quali si porranno a comporre uri' opera dell 9 
fattale delie dieci fiabe, ch'io produssi ne* Teatri » 
téq una considerazione poco decente d'un tal gene- 
re, t còq vn'idea soltanto di mnire un arsenale dì 
Strmganze, di decorazioni, di trasformazioni, e di 
diavolerie ? abbiano ?d aver la punizione del disprezzo 
{rei ceto nobile, e colto r che merita il dispreizo, 
eh' eglino hanno per questa tal} composizioni, Uno 
scopo, e un fondo nudale, un apparecchio d'fotrec* 
ciò ingegnoso, delle circostanze forti, e ben archi* 
tettate , la passione introdotta , e ben maneggiata , 



r? 

dovranno esser sempre 1 principali, ?d accessorj di 
adornamento, dovranno essere le decorazioni, e il 
prodigio, per ottener , che i saggi ancora onorino 
questo genere dei loro riflessi , e della loro consi- 
derazione . 

Quei , che si sono provati in questo genere o con 
sterilità d'idee apprezzabili, o con disprezzo ai gè? 
nere, e fondando la loro speranza sul solo mirabile, 
dovrebbero essersi avveduti, ch'io non m'inganno 
cosi ragionando . 

Il Sig, Goldoni, che ha spedita da Parigi la sua 
Tavola scenica; 11 Genio buono, e il Genio cattive, 
la quale ebbe in Venezia moltissimo incontro, prova 
solò, che queste tali opere non devono esser dileg- 
giate. Cotesta Favola, che nell'indole é differente 
in tutto dalle mie, e che con un giro di buona mo- 
rale conducendo l'Arlecchino col mirabile in diverse 
Nazioni, forma d'ogni Atto un retaggio del costu- 
me, e dei divertimenti di parecchie differenti Me- 
tropoli , può fermare gli spettatori , siccome ha fatto t 
e può animare degl'Italiani a prqdur dei generi^ 
che divertano, e che ammaestrino, senza deridere 
la passione dei mirabile, eh e sarà tempre la regfn^ 
di tutte le umane passioni. 

Lasciando da una parte 5 spettabili dilettanti, 
traduttori di buone opere teatrali Francesi, per 1 quali 
avrò sempre una sommessa venerazione, io ragiona a» 
quei talenti capati, e disposti a produzioni Italiane 



teatrali, e dori a quei taffcnttizzi inabili) che cete** 
rtì di rèndersi particolari disprezzando tutto, e coli* 
erudizieni dei tempi trascorsi si rendono fratelli dell* 
oppio i filosofando stiticametfte, e meschinamente, né 
ragiono a quei cervelli riscaldati , i quali per aver 
veduto l' esito felice dì ùa f opera Francese, da loro 
puramente tradotta $ si considerano con stomachevole 
gravità autori di quella, e senza conoscere la vera 
ragione dell'incontro fortunato y beffeggiano tutte V 
altre opere ben accolte, col solo fondamento della 
buona sòrte d'una rappresentazione, che non è parto 
della lor testa, e che forse t aruihe. infelicemente 
tradotta; * 

Qttcsti éi possono coti frartchefzà assomigliare a 
Quella mósca di Esopo , che postasi sopra un cocchio , 
da due valenti Corsieri tirato',* innalzando i cavalli 
ool veloce corso loro uòa gran nuvola di polvere , 
la mosca pavoneggiandosi, e la verità non veggen- 
do ,♦ o scordando., e dimenticando il proprio, incon- 
cludente corpicc ino a quel fitto * giva dicendo ; Ls 
gran polvere * ch'io Do inìialxan4ò\ 

. Un sì piacevole vaneggiamento mi fa dubitare, e 
pender quasi alla (ertezza, che tali Cervelletti non 
possano esser giammai conoscitori d' un Pubblico, ne 
produttori di cosa propria, che vaglia a. intrattener- 
lo, né giudici sufficienti a censurare, e a condannare 
«*i un tratto e 1* òpere, ch'ebbero un incontro feli- 
ce, e quel TubbUco , che ha autenticata là. loro felicità . 



Il miglior maestro, e più utile sarà sempre quello , 
che studiando l'indole, e l'inclinazione de* suoi di- 
scepoli, si adopererà a insinuar loro, divertendoli 
per la via del lor genio ? quegli ammaestramenti , 
che sono necessari 

Qualunque Scrittore si regolerà nel comporre una 
rappresentazione sulle idee, delle quali egli per se 
solo s- è formato degl' idoletti , senza pensare , se 
<juegl' idoletti sieno atti a farsi adorare da quella 
universale adunanza , di cui , s 7 egli è buon filoso- 
fo, ha debito di conoscere 11 gènio, l 'opera non a vera 
buon effetto, o se Pavera, ciò sa?à, perchè quello 
Scrittore accidentalmente si sarà incontrato ad unifor- 
marsi col Pubblico nelle immagini, e nonmàtperch 1 
egli abbia ridotto il Pubblico ad esser suscettibile 
delle sue immagini particolari. 

Confesso di essere stato un diligentissimo esplora* 
tore per tutto il corso degli anni miei sui talenti, 
sugli animi, e sulle inclinazioni della mia Nazione, 
e eh* io non ho mai scelto argomento, o ideata una 
scenica rappresentazione senza prima bilanciarla col 
riflesso all'indole dei miei ascoltatori T 

Nacque forse da quejta sommissione, ch'io credjri 
preciso debito, e da questo tratto di cordiale ami- 
chevole studio d'uniformità verso a' miei Nazionali-, 
che tutte l'opere mie, quali si sieno, furono avven- 
turate, e che i miei compatrioti sorpassarono non 
solo, ch'io erigessi un'arditissima cattedra di de* 



*4 

clinkzione negli scrìtti miei, mi applaudirono tilt 
pia austera morale ; ed alle più rigide sferzate sul 
ihal costume i cV io. lasciai correre eoa uq' audacia, 
che non ha esempio j privilegio 4 che certamente non 
avrei ottenuto, se avessi preteso, non adattandomi ai 
loro temperamenti nell' allettarli» di voler con aria 
di pedante obbligarli ad al Uttahi di quelle idee, eh* 
io avessi adottate per Belle nell'angusto cerchia del mio 
cervello , senza dilatare iì pensiero sul pùbblico genio . 
Nulla dicendo i questo proposito della Tragedia , 
e riflèttendo coti maturità $ulla Gommèdia regolata, 
famigliare* di verità* é di natura, si scopre * ch'ella 
nacque in Italia nei cinquecento , e che morì nel 
medesimo secolo Senia più risorgere • GianimaHa Zecchi 
irà alcuni altri Scrittori di quella stagione* donsido- 
fato ne* costumi de'tenipì suoi, e de'siìoi Concitta- 
dini, fu un impareggiabile Scrutare dèlia vera Com- 
media famigliare, e di natura . ì vecchi, le vecchie, 
le giovani, i giovani* i servii le serve , gli armi- 
geri, i furbi i gli artisti > tutti i personaggi* né si 
possotìo vestire di caratteri precisi * ftè si pos* 
sond far ragionate cori maggior naturalezza, e ve* 
riti di quello i che ha fatto Giammaria Zecchi < Mo- 
lière* celebre Francese, ricchissimo d'ingegno, di 
graie* di sali, di osseiraZioni, di crìtica piacevole, 
di coltura nello scrivere, aon giunse alla verità, e 
alla naturalezza del nostro valente Italiano. Il Sig. 
Goldoni avera tutta la disposizione di far risorger;: 



la rer* Commedia Italiana famigliare, e muffale* 
Mancata à questo la coltura delta scrivere* il discer- 
nimento del proprio dall'improprio* del buono daj 
Cattivo esempio. Cade nella trivialità, nell* immode- 
stia i caricò i caratteri #- Tu pernicioso Scrittore, e in 
necessità di troppo comporre per l'impresi impossi- 
bile, e ridicola di Voler ridurre il Teatro nostro uni- 
versàlmcnte a Commèdie regolate* Se si Volesse oggi 
ts fottt uni Corfcniedia del lecchi y non sarebbe sof- 
ferta daf Pubblico y ni sarebbe Sofferto un imitatore 
dì guelfo / Egli sarebbe chiamato un uomo Vuoto d' 
immagini; seccatore, affettato,' freddo, incapace d* 
intrattenere.- Converrebbe far chiuder tutti i Teatri 
per un secolo y faf abbruciare tutte le Conimedie in 
istampa, safuf le p6chef ottime y semplici, regolate, 
e naturali , far invogliale per questo modo i posteri 
di veder delle rappreieOtationi ih iscena * e allo- 
ra, perdute essendo le guaste idee delle gran cose 
vedute, godrebbero le semplici* e naturali, INxo fu- 
rerebbe nuovamente questa moderazione. Noti s' in- 
colpi di ciò né gli Scrittori , uè gli Uditori separa- 
tamente; s'incolpi V umanità. Ella nqn isti salda 
lungo tempo a 9 metodi piani', si annoja, brama di 
più, e riduce tutto a mostruosità. Coloro, che non 
confessano esser oggidì il Teatro ridotto un puro ri- 
cinto di passatempo , sono in errore . Le composizio- 
ni teatrali a* di nostri non sono, che uno sferzo del" 
arce 9 romanzesco > o buffonesco, + di mirabile ; ed. 



x6 

£ miglior autore quel, che s? dar colorito A\ verità 
all' inverisimile. Non ci corbelliamo j cotesto difen- 
dere un gejaere, e sprezzare un altro genere p #na 
battaglia dell'impostura ,dei nostri tempi. Tutto il 
merito delle composizioni teatrali odierne nasce dall' 
effetto fortunato, che hanno. TJji altro, fuori di me, 
potrebbe dire con franchezza , che è in ingaqno phi 
preferisce il Disertore tlV Augel felverde . Serbiamo 
la sana morale , il buon e^empip \ jjon guastiamo Ip , 
fantasie de' nostri confratelli con sofismi dannosi ; dir 
veniamoli con innocenza , e preferendo la moraje di 
Seneca a quella di Petronio Arbitro, sosteniamo la 
nostra cattedra di trattepimento • 

Prima di passare al mio nuoyo genere di rappre- 
sentazioni teatrali, ho creduto necessario il dire una 
picciola porzione di cose ? ch'io giudico verità, 

Avverto ora quei, che si fossero offesi di quelle 
verità, che ho dette,* ch'io ne dirò di maggiori, e 
sempre coir animo puramente scherzevole ; anzi per 
prova del mio fraterno amore aggiungo , che s'eglino 
vorranno prendersi la pena di censurare le sceniche 
mie opere colle ^iste tisicuz^e della letteratura , io 
m'unirò amichevolmente con essi, e armato della. 
più rigida stitichezza saprò additar loro dei luoghi 
topici da farsi onore nel censurare, ch'eglino forse 
non avranno l'abilità di vedere; ma gli priego pri- 
ma di tutto per la buona armonia nostra a non di- 
re , che i miei nuovi generi teatrali non sieno , che 



*7 

traduzioni di opere Spagnole, perchè io sarò in ne- 
cessità di smentirli > e di farli comparire ridicoli menr 
zogneri con un materiale» e facilissimo confront j» 



Tom. IV. 12 



personaggi: 



SuffàR) Re di Malsora. 

Zelica, iud Sorella y untante d'jtìcouzi Bfi di Divandur . 

Dvgme 9 y Sotto nome di zirma, schiavi di Zelica y sua 
Sorella sconosciuta. 

UlcovZ) amante di Zelica. 
Canzema, Regna inora, orrida, armigera* 
Smeraldina, stia scudietà, e confidente} mora* 
Pantalone, fu Ministro di Fante} defunto padre di 

Suffar, ritirato. 
Sarche*, sua figliuola . 
Tartaglia, Ministro di Suffar. 
Brighella, Capitano di Ulcou^. 
Truffaldino, aguzzino compassionevole di zirma, 

indi seguace di Suffar. 
Zeim, Re de'Genj sotto varie forme. 
Ombra della Maire di Zelica. 
Ombra vi Farvc, Padre. 
Soldati va^j, e Mori . 

La Scena è in Bai sor a, e né* suoi contorni. 



»9 

Atto Primo. 

MOSCO COKTÓ 

S C E N A P ft ì M A. 
fdnt alone dà tampagnt > e ^4rrW dU pastorelli. 

ìant. JL i sarà stràcchehà, le ime Viscere ^ Bl sol se 
va alzando* è! scotnenza a scotta* i Vovetti, a* 
è vero? Xe tèfopb, che ti tè ritiri in casa , • 
che ti vedi ordefaando e! nostro diinaretro. Di- 
me la verità, Tia tnià ; ilo xela uni viu deliziosa 
la nostra ? 

$ art. Padre , mi piace assai; ma purè io leggo, 
Che ci sofao Citiadi, è Cittadini) 
Signori, e Re, doVe le feste, il giaoco, 
Le ricchezze, gli addobbi* e gli agi, e i pasti 
Fanno la vita de* mortali allegra; 
E talor qriest'ideà fa* the mi sembri 
La nostra solitudine noiosa. 

P^nt. Impara, Sarchc, impara, fia mia. Una sola let- 
tura, che ghe sia un mondo deferente da sto no- 
stro retiro de pase , gha forza de svegiar in ti 
delle idee, che te lo renda noioso , e molesto. 
Quanto megio donca saria per ti , che no ghe 
fusse nessun libro , che mettesse sti principi d' 
inquietudine in tela to fantasia! Ghe Xe le Città, 
i' Cittadini, i Prencipi, i Re, le feste, i ban- 
chetti, el lusso, le con vtrsazion ; xe vero. Seti 

B a 



*o ZEIM Pi£ DEI CENJ 

ghe fussi, tutti saria libri per ti, c(ie tesvegiaria 
un esercito de_ desideri insaziabili f che te faria 
inquieta tutto e! tempo della tp vita, echefor* 
si te faria morir desperada . La volontà umana 
nq xe mai contenta, e I'orio tpancp infelice $e 
quello, che ba risto manco oggetti a sto morir 
do, e che no ha bevù cojPeducazion idee vaste, 
C che no saria mai sazie gnanca quando le arri- 
vasse a posseder tpttp el mondo, I oqieni ^e 
cattivi per questo, sastu, ria tuia, Sop tp.Pane, 
te vpgio ben, e ti. gha qn Pare, che 3je sta qua- 
rantanni àJla Corte del Re Fara? de Balsora, 
felice memora, e ho yisto quanto poneva veder. 
3£e sedes*anni, che Vi morto, e ottenni, che 
mp sqn re; irà in sto mio casin, ip sto boschetto 
con ti, che ti savevi ancora, se poi dir, da Jat-, 
te. Barche, to povera JVJare 3?e mprta ip mezzo 
qlle grandezze dalia passion, e mi son sta a tem- 
po, scampando dalle magnificenze, de conoscer 
che la solitudine, el sol, che leva, i fiori , che 
nasce, i frutti, ohe se maura, i rossignoli , che 
canta, nn ortesello ben coltiva , un disnarettp 
senza potacchi, xe i veri oggetti donai dal Cielo 
bastanti a occupar la mente d'un omo, e a farlo 
passar con manco agitazion de spirito sta vita , 
che avemo in prestio, e che dovemo restituir. 
Sarc.Ma non potreste, Padre, un giorno solo 

Farmi veder Balsora? ella è vicina. 
Piflf.No me nominar quella Città; no: se ,ghe pode-r 
ria andar. Se gho qualche aaqbasiia de cttc^r in 



Sto réìiro de quiete, xe l'aver spesso nove fu- 
neste de quella Corte dopo la mancanza deJ Re 
Faro*}, mio Paron. 

Sttrc. Adunque una Città mai veder posso? 

Pior.Vela qua, fia naia* Siemile femene in cargadura. 
Vintimile paregìni adulatori, che Je fa deventat 
cattive, e più matte de quel, che le xe . Cin- 
quecento marcanti, che pianzepemo podersco- 
der el so sangue. Quarantamile persone, che se 
basa, e che se tradisce . Tremile ladri, che te 
roberia la carni sa . Ottomile , che maledisce le 
forche, per no poder sassinar, conforme saria la 
so filosofica volontà. Cento poveri vecchi soli, 
che per esser savj, se fa ridicoli a predicar el 
timor del Cielo, el giudizio, la verità, e a pian- 
ger la dèsolazion delle sostanze, della reputazion 
delle famegie , de tutto . Questa xe una Città , 
fia mia; vustu, che andemo a vederla? 

Szrt. Padre, non più. Se tale è una Cittade, 
Grati mi sono questi boschi, e questa 
Beata solitudine, e quest'aura, {entri) ' **v 

Ftnt.Ya il, va là, fia mia. Se ti gha qualche ora de 
ozio, lezi le pacchiane del Cabinet to delle Fa- 
de, é ridi. Le farà manco mal sul to spirito de 
quelle Filosofie, che ha reformà le Città intiere 
sulla sagoma, che t'ho depento. Che docilità in 
Ste raise! Boschi i voi esser, Pari benedetti , al 
dì d'anca o a arìevarse una putta a sa modo. 
(Qui oscurità, Umpi, e tuoni) Xfe''qaa ì'amigo 
di gala m'orno. Queste xe le staffette, prima che 



%7 , ZEIM UE DEI GEiTJ 

el fomparissa. StQ Genio, 2»eifn, sarà nn bonis* 
fifpp diavolo. Una volta el gera benefico, ades-r 
so Tè un'altra costa; no riniepdo più. Doveria 
esserme usa a praticar Ip, pecche xc un pezzo» 
che lo conosso j ma no gh'è caso,, col vedo, gh<* 
ribrezzo, e Le tavarnelle contradise al mio cuor, 
Sforzemose a dissimular . 

SCENA IL 
Zeim in figura orrìia animalesca x e TantqUnc* 

Zeim V ecchiq , al mio coippajir perphè timore 
Seinpre ti prence? ornai ti rassicura, 

Itant.El mia respetto, Sior Zeim, xe causa, che....^ 

Zrimlìoì ti leggo pel cor. Dubbio t* assale j 
Dell-oprf mie diffidi, e mal sincero 
Meco ragioni T Adulazioni non soffro, 

PrfOtf.Mfo, se la so bontà me facesse pie wria,, gjhe nu} 
anca VQgia, de ejpettprarmc con ella. 

Zeim Afritto non soji io> ma. Genio sono 

Diletto al Cielo, e del giovar mi pasce 
Sincerq parla* * non temer. Sicuro 
. $ei cf>n Zeim; lo giure* agli alul^mi. 

Tafani* disa, che la se frgnwt * &* <M ben,. e no 
posso nega* ,. che m !* s! * « tà bon *PMJ» deI 
Re Parqc da Balera* pio Paron « Uè sfa vera- 
me*ite foliqe, no U ghe podeva far benefit fliag- 
glori, nà u» Regn* P«* florido del.WQ,, sin , che 
l'ha, vivesio. La gK doni assae. 



ATTO PEIKO, 23 

2ff/#fRiechézze immense, e nella sua vecchiezza 
Doe Gemelle, e un Pancini del Regno erede, 
. Far non potea di più. Morir dovea. 
Pant.Qh, la va in piriaj ma adesso vien leindovinel- 
Je, che no intendo, se no la me le spiega . Nelle 
frétte conversazion , che la fa onor de farme 
vegnindo qaa , e invidandome al so misterioso 
palazzo, la m'ha confida delle azion, proibindo- 
me de parlar, eh» somegia alle tirannie. 
2tamFrimto ragiona por; non temer nulla. 
Pacata me fezza grazia. Elia ha fatto prometter dal 
Re Firuc ci Prencipin Sugar, so fib, appena na- 
" to, per mario ari li Prcnèirtessina Canzema de 
Serendib, che xe cressua una Mora fiera, e brut* 
•: fa, coinè l'Orco, J51 potrò, fatto grandb, no la 
Tòl per JMuger, e to compatisse. Questo ha fruf 
\ tàr, che quella bestia^za efe Regina- , pei* véndi- 
carse* , coir treseoto mille Mòti strenna adesso 
■•■• ■ Balsora eoa un assedio crude! , e che l'abbia rc- 
..." delta all'estremo. Questo xe uh dei so benefizi, 
. che nò capisso, E un. K\h efise d^ver lassa, che 
quel ragazzo corrà ej so destin, sedotto dai cat- 
tivi Ministri-, e attomrà dalla gioventù vinosa, 
perchè ci consuma malaménte tutto PeWHSJ per* 
che el snerva tutti i so Stati, e perchè el se ren- 
*■ -da- un Re odioso ai sudditi, e inabile alladefesa 
. [ ia sta dolorosa circostanza , Anca questo xe un 
,- ben, che la mia ignoranza no intende . E do. 
BHa di$e d'aver fatto sparir dal sen materno del- 
la! Regina vedova la Principessina Duginè in fa- 

J5' 4 



a 4 XEIM RE DEI GENJ 

sce, che no t'ha mai sa vesto, dove la sia , $er 
far tanto pianzer una povera Mare. Questo sa* 
rà un regalo, ma no ghe P auguro a un can. E 
tre. La me elise, che la ha bno cuor de ^arana 
maledizion in presenza della Regina Mare alla 
Prenci pessina Zelica insin in cuna, facendola sog- 
getta a un destin tremenda, che nissun sa , e che 
no la me voi dir , ma che xe sta un arpano, 
che ha tegnù in lagreme quella povera Mare per 
el corso de sett'anni, senza che la possa dir mai 
xason dei so pianti, e solo se sa, che la xe mot- 
ta abbrancarla a so Fia Zelica, disendoghe delle , 
parole in tuna recchia, che no se sa; e miaMu- 
ger poveretta, che amava la Regina, xe morta 

- dalla passion. JS quattro * Che carità pelose xe 
queste? Coss'è quelle comparse, che fé alla po- 
vera Prencipcssa Zelica in forma dell'ombra de 
so mare, spaventandola, manazzandola,.se la se 
xnarida? Goss'c quella povera schiava, che ghe fé 
tggnir sconta con tanta tirannia? Coss'è quel Re 
A'conz de,Divandur, che unito alla Mora asse- 
dia Balsora, perchè. el voj.per muger la Prenci- 
pessa Zelica, se no vo)è, che la se marida* Un 

: Re; impossente con un assedio alle roane , una 
sorella rapia, un'altra maledetta da va, e spaven- 
tada ogni momento., E cinque* , e ,sie , e sette. 
No incendo gnente. Sta sorte -da ikvori , uniti 
alla vostra feggra, che no ghal gnentc de, galante, 
me fa tremar, co ve vedo; no gho bon stome- 
go; V'hp ditto tutto, e me raccomando alle vo- 
stre zatte. 



ATTO PRIMO. aj 

2t/mTu fosti in corte, e tu nelle memorie, 
Dagli antichi lasciate, e da te lette, 
Così poco imparasti? E non t' è noto, 
Che, la felicità stilla miseria 
Pianta i primi (avori, indi s'innalza, 
E giunta al sommo della sua grandezza, 
Gira la ruota, e quel, ch'era felice* 
Nell'infelicità cade primiera? 
Tal sempre fu l'irreparabil corso 
Delle umane vicende, e tal* è il giro 
Di tutto ciò, che agli uman sensi è noto* 

tant.Ehy questa gha la barba, la so; ma sto passag- 
gio xe sta un lampo . Sta sorte de miserie no 
gh'è, se no in Balsora, e vu ave dà volontaria- 
mente una zinrda ajla roda più presto d'un gaa. 
- Podevi ben lassarla correr naturalmente senza 
dargbe una spenta da cavallo. 

ZeimOr ti vofdir di piò; secchio m'ascolta* 
Sappi, ohe il naturai corso lasciando 

r Al decader di quella , a me diletta' 
• Famiglia , ben per dieci discendenze 
Gemer dovea nell'infelice stato 
Di miseria , e ludibrio, e stemi, e spasmi; 
Priji di tornare alla grandezza prima. 
Spinsi la ruota , e nella fresca etadé 

... Di Strifinr, di Duginè le angustie volli, 
E ài Zefica ancor . Tutto io procoro, 
Ohe il peso lungo di miserie acerbe 
Di dieci elidi; abbia il suo corso, e sfogo 
Sui figli ài Fara*. Calami tade, 



*$ ZEIMt RE DEI 6ENJ 

Jfe'gjov^m riposta , è alcuna volta 
Rimedio a raffrenar le idee parate 
Al prepipi zip,, ed a rippr pel colmo 
Pi fortuna la mota. Io, forse invano % 
Questi tre Germi tribolando, spero 
D'impedir I* miseria t Nella jerie 
Della lor stirpe io guardo. A 9 loro Figli 
Gioverà il loro esempio , e fowe ancora 
Scorrerà innanzi decenza. Io temo 
L'ubico mezzo dfqna sferza acerba. 
Per destar la yirtù i eh' è il perno vero 
Della felicità, ptreb* dal Cielo 
Premio anele qtteper; uè son tiranna. 
Vècchio, itoli ti fidar de'ttfoi gindjz>, 
.Péft.lìo la vada in collera per carità , Vedetr? ghe 
xe dalle C09e recondite, che nastri miseri mor- 
tali no podeino capir, parche peosemo material- 
jneme, e i Filosofi pò dise, che Ifr xe fiabe « La 
supplico in grazi»; defeca la Vorrifr, che ^r sacco 
de desgrasie , ohe doverla andar stilla séftena a 
diese discenderne, lasse porta timo dati* spal- 
le de sti tre poveri Sdii , perchè le aveste più 
presto el so : fin;? e pò r«*?a anca indubbia, che 
la dosa de ste so salutifere- cavezze possa . esser 
inutile sin all^ q«»ta , e alla' quieta generation? 
Questq (ne par w* «sfere» di drett* de piazza . 
Cavai y no meri*, ^h$ erji* ha- da vejtoir. . 
Zf/mMa tu, vjagefeio tofrecit, che mi coedanrii 
DitHPaancvyvift^wtel!, eftfite potetti 
Abbandonar c^ei» fcio-.Sfgport* BSgjfi 



Per cercar vita a te dolce, e di pace, 
Come tapt'altri polpropier vigliacchi, 
Npiruntpme, nel l'ozio, e il sonno immani, 
Senza rimorso? anima ingrati, e vile! 

font, No ia me mortifica, Sior Zeim $ tatto soffro, 
ma questo no. Ho previsto de dq ppdtr reparar 
ai desonjiiji;, gera inutile, Son vegnù in sta bo- 
schi , xe nov' anni , circa , per poder f dpear una 
fia a mio modo, fu ora dui pattivi esempi, e dal 
pericolo, No passa zorno però, che nq recerca 
nove de quella Corte, e fio passa notte, che no 
bagna elcavazzalde lagrerae, seminio te angosce 
de quel poveri Prepfipi, e unto al Cielo, che no 
gh'i possa, che no sacrificasse pe? lai ao felicità. 

Zehn Al Gel lo giuria 

Polir. Sì , zuro , e strazuro al Cielo, che aacrifcaria 
tutto quello, che gho * >*o mondo , e sta; vitt* 
per i fioli d'un Re, che m'ha volesto ttitttoben, 

Zeim Ah, nella rete entrasti. 

Tu della ler ealami t ade presto 
Partecipe* esser dei, £i rivedremo, 
Dov'ho l'albergo, A te Solfar vedrai. 
Non negargli assistenza. Ti ricorda 
Il giuramento tao. Se manche*^ 
Se ad etti* quanto a te feci paiole, 
Delle mia direttari, non tieni occulto,. 
Morte, e stazio t< pipetta, e di Ha Figlia,. 
Da questi artigli lacerata, il sangue 
Rosso farà il terreno. Amico, addio . 

(ouwità , l*yipi } e sptrisCl) 



48 ZÈtM R£ DEI 6ES7 

?47f.Aniigo, addio/ Oimei, òiftiei, dóve ogio la le- 
sta/ credei} y che vada % a magnar quattro fisi de 
gusto con mia fia stamattina/ (entra) 

à G É N A tlt 

Camera flelìa Reggia di Balsora- 
Zdica, e Suffar. 

tuffi l^unque soccomberà questa Cittade 
Per la tua ostinazioni Zclica, pensa, 
Ch'io ti son piar fratello. I miei trascorsi 
Scordati per pietà. Compassione 
De* nostri Cittadini alfin ti mova, 
Esposti in breve ald on saccheggio-, a un'aspra 
Strage di sangue, a crudeltà inaudite, 
Zel. Suffar, non mi dir piò. -Della miseria- 
Di questo Regno i tnoi folli trascorsi 
Furo cagione . À riparar non Sono 
Le non mie colpe, e i falli altrui tenuta. 
Snjf. Quella toa destra ad Ateouz unità* : 
Che stringe • la Città Sòl per amore t 
Potria forse cambiar lo stato nostro; 
Zel. Qnella tua destra a quella di Caftzieàrit 
Irata, e che à ragion la Città oppfioìe, 
Unita, \>nò troncar tutte le stragi. 
Sufi. Crudele, e puoi voler, ch'ima spietata, 
Barbara Moti, orrida insista,- e d ? alnr« 
Brutale, e iniqua, * tuo fratel sia Spo/*? 



-ATTO T- RIMO, ** 

Qual è il mio crror, se sin dalle mie fasce 
Di me dispose il Genitor per lei? 
Qual dura legge a un imeneo mi sforma, 
Senz4 il consenso mio, d'un mostro orrendo? 

jLtl. Florido il Regno, e di ricchezze immense 
Gli erari pieni anche lasciotti il Padre 
Per difender un giorno il tuo rifiuto, 
Ch'io non accuso; e tq co' tuoi trascorsi 
Tujto hai consunto, lo per i falli tqoi 
Sacrificar la volontà non deggio, 

Svff. Ma di qual sacrifizio? 

Zdt a pme (Ah, chi può dirlo? 

D'un occulto destiti, barbaro, atroce, 
Che la Madre m* uccise, e che la Madre, 
Apparendomi ancor, sempre minaccia») 

Suff. E guai demerti in Alcouz ritrovi? 

lei. a parte (La sua bellezza, le sue. vaghe forme! 
Gli atti suoi generosi, che involato 
M'han questo core, i suoi demerti sono») 

Suff, Sappi, Zelica, sappi, ben sei volte, 
Che inutili sortite al campo feci, 
Dovea lasciar la vita; ei.la difese. 
Egli è colui, che con raggiro indurne 
Trattien la crudelissima Canzema 
Di dare il generale ultimo assalto 
Alla Città meschina. Il sacco, il fuoco 
L'irrcparafeil strage ei sol trattiene f 
M'odi, Zelica, m'odi. Io questa notte 
M'incontrai seco, mi battei. Rimasi 
Disarmato da lui, Mi rese il brando, 



$o XEIM RÉ DEI GENJ 

£a libertà, la viti; fei con sospiri 
ferdon aii chiese, m'abbracciò, baciatami. 
Ei finalmente in guiderdon sol volle 
D'entrar ^uì sconosciuto, dì vederti, 
Di favellarti. Zelica, ini scasa; 
A te vien quell'Eroe* Da te dipende, 
Ch'abbia gualche soccorso il Regnò afflitto. 
jo dal vegliar, dalla fatica stancò, 
Di ripòso vo' in tracciai . (a parte) AH , voglia il Cielo , 
Che s'arrenda costei; che le speranze 
De' Sogni miei, dell' apparito Vecchio 
S'avverino alla fine; Ah, invan lo spero, temr*) 
Écl. Fratel, ti ferina ..* A me Àlcouz.' qual punto, 
Cieli, è mai questo J Udirlo Come posso, 
Per dispreizarlo? Ah, Madre, a che nòti dirmi, 
In qual miseria ceder dèggio, quando 
Itti doni ad uno 9poso i è perchè mai 
Voler, ch'io tenga un 1 infelice schiava 
Occulta In <jfuesta Reggio, e che per forza 
Di tirannie la fedeltà in lei scopra 
' Un assediato Regnt, a cui soccorso 
Io non posso donar. Un amor caldo, 
Che mi distrugge il cor, né appagar posso. 
Tiranna sono a forza air infelice 
Zinna, mia schiva, e palesar non deggio, 
Perchè cruda le son. Quanti funesti 
Arcani deggio chiusi in questo seno 
* Sempre tener? M* qui Alcouz s'appressa. 
Io non potrei la sua dolce favella, 
Senza donarmi a lui , più sofferire . . 



ATTO PlIIO, 31 

Fuggiam l'incontrò* il minor mài s'elegga. 

(in atto di farine) 



SCENA IV< 
Ukwzi i 2tUci. 

>4lc. (traendo un pugnale) 

Melica, non uggire- Ogni unì passò * - 
Che farai per {aggirali 4 a questa mano 
Comanderà 4 «eh 9 io mi trapassi il seno. 

(fu aito iti ferire) 

Zeié Fermati ...Oh Dio, Dimmi, Alcooz, deh dimmi} 
Che pretendi da me? 

UU. Pretendo sólo, 

Che il pia fervido Amor, eh' nomo provasse* 
Dispregiato non sia; pretendo alfine, 
Cfa£ {Beliti d'ingrata nòti s'accusi, 
Che tu'm'utitid*; o quelli destra in dono. 

Zel. (Fu m'ami, e hi Città, mia patria, e astfo, 
Stringi evirarmi, e ogfror di strage, e sangue 
Lordi il terre», che mi sostiene? ET questa 
In Dimandar !a seda degli amanti? 

Ulc. Zelici, io giuro a! Gel, che i miei soldati 
Una stilla di sangue non haft sparsa 
Di chi difende queste mura. Amore 
Qui mi condusse'. I tuoi crudi rifiuti 
Creder mi favi nimico. Io non vo v dirti, 
Se di Bafeora soffiatore io sia , 



3* Z>EIM RE DEI GENJ 

' Q il difensor più fido. E 9 più dubbiosa 
Di ciò la cieca, e barbara Canzema, 
Che non è la gentil Zelica esperta. 
Scegli , Zelica , jt!fin j più comportare 
Non potrei quell'amor, che mi distrugge, 
Ne stratagemmi ho più da trattenere 
Quel torrente di Mori, ed il furore 
Della cruda Canzema. Io pocfie truppe 
Ho qui condotte. A te Consorte posso 
Ridurle jp qge;té mura, e la mia vita 
Lasciar per tu* difesa. Inviar posso 
Frattanto in Divandui;; nuovi soldati 
Far venire in soccorso, e qualche mese 
Temporeggiar col l'armi. Posso ancora 
Farmi nimico alla crudel Canzema, 
Assalire il suo caijipo, e trucidato 
Jlimaier po' miei fidi inutilmente, 
Che contro a mille di Canzema dieci 
Da contrappor non ho. Posso alla strage 
abbandonar qqeste adorate mura, 
Che chiudono il pio cor. Co 9 miei soldati 
Jtfella mi 3 region tornare io posso, 
Ma npn vi gipgnerò, che per la via 
Le lagrime, le angosce, il duolo estremo. 
Faranno uscir questa afflitt'alma amante. 
Dal tuo labaro dipende il mio destino, t 
Zd. Minor doglia è per me, minor periglio 
L'attender morte , che l'averti appresso. 
Dentro a questa Cittade, e in questo albergo. 
Alcouz, per pietà non molestarmi: 



ATTOTRIMO. 33 

Ciò , che tu vuoi , risolvi , e vanne in pace . (pian ) 

\Alc. E vanne in pace! E poss'io mai la pace ° 
Trovar da te partendo t Ah, se non sei 
Tiranna al sommo, almen, Zelica, dimmi 
Qò, che t' incresce in me, perchè mi scacci. 

Zel. (aparte) (Ah, Madre, a che tacermi il mio destino, 
Ed a che minacciar crude sventure 
Se mi dono a uno Sposo ?) Amico, parti. 
Altro in te non m' incresce, altro non odio, 
Che il non dover volerti , e il non dovere 
Esser di te giammai, «ino ch'io viva, 

Ule. Ingrata, io tutto intendo. Ah, chi m'invola, 
Zelica, quel tuo cor? Chi quella destra 
Di.rubarmi pretende? Io corro in traccia... ' 
Ma no; Zelica, scusa. La tua scelta 
Rispetterò; che offenderti non posso. 
Sol ti dirò, che sceglier non sapresti 
Il più tenero amante, il più f ede |e. (pUwn) 

Zel. a parte (Circostanza tiranna! A che degg'io "' 

Sì bell'aspetto, e sì leggiadre forme 

Veder, sentire, e ricusar per sempre?) 

Alcouz, ti consola; io t'amo, e deggio 

Mio non volerti. D'altro amante, sappi, 

Mai non sarò, ma nò men tua giammai.' 

Quanto più presto puoi , da queste gelosi 

Esci, e dagli occhi miei ti scosta tosto. 

Se tu .m'ami, Àlcouz, te stesso sforza 

Ad abbonirmi, a non volermi. Lascia 

Questa donna infelice in mezzo ai pianti 

Non le accrescer tormemo/io piò non nossojtoiw. 
Tom. IV. r "' 



c 



34 ltlH RE DEI CENJ 

tAlCé Quali strane richieste» e quali arcani? 

Tel. Non ricercar di pia ; lasciami , e pani . 

Me, T'intendo; ho da morire. Io non ho forza 
D$ poterti abborrir, ma forza ho ancora 
0>ia poter l'odio tuo ben meritarmi, 
Poiché l'amarti alcun premio non metta. 
Disperato ti lascio.... e non so dirti 
Quel, ch'io farò. Questa Città compiango, 
Tuo Fratello, il suo Regno. À te dinanzi 
Più non m'avrai,. che trapassato il teso, 
E agonizzante. Zelica £a salva, 
E tanta lena avrò da poter dire: 
Tu perdi'! Regno, ed io la vita perdo. 
Tuo §ia il mio Regno; al mio morir, crudele, 
Qua! compenso darai? Zelica, addio .(parte disperato) 

Zel. Ferma, Alcuoz, deh ferma. Oh me infelice/ 
Misero amante! misero Fratello! 
Sfortunata Città, di te che fia? 

SCENA V. 

Zelica , e Zeim in forma d' Ombra della 

Madre di Zelica. Sia una Donna , che 

rappresenti questa parte . 

Orni. ( gestendo , ma parli Zeim di dentro) 

Oi cerchi, quanto è di virtù capace. 
(segue la Donna con la voce propria) Zelica 

che facesti? Occasione 
Ti si presenta a dar qualche soccorso 



A T T TRIMO. 35 

All'oppressa Cittade, e la ricusi? 

ZcL Ombfà r eterna seguace in apparirmi, 
Sempre i tormenti miei farai maggiori? 
Deh, Madre j e qaal nuovo linguaggio è questo? 
Non m'hai, tu, prima di lasciar la vita, 
Comandato piangendo a non unirmi 
A uno sposo giammài? Dimmi, noi» m'hai 
Ben cento volte, in apparendo, sempre 
Minacciata d'orribile destino, 
Di maladizion, se ad uom m'unisco? 
Sa il Ciel, quanto quest'alma combattuta 
Fu a rifiutar ^amabile AIcòuz 
Per ubbidirti; ed or di ciò m'accusi? 

Omb. Porse fu ubbidienza, e forse, o Figlia, 
Timor per te medesma ti trattenne» 
Pur troppo è vero, ad orrido destino, 
A indicibil miseria andrai soggetta, 
, Qnardo sposa aarai,.ma un'alma grande 
Sacrificar se stessa al fin pur deve 
Per riparare, in quanto possa, e vaglia, 
Alla distruzion d'una Cittade, 
A una strage de' sudditi innocenti. 
Sposa, spoja AIcouz; qualche riparo 
Cerea a Balsora, ornai presso all'estremo, 
E generosa il tuo destin compisci 
Di miseria, d'ofror, peggio di morte, 
A cui pensando, insin dove, riposo 
Trovar dovea, non m'abbandona il pianto, (piange) 

&L Potria pur morttf teco trarmi, e trarmi 

Da tante angosce, e #1 mio fato crudele. (piange) 

C 2 



2 6 ZEIMREBEIGENJ 

Orni. Fa cor, Piglia, fa cor ; risolti, e corri 
A) miserando tuo destino in braccio. 
Dromi, trovasti mai la fedel schiava , 
Ch^a te somigli? 

2$ Sì, per sua sventura , . ; 

Dopo ben cento impazienti, questa 
Pervenne in mio poter. Zinna si chiama 

Qmb.1t usasti tirannie forti abbastanza 
Per dar prove ad un animo fedele?. 

2&L Io tni veigogno, e m'abboxrisco. Madre* 
Stravagante , e crudel contro ai mio istinto 
Fui con quell'infelice, e tutto soffre j 
Quanto più son crudel, tanto più m'ama,. 

Orni Or benj quella potria, s'ella è fedele., 
Quanta certo è impossibile, che possa 
Serva esser mai fedel, trarti col teippo 
Fuoj 4elU tua miseria. 

2*1 E non puoi dirmi 

Da crual miseria? ** 

Omfa No, me ^impedisce 

la tua stella per or. Ben lo saprai , 
Quando seguite sien le nozze, e poco 
Pria della tua sciagura, onde tu possa 
Tentar d' uscir col tèmpo. Al punto estreme* 
A Zinna confidarti sol potrai 
pi quanto noto a te sarà. Va, Figlia; 
Dà alla tua schiava le più acerbe prove > 
D'esperienza a un'alma sofferente, 
Per iscaprir, se in ver, t'ami, e sia fida; 
Fa, che torni Àkouzj tuo Sposo sia; 



♦- i* 



Attornino. 37 

Risolviti a perir. L'ultimo giorno 
Fatai è questo. Inevitabil forza 
Vuol compiuto il destiti. Ve d rem ci ancora, 
Pria che tu pera. Ah, Figlia, un'ombra io sono, 
Ma non ombra però d'angoscia priva, (sparisce) 
2et. Si perisca alla fin; ma almen sapessi, 
Qual mai sciagura al mio capo sta sopra. 

SCENA VI. 

Truffaldino i e Zelica. 

Truffa ufìoso , che non può resistere in queir impie- 
go; si sente scoppiar ie viscere; chiede a Zelica 
il suo buon servito. 
gel. Dimmi, servo fede!, come sta ZirmaP 
Truff.Che sta, com'è Ila vuol; com'una galeotta, com* 
una cagna ee, ec. esser tre anni, che la custodi- 
sce in quella stanza occulta rinchiusa con tiran- 
nie da boia. Che l'ha fatta filare venti libbre 
di lino, e farlo in tela in un giorno. Che le ha 
data da empire una botte d'acqua senza coc- 
chiume con un crivello per secchia. Che le ha 
dato un sacco di miglio, frumento, panico, se- 
gala , orzo ec. tutto mescolato , per farne ty giu- 
sta separazione, tempo tre ore. Che ha inventa- 
te le maggiori crudeltà del mondo. Le ha date 
seimila settecento sardelle; ventimila seicento pi z* 
ricotti sul naso. Le ha fatto i baffi col carbone? 
sgarmigliató il tuppè ec. ce. te ha insino proibì- 
to di parlare per tre giorni; per una donna tcr- 

C 3 



38 IEIM RE DEI GENJ 

mento da Nerone. Ch'egli è un uomo allevato 
con massime nobili, che ha un cuore educato 
consentimenti firn, geuerosi, e delicatissimi, che 
le sue viscere sono troppo sensibili, che non 
può più aderire a' suoi ordini barbari; che si 
proveda d'altro aguzzino; esser tisico dall'op- 
pressione di cuore; che «*ò ristretto le brache 
cento volte, noti magrezza, cera, pallida, livi- 
dure sotto gli occhi ec. ec. 
Zel. Narrami, caro servo, come soffre, 

Come parla di me, Zirma£ dì '1 vero. 
Truff. Oh pòvera bestia! non ha conosciuta asinellapiù 
mansueta di Zinna. Si lagna, quando non ha a 
far nulla in servigio della sua Regina. Suda, an- 
sa, tira tanto di lingua per le fatiche, e si 
consola, perchè tutto è per la sua Regina. Man- 
gia un pezzo di pane colla muffa; e lo bacia, 
perchè viene dalle inani della sua Regina. Chie- 
de sempre, se sta bene la sua Regina, se dor- 
ma bene la sua Regina, sé mangi bene la sua 
Regina ec. ec. la sua Regina, {collerico) Regina 
ingrata, Regina tigre, Regina cagna rabbiosa, ec. 
Z$l. Alla tua fedeltà tutto perdono. 
Odimi, Truffaldina ritorna a Zinna, 
Inventa crudeltadi óltre l'usato, 
Carica quella schiava per tort' oggi 
D'immensa pena, di minacce, e insulti. 
Cerca per ogni via, con tutta Parte, 
Che pia non m'ami, e che in/eéel mi sia. 
Se i c'è l'induci , sciolto dall'impiego 



■ AITO PBIHO: 39 

Sarai per sempre, di regali immessi 
W caricarti ; m'ubbidisci, e taci. 
(a parte) Non si perda più tempo. Alla Cittade 
Venga Alcouz; si compia il mio destino, (entra) 
Tmffsae invettive dietro 9 Zelica, Che certo l'assedio 
alla Città è per la barbarie di £elica. Suoi rifles- 
si . Se sia lecito esser crudele per regali . Si trat- 
ta d'uscir quel giorno da quell'impiego, e d' 
aver regali? conclude eh* è lecita la crudeltà ec. 
Inventerà tante tirannie, farà cole tanto bestiali 
a Zirma quel giorno , che la ridurrà certo a man- 
dar a far squartare Zelica, e la sua stirpe ec. 
ec. O Nerone , o Diocleziano , o Caligola , o 
Ezzelino,. assistetemi, ec. (entra) 

SCENA VII. 

Altra stanza nella Reggia. 

Suffar, chi dgrme . Zeim da vecchio vestito di bianco 
co* barba bianca . 

Zfimvjf uanto sin' or sull'animo corrotto 
Di costui vinsi, di scoprire e tempo. 
Suffar, ti desta, 

Suff. Oh Dio, chi mi risveglia ?{ si leva) 

Un breve sonno a queste lasse jnembra 
Sarà per me troppa fortuna? 

Zeim - Stolto, 

Quieti sonni i pari tubi- non denno , 
E non «possono aver; non ti vergogni? 

C 4 



o *EIM ft£ DEI GENJ 

Sttff. Vecchio persccutor, tu m* apparisci 
Per molestarmi sol. Nella miseria, 
In cui caduto son sol per mia cólpa, 
Pur troppo è ver; tu con lusinghe ancora 
M'apparisti, e svegliasti . A' tuoi comandi 
Sin nell'Egitto obbediente io corsi 
Con estrema fatica, ed ivi- giunto, 
Senza saper perchè, scorsi, che vano 
Era stato il viaggio. In sai terreno 
Lasso, e stanco dormia, quando apparisti 
Per la seconda volta, e m'ordinasti, 
Che, senza riposar, Ja via di nuovo 
Di Balsora prendessi, e che Sn Balsora 
Ricchezze immense, valido riparo 
Alla mia povertà, trovato avrei. 
Giungo in Balsora, ed un barbaro assedio, 
E cadaveri, e sangue, e inedia trovo 
Peggior di pria. Se tai sono i tesori) 
Che tu prometti, qua! tesoro è quello, 
Che, comparendo ancor, sei per donarmi? 
2f/i» Suffjr, mi lusingai, che la tua cieca 
Obbedienza a gir sino in Egitto 
Senza chieder perchè; la tua prontezza 
Di ritornar con patimento., e pena 
A un mio comando ancor sino in Balsora, 
Senza chieder più innanzi, un chiaro segno 
Fosse di pentimento a' tuoi trascorsi, 
E di felice cambiamento a un core 
Dissoluto, ostinato. Temerario/ 
Sì meco parli? Il punto era venuto 



ATTO P R IMO. 41 

Di ritornar ricco Monarca, e lieto. 
Restati, audace, nelle tue sciagure. 

(in *tte di partire) 
Suff. Vecchio , non mi fuggir* Scusa un fervente 
Animo giovanii , da mille affanni 
Oppresso, disperato. Alle tue piante 
Mi prostro umile! e umil perdo n ti chieggo. 
• (s'inginocchii) 

Zcim L'umiltà tua non e virtù, è bisogno. 
Sorgi, Suffar. Non è purgato ancora 
Da' vizi quell'interno, e non si merta 
Ancor facili i doni. Al gabinetto 
Va tuttavia del tuo Padre defunto. 
Del pavimento il centro è d'una pietra, 
Che leverai. Discendi ivi sotterra. 
Teco conduci il più semplice, e fido 
Servo di questa corte. Alla sorella j 

Zelica ir chiedi. In quella stanza occulta 
Vedrai d'inestimabili tesori A -, 

Indicibile ammasso. Il più felice , ^ 

E il più ricco Monarca della terra 
Esser potrai, se giugni a possederli!. 
Nota però, che nella ricca stanza 
Ve qualche iscrizione a chiari note. 
Leggila, e l'ubbidisci esattamente, 
Né il tuo bisogno, o l'animo viziato 
Senza freno a 9 capricci, audace, e stolto 
Disubbidir ti faccia, o sei perduto. .» 

Zelica, sappi, ad Alcpuz consone 
Diverrà in breve. I/infelice sodo ~ 



4* ZtEim; he dei cenj 

Fors'è inutile al Regno, e li meschina.... 

Ma piiì non dico; la sua stella segua. 
To dal furor delPorricJa Canzema 
Non ti potrai salvar. Solo i tesori, 
Ch'io t'additai, felice pò tran farti. 
Pur, se l'animo tao pria non s'adatta 
le passioni a vincere più forti, 
Non sperar mai felicità dal Cielo. * 

Trova il servo fedele. Al Gabinetto 
Seco ti porta. I gran tesori occulti 
Sotterra scopri. I/iseri%ion, che vedi, 
Leggi, e ubbidisci, o in uà profondo abisso 
Sprofooderassi I* Guade, il Pegno, 
Ni di Balsora rest£r£, che il nome. (sparisce) 
Suff* Che interi mai di mia sorella, e quanti 
Sono gli arcani, in un funesti, e lieti/ 
Zelica avviserò...... ma la sua stella, 

Ditte , che dee seguir ; eleggio ubbidir to. 
Cerchisi il servò, # rassegnato, e chino 
Scoprasi il gran tesoro. Ab! voglia il Cielo, 
Che questa larva pon m'inganni, » pose» 
Tornar fetìce , e oberare it Regno « 



41 

ATTO SECONDO. 

REGGIA. 

SCENA PRIMA. 
Brighella, e Tartaglia. 

.Lo* amicizia, che incontrino per l'union dell'anni 
dei loro Signori, buffar, ? Alcouz. Brig. chiede lo 
stato della Citt£ f Tart. suo dettaglio. Posson esservi 
duemila soldati, senza paga» senza biscotto, affamati, 
pidocchiosi, malcontenti. Il popolo disgustato del Rt 
Sufiar si trattiene a fatica, che non apra le porte a 
Canzema. Le mora sono guaste, e diroccate, come 
se fossero di lasagne secche . Molti Ingegneri l'hanno 
ristaurate, cioè fbrònQ pagate le polizie grandiose de* 
ris tauri, ma le mura restarono, come prima. Suffar 
ha badato alle sue femmine, a* banchetti, agli spetta- 
coli deliziosi, e del resto aoq si è curato. I ministri 
ladri s'arricchirono sulla sua debolézza, (a furtù 4Ì 
egli tòri fu monco I* frani* Brig< che fede impossi- 
bile la difesa con tutto il campo introdotto del Re 
^to>TO< E! il ^unpo di Capzejn* 4i treccntomil* 
Mori, ed ha avuto quel giorno rinforzo. Descrizione 
4elU , fierezza di Canzema, e dei furori suoi, quando 
vide introdurre il campo d'AIcouz in Balsora, che 
diede all'armi, e tagliò a pezzi la eoda delle truppe . 
Che bisogna aspettarsi un assalto generale la mattina 
vegnente, impossibile da rispingersi .Non ha egli avuto 
aluo piacere a lasciare il campo, che tessersi allon- 



44 ZEIM KÉ DEI CÉNj 
tana o da Smeraldina > scudiera di Canzema, ch'era 
iHa Mòra innamorata di Ini, e ch'egli Don poteva 
sopportare. Che per il disprezzo sarà anch' ella in 
furore. Tart. non sa, se sia meglio far l'amore con 
una mora, o venirsi a far sbudellare per difendere 
inutilmente la Città. Brig. Ch'è meglio farsi sbudella- 
re mille volte, che starsene con quel diavolo. Tart. 
Non sa, come in tanta miseria si pensi quel giorno 
a far nozze in Balsora di Zelica, a d'AIcouz. Brig. 
Non è quello il primo matrimonio fatto nelle mise- 
rie . Tart. Ha commissione di far preparare il Tem- 
pio, e che fa conto di dare due ordini. Che sia pre- 
parato per nozze , e per mormorio . (entra) Brig. Che 
già prevede di dover morirei ma che coli' occasione 
delle nozze si darà una buona ubbriaca ta per risvegliar 
l'eroismo, e per non sentir sentir i dolori della morte. 
(enfrd). 

S C E N A IL 

Stairiza miserabile * 

Picciolo mucchio di biada , che la Schiava crivellando 
scaglia dentro la quinta, e mulino da-mau* pw ma- 
cinate; un bastone in terra. 

t>ugmi, schiava, tacerà, t scalca, Mio nomi ài Zirma, 
? indi Truffaldini. 

(Dugmè crivellando, cahtf tuli? aria d' treni, comune al 
" popolo) r ^ 

. . V^yual calma all'interno 

E* mai T ubbidirei 

Voler contraddire 

Che pena non è? 



•ATTO "SECONDO, 4$ 

Si va contro al Cielo, 

E contro al potere, 

E' meglio per zelo, 

Che a forza volere; 

Già breve è la vita 

Dei Servi, e dei Re. 
Già breve ec. 
Truff/m dietro ascoltando; suoi riflessi adagio, non sa, 
come canti sotto il peso di tante fatiche , eoa 
tanta ilarità di spirito , imperturbabile sempre» 
Bisogna procurare di farle perder la pazienza, 
e la fedeltà. Si tratta di finir la carica odiosa d' 
aguzzino, e anche d'aver regali. E' tanta la sua 
compassione di doverla tener tiranneggiata, che 
se non gli riesce con arte di farla maledir Ze- 
lica, e ripudiarla, crede, che si risolverà d'ac- 
copparla per compassione. Si fa innanzi auste- 
ro; chiede, se abbia terminato di crivellare 1? 
venti sacca di frumento. 
Dug.Le ho terminate, Signor sì. 
Truff.La buffoneggia, e l'imita in caricatura • Ch'è 
tempo, ch'abbia finito. Che sta due ore a cri- 
vellare una bagattella di venti tacca di frumen- 
to; che miseria! Gli sembra anche crivellato ma- 
le. Si china dentro la quinta , finge di prender 
del frumento, lo passa di mano in mano ; che 
ha ancora della zizzania ; U minaccia , glielo 
scaglia nel viso. E ? mal crivellato. (* parte) Che 
certo vuol farla arrabbiare. 
J)*£. (con somma pace) Vd> darsi. 



4* XEIM RE DEI CENJ 

Io non ho esperienza nel mestiere. 

Truff. (a parte) Che flemma! che dolcezza .' ec. Col- 
lerico. La Principessa Zelica è in tutte le furie, 
grida, che non è buona da nulla , maledice il 
danaro, che ha speso a comperare una schiava 
buona da un corno , inutile , inabile , poltro- 
na, ec. 

JXHg. (pacifica) E si fogna a ragion ; ma se vedesse 
La Principessa il mio dolore interno 
Di non avere abilità in servirla, 
E il desiderio mio, ch'ho d'appagarla, 
Forse in scusarmi avria qualche clemenza. 

Truff. (a parti) Che non si può difendere dalla com- 
passione; che si sente commuovere. Si fa forza. 
Austero. Che s'immagina, che farà la stanca, la 
delicata, la scamoffiosa. Che ha degli ordini dal- 
la "Principessa, che bisogna ubbidire j non gli fac- 
cifi scene, 

Dug. Signor, non dico di non esser stanca, 
Per non dirvi bugia; non m'è discaro 
Però di so^topor questa mia vita 
Ubbidiente sempre agli adorati 
Cenni della Padrona, ad ogni pena. 
Comandatemi pur. 

Truff. (a parte) Oh che fanciulla di butirro / ec. Si 
sente morire, ma bisogna ridurla all'infedeltà, e 
presto. Furioso. La Principessa vuole, che ma- 
cini, tempo un'ora, quelle venti sacca di fru- 
mento sopra quel mulino a forza di braccia. In 
corte c'è bisogno di farina. Si deve fare una fo- 



ATTO SEGONE 0. 47 

caccia al Re: che solleciti, e te darà delle staf- 
filate. 

Dttg, Dal canto mio 

Certo lavorerò; non dubitate. 

(mate del grano sul mulino, e lavora) 
Sta ben la Principessa £ Oh, quanto tempo 
E' mai. che non la vedo/ Ah, nonson degna 
4 Di tanta grafia, il io; non meno noi la, 

Trnff.TSloTi può trattener il pianto per la commozio- 
ne. Urla. 

Dug. (sempre lavorando, € asciugandosi la fronte) 
Piangete/ perchè mai? 

Ttuff.(a parte) Che con le brasche non aitati Dalla. 
Vuol provare una maniera più astuta , utile , e 
sicura per far arrabbiare una donna. A Dugmè, 
che si fermi, che s'avvicini, che l'ascolti. 

Dug. (se gli avvicina rispettosa) Che comandate? 

Tr uff. Che ha della compassione per lei; che Zelica è 
una Principessa crudele ; che vuol palesarle un 
grand 9 arcano; che ascolti bene , e noti iniquità 
di Zelica. Zelica ha detto, eh' è brutta. 

Dug.(con pace) Oh, questo lo sapea; certo son brutta. 

Truff.hz detto, che crede , che abbia cinquantanni; 
che ha il viso tutto grinze, ec. 

Dug. L'amor, la fedeltà dentro al mio seno . 
Verso di lei robusti, e giovinetti 
Saranno sempre; il resto poco importa. 

TV/tjjf.ha detto, che ha il vizio di bellettarsi ; che ha 
le mani da scoiattolo, i denti fracidi , il fiato, 
che le puzza , ec. 



48 ZEIM RE DEI GENJ 

Dug. Tatto vero sarà. S' anche non fosse, 
Infallibile è ben, ch'una vii Schiava 
Offender non si de', che la Padrona 
Sciolga la lingua a suo piacer « Fortuna 
E', che la vista d'una Principessa 
Si degni di fermarsi a rilevare 

>t- Tutti i difetti d'una vii sua schiava, 

Truff. (a fané) irato, e disperato d'una bontà, e fe- 
deltà ostinata. Non bisogna stancarsi, ed insi- 
stere. Pensa. Aver trovato l' elisia sicuro per farla 
cadere. Sì inette in aria d'amante, la guarda 
dolcemente, e sospira. 

Dug. (a parte) Che vorrà dir costui? (a Truffa 

La Principessa 
Si lagnerà, che il mio dover non faccia» 
Deggio ubbidirla, a macinare io vado. 

(in atto di andare al mulino) 

Truff. Ah, fermati, infelice Zirma, amor mio . Che 
sono tre anni, che la tiranneggia, sa il Cielo eoa 
qual pena, ec. Che non si sente più forza da 
obbedire una Principessa iniqua , che brama di 
. vederla morire sotto il peso delle fatiche • Che 
gli ordini di quel giorno sono enormi . Che ha 
tenuto sino a quel punto affogata la sua tenerez- 
za, il suo amore; macche, oh Dei, è commos- 
so, non può più resistere senza palesarsi, senza 
consacrarle . un esercito di sospiri affettuosi: suoi 
sospiri, sue languidezze, suoi moti convulsivi. ; 
Pug.Mx quai dolci maniere inaspettate? 
Truff. a parte (che casca, che casca) À Dograè ; che 



ATTO SECONDO. 49 

ha già pronto un navilio armato , carico di sol- 
dati , e di ricchezze; che il Vento spira favore - 
x voie per spingere il navilio sulle montagne di 
Bergamo, sua patria , dove ha Tenute bellissi- 
me, ec. Che non perda tempo, e fugga seco da 
quella barbarie d v una Principessa esecranda , di 
cuore di rospo, di polmoni indigeribili , ec. Che 
ha trovato in lui un amico, un amante, ed uno 
Sposo .* 

Luci adorate, amabili pupille, 
Guance di rose, labbra coralline, 
Fuggiam da queste abbominevol mora, 
Nemiche al Cielo, al mondo, alla Natura. 
Dug.Voì scherzate, Signor; tanto non merto. 
Truff. a parte allegro (che casca, che casca) 
Zinna, non t'avvilir; la tua bell'alma..,.. 
Il tuo bel naso è di regnar capace: 
Forse Arbace era Serse, e Serse Arbace. 
Dug. (ironico) Possibil mai, che sì bel core abbiate? 
Truff. (a parte pia allegro) che casca, «he casca, eh' è 
nella rete, che ha vinto, l'ha ridotta infedele; 
che sarà fuori della carica, averà i regali. Gran 
talento è il suo, ec. 
Zinna, non piò; fuggiam dalla tiranna. 
Viscere mie, ti son scudiero, e scudo. 
(la prende per man$) 
pvg.(rispingendola) Ferma , audace, che fai ? Se tu capace 
Sei di tradir la tua Signora; Zirma, 
La fedel Zirma, ha cor di vendicarla. 

(raccoglie un bastone, e lo bastona) 
Tom. IV. , D 



jQ 1EIM RÈ DÈI GE«J 

J>7/jf. Disperato: che vada al mulino, che lavori, che 
la bastonerà, come una cagna* Corre perla sce- 
na, fuggendo Zirma , che lo perseguita xon le 
battonate* Truffaldino, ecco i regali, epeo i re- 
gali, ec. ec. 

SCENA III. 
Zelica, e detti. 

Iti. KJìa f Zirma, che fai? 

Dug. (getta il bastone, e s'iuginoccbiaìMfaPrìncivtssz, 
Io vi chiedo perdon. Della mia colpa 
Chiedete, al servo j ei vi dirà qua! sia. 
Servo, dì il vero. Veritade è un fregio 
Che tutto merta. Dal mio labbro uscendo 
Danneggiarti potria; sul tuo clemenza 
Ritroverà nel cor grande di lei. 

Truff. Innalza il suo pianto estremamente . Singhioz- 
zando va dicendo, che non sa, se pianga per la 
generosità, e bontà di Zirma, per le bastonate 
da lei ricevute, o per i regali perdati. La colpa 
di Zirma non esser altro, che una ostinatissima 
virtù, una maledettissima fedeltà alla Padrona. 
Che ha tentato di sedurla a fuggire , ad essere 
infedele ; e aver avuto un fedelissimo carico di 
bastonate. Collerico verso Zelica: che non vuol 
più servirla j che si rimetta in coscienza ; che la 
morte, e i castighi del Cielo sono sempre pron- 
ti per ogni età, per ogni sesso, e grado, ec.suoi 
strapazzi. 



ATf SECONDO, 3ì 

HeU Frena fa lingua, temerario. Ornai 
Dall' incaico ti sciolgo. I tuoi regali 
Averai, noii temer. Il mio fratello, 
Snffar, ti fchiede; ranfie, e l'ubbidisci. 
Non ragionar de 9 miei secreti, e taci, 
O quella vita pagherà la pena, 

Ttejjf.Altro regalo promesso. Tutto allegro chiede per- 
dono a Zinna dei mali trattamenti, la compian- 
ge, che resti nelle mani, e in compagnia di quel- 
la buona lana ; the certo vuol restar sola per 
scannarla . Non vorrebbe , che Snffar gli dasse 
qualche altra ragazza da tiranneggiare; spera di 
no, perchè a Suflar le Donne piacciono trop- 
po * (entra) 

SCENA IV. 

2elica> e Dugmè. 

Iti. Oorgi, Zirma, e mi dì. 

(Dugmè sorge baciandole le vesti) 

Quanti son gli anni , 

Che sei mia schiava? 
Ditg. I miei più fortunati 

Anni sono tre soli. 
ZcL Esser de' stanco 

L'animo tuo di tante stravaganze, 

Di tante tirannie, di tante acerbe 

Mie forme di trattarti, è ver? 
£*£. Signora, 

Se bilancio il mio grado, e il grado vostro, 

D 2 



1* ZEIM RE DEI GENJ 

E' onor per me, ch'io yi servissi, e grazie 
Furo i rostri comandi, 
Zcl. Ah, tu mi pirli, 

Zinna, con arte; i tuoi detti soavi 
Son rimproveri acati» Io vo' sapere 
Dalla sinceriti della mia Schiava, 
Se dopo uji lungo corso di tormenti, 
Ir; Sofferti per cagion della Padrona, 
Abbia nessun abbonimento, e odio 
Concepito nel cor contro di lei. 
2>fi£. Abbonimento, ed odio) Ah, questa sola 
E* per Zinna fedel cruda sventura. 
Dunque nel tempo fortunato, in cui 
Schiava fui vostra, abilità non ebbi 
Di farvi certa del mip amor? Deb in grazi* 
Caricatemi ancor di maggior pesi, 
Datemi occasipn d'assicurarvi 
Dell'opre, e con la vita del mio affettp. 
Io sofferir non so, che nel cor vostro 
Possiate sospettar della mia fede, 
Possiate dubitar, ch'io non v'adori. (piange) 
ZtU Dimmi, Zinna, chi sei? Dove apprendesti 
Sì dolci modi, e generose idee, 
Che la figlia d'un Re fanno arrossire? 
D/;j>. Chi mi sia, noi so dire, Un certo vecchio 
Di bianchissima barba, e che di bianche 
Vesti anche si vestiva; austero molto, 
M'allevò in un tugurio meschine tto, 
Ei mi narrò, che sulle sponde un giorno 
Tel Fiume Tigri mi raccolse in fasce, 



Alta SECONDO. sz 

Quasi dai Genitori abbandonato 
Parto furtivo di vergognai e scorno, 
fei sempre mi dicea, che a servir nata-, 
Era, ed a' patimenti, e ch'io dovessi 
Rassegnarmi a 9 voler degli alti Numi. 
Che sacra, non intesa providenza 
Tutto dispone, e che roirabil opra 
Era de 9 grandi il posto, e grado a grado 
Veder le genti, insino alla minata 
Plebe, operar subordinata a 9 primi, 
Era cosà celeste. Ah non t'allettino, 
Spesso dicea, sofistici talenti. 
Che maliziosamente libertade 
Dipingono a 9 mortali, fuor da questo 
Bell'ordine, dal Ciel posto fra noi. 
Solo confusione, e disertori, 
Costor fanno alla pace, e sol frequenti 
Fan gli assassini, i furti, i'empictadi, 
E a 9 funesti patiboli dan sangue. 
Rispetta, figlia, i grandi, amagli, e soffrì 
Nella tua istituzion quanto par grave, 
E l'invidia sopprimi entro al tuo seno. 
Non i agli pcthì del Ciel pia grata l'opra 
Giusta de 9 grandi, della giusta azione 
De* servi piò meschini, e non è aperta 
Di rendersi immortai più a un Re la via, 
Che * un figlio della plebe. Un'alma forte 
Nel sofferir la più felice è in terra. 
Sì mi dicea l'imperturbabil vecchio, 
E knpertubabilmente al mio destino 

»3 



$ A IEIM O DEI GEtt? 

Mi vendè Schiava, e fortunata troppo 
£on , se schiava fedel voi mi credete. 

tei. Coprili del tao velo , e sconosciuta 

Seguimi, Zrirma. Ah, forse verrà il ponto, 
Che infedel mi sarai per naia sciagura. (entri) 

JJKj.Zirma infedele! Ah laseierà la vita, 

Ma non avran le serve in Ziirma esempio 
D'infedeltade; a* Dei sacri lo giaro, 

(si copre col velo la f uccia, e segue- telici) 

S CE I* A V. 

Stanza sotterranea grande, in cui tutto spira immensa 
ricche^*. Cinque statue foro coronate di gemme, 
disposte con ordine soya piedestalli. Un piedestallo sul- 
lo stesso ordine, mancante della sesta Statua, ** con 
un'asta, che sostenga un'iscrizione risplendente con le 
parole, che si diranno. Varie urne ricchissime, dispo- 
ste con ordine, dalle quali sormonti la ìor pienezza 
d'oro, e di gioje. Net fondo ricco sepolcro, dal quale 
aprendosi, dovrà uscire sino alla metà del corpo V 
ombra d'mHe coronato. 



Sugar 1 1 Truffano con tardi. 



Tr«#.E 



._sc« primo tremante con passi tardi, t dub- 
biosi, con qualche parola di spavento; : Crede 
d'entrare a casa del diavolo pw esstr disceso 
sotterra ec. 

5uff. (l*ZV di ttu P° re veien *° il tum) 
Vile, che temi? e non iscopri intorno > 



ATTO SECONDO. „ 
Quante immense ricchezze? Ah, tu dicesti 
11 vero, amico vecchio; io son felice. 
Truff.A poco a poco, vedendo il tesoro, si va ras- 
sicurando con lazzi moti, e grado a grado passa 
ad una pazza allegrezza. Suoi esami sulle statue, 
e sull'urne. Indica air uditorio le ricchezze , che 
scopre, soprattutto il valor delle statue. Pro- 
pone a Suffar di valersene nelle sue miserie, d f 
asportare le ricchezze. 
Suff. Taci, (da se) Il vecchio mi disse, che valermi 
Di quest'oro non posso, e che obbedire 
Pria deggio airiscrizion, che a chiare note 
Qui impressa troverò. Di cinque Statue 
Miro la ricca mole, e un piedestallo 
Privo di Statua, ed ecco l'iscrizione, 
Che obbedir deggio, pria che de* tesori 
Valer mi possa, o in un profondo abisso 
Sprofonderassi la Cittade, e il Regno, 
Ne di Balsora resterà, che il nomt. {legge) 

Chiunque tu ti sìa y menoma parte 
De* tesori qui posti aver non dei, 
Se il sesto simulacro non acquisti, 
Che manca al vacuo f/f edestai, che vedi. 
K Esiste in questo mondo*, e in mille doppf 
Supera di ricchezza ogni tesoro, 
t gli altri cinque, appresso quel, son nulla. 

(Suffar riman pensoso colla mano alla fronte. 
Trnjf.RepIica in caricatura riscrizione. Suoi riflessi 
Non può valersi de* tesori, se non acquista la se- 
sta statua, che manca, che vale mille volte più 

D 4 



$6 XEIM UÈ DEI GEN! 

ec. Che staterà mai possa valer tanto? ec. Esiste 
in questo mondo. Indovinala , Grillo. Ch'era 
meglio non trovar il tesoro* Quai lungaggini! guai 
freddure! Non crede, che Suffar sia sciocco da 
badare a quell'iscrizione, che sarà bugiarda più 
dell'iscrizioni delle osterie sulle porte. Qui va 
dicendo varie iscrizioni delle taverne di Vene- 
zia. Suoi riflessi, che il vino mentisce pòi le 
iscrizioni ec. 

Suff. (tra se agitato, e pensoso) • 

Se non acquisto il sesto simulacro, 
Che più di questi in mille doppj vale, 
De' tesori valermi unqua non posso? 
Esiste il simulacro in questo mondo? 
Dov'esiste? a chi il chiedo? e come deggio 
Farne l'acquisto? e, mentre ch'io lo cerco, 
Chi difende Balsora dall'assedio? 
Chi dalle sue miserie la solleva? 

Truff.(a parte) Il tesoro, il tesoro: non baderà a quelle 
scritture ridicole da gazzetta ec. 

Suff. L'oro può tutto. I sudditi, i soldati, 
Donando liberal, porran le vite ' 
Volontierì per me. La minor parte 
Di queste inestimabili ricchezze 
Può sedur di Canzema i Capitani 
Ad esserle infedeli; e queste mura, 
E me posso veder libero in breve 
D'ogni periglio, e lieto il Regno tolto. 

JTVnjjf.Bravo} pensa da uomo profondo, di vista ac*- 
ta, politico; sa i veri stratagemmi. Un' urna so- 



ATTO SECOHDO. $1 

1* di quel tesoro basta a liberarsi da fotte le dis- 
grazie, a goder tatti i piaceri. Satira moderata 
Che si risolverà, si risolverà . Quei tesoro Don 
può resfar vergine assolatamente. 
Suff. Ma no ; troppo sob grandi le minacce ; 
Resti intatto il tesoro, e s'ubbidisca. 

(in atto di partire) 
Truff. (da se) Oibò: debolezze, pregiudizi femminini! 

fanciullaggini; è certo, che non parte. 
Suff. (ritorna) Ah, folle ben sarei, se la fortuna, 
Ch'io tengo per te chiome, abbandonassi 
Per dovermi pentir. Certo e il tesoro * 
Sono gli arcani incerti , e a chi possiede 
Tante ricchezze , ogni minaccia è vana. 
TVtfJf.Soldo in scarsella, guerra con tatti ec. allégro. 
Suff. Servo * 
Truff.Mio Re. 
Suff. Dal posto suo leva (peli* urna, 

Segui i miei passi, e secretezza serba, 
Truff.Che to servirà con fedeltà, puntualità ec. (a parte) 
che per la via procurerà di tener a freno le 
mani; che non sa, se gli riuscir*: s'avvicina ad 
una dell'urne, stende la mano per levarla. 
(Qui oscuriti, tremuoto orribile, afresi il terreno 
sotto i piedi di Sugar, e di Truffaldino, e si 
sprofondano sino alla miti del corpo) 
Suff. Soccorso ... errai ... perdoti ~. servo, ti ferma; 
JVifjf.Soccorso.- errai ...perdon... mia Re, son ferma* 
(Il terreno si rimette . ripresi il sepolcro, esce sino 
alla cintura Fornir* coronata del Bit, Padri di 
Suffar) 



5 % Z.EIM RE DEI GEKJ 

S CENA VI. 
Ombra, e detti. 

Ómb.Outìkx, mi ritxmoscii 

Truff. Suoi tremori. Era meglio restar agarico, di 

Zinna ec. 
Suff. O amato Padre, 

Come voi qui, « nei Regi sepolcri 

Foste riposto? 
Qmb. Da possente mano 

Chiesi esser qui riposto in tua difesa. 

Ben prevedendo un'indole ostinata.. 
Suff. Ma, Padre, il Regno mio.», 
Omb. Gii so* 

Suff. Canzéma.,, 

Omb. Tatto m'è noto: 

Suff. Zelica meschina.;. 

Ott& Misera Figliai è ver, sarà infelice , 

Ma obbediente, e generosa almeno 

le soe miserie incontra, e quel tao core 
Jtidur non paossi di virtù capace . 

Della Statua r^cqsnsto, cbe^pri manca , 

Che in mille doppi pia dell'altre vale, 

Sol ti puàfer felice, è del tesoro 
Renderti possesso* .. Se non l'acquisti, 
Non toccare i tesori , o in vox abissa 



ATTO SECONDO. j$ 

Sprofonderai la cittade, il Regno, 

Né di Balsora resterà, che il nome. 

Odimi, e ascolta ben. Nel vicin bosco i 

Celato vive un virtuoso Vecchio, 

Che fu mio fedel servo mentre vissi. 

Di Patria Veneziano. E 1 a lui sol noto, 

Chi di questi tesori, e delle Statuo 

JVIi fece dono, ed a lui noto è ancora, 

L'inestimabil Statua, che qui manca, 

Come possa acquistar. Va in traccia tosto 

Del fedel vecchio; esatto l'ubbidisci. 

Lieve è lo sforzo, che ti costa, o Figlio, 

L'abbandonar questo tesoro intatto. 

Di passion più forti il Ciel richiede, 

Che si spogli quel cor t Se non lo purghi 

Dai presi vizi, e dalle violenze 

Interamente, e noi raffreni, e avvezzi 

Alla rassegnazione, alla virtude; 

In un mar di miserie ti rimani. 

Libero arbitrio ha l'uom. Svegliati, iniquo; 

Consola il Padre tuo laggiù tra i morti. 

(si chiude nel sepolcro) 

ftjfjf.Laggiò tra i morti ec. 

Suff. Padre, ah, perchè mi fuggi? Deh mi narra... 
Ma con chi parlo?. «a che mi perdo, e in dubbio?.» 
Sì, rispettabil Ombra , io farò forza, 
Purgherò questo core interamente; 
Contr'ogni passion vittoria io voglio. 
Seguimi, servo, al vioin bosco io vado* fatta) 

TruffSnoi sforzi per abbandonar il tesoro intatto* 



«o ZEIM HE DEI GENJ 

Non può partire, se non prende almeno un zec- 
chino* Un zecchino e piccioli cosa. Lo pren- 
der!, e fuggirà: che mai può succedere per un 
«echino? S' avvicina adagio ad un'urna, stende 
la mano < Oscurità, tremuoto. Cade la torcia a 
Truffaldino, che fugge, gridando: aoccorso, cr- 
lai, perdon, ec< al bosco al bosco- 



ATTO TERZO. 

Campo corto con padiglione, e cuscini di sedere* 
SCENA PRIMA. 

Concerna Mora wrii* dV*ma%zpnt> Smerdimi 
Mora di' Amatone . 



E 



Can^.J-j sino a quando soffrirà Canzema 
Di Suffar i disprezzi? 

Smer. E sino a quando, 

D'un Bergamasco vile Smeraldina 
Dovrà soffrir gli affronti? 

Cattar Smeraldina , 

€fià siam qui sole; io vo f liberamente, 
Che tu parli sincera. 11 mio sembiante 
Mira, e il mio corpo attenta. Io vo' sapere, 
Se in me scopri difetto, onde un meschino 
Re di Balsora, o Re dei scacchi, possa 
Riscusar in consorte la Regina 
pi Serendib, che tante immense terre, 
Sudditi innumerabifi, e soldati, 
E ricchezze possiede. 

Smer. O mia Regina, 

Natura in voi fece un prodigio, e ruppe 
Lo stampo tosto, che non volle in terra 
Donzella a voipshhile. Ah, quelle labbra, 
Grosse due dita almen, quel naso, appena 
Che spunta con la cupa al Ciel rivolto, 
Quegli occhi picciolinì, e scintillanti 5 



«a ZEIML RE DEI GÈNJ 

Quella nerezza, che l'inchiostro eguaglia, 
Quelle chiome ricciute, e corte, e folle 
Più della lana d'una pecorella! 
Fan tutto insieme un'armonia Celeste 
Da dettar nelle genti aspro battaglie 
Per possedervi. N 

Cinz- E pur dassi un iniquo, 

Che mi ricusa! 
Spìtr. Eh, non stupor, Regina; 

Dannósi i sciocchi di cattivo gusto 4 
Chi più il prova di ipe? Chi non dorrebbe 
(Sia detto aen» <borù0 a «fuetto volto, 
A' miei piedi cadere £ E pur nel mondo 
Dassi un Brighella, un cor freddo di sasso, 
Che al fulminar degli occhi miei resiste, 
E dietro ad Alcow pella Guade 
La morte .attende per fuggir dai sguardi, 
Dalle finesse mie. Qual stravaganza! 
Chi può intenderla mai? Numi, voi soli. 
C4K£.Odimi, fida serva; io giuro al Cielo, 
Ch'odio Suffar, né lo vorrei consorte; 
Che un stomachevol bianco ho a schifo > e abborro . 
Il mio decoro mi sta a cor. Mi rido 
D'Alcouz, traditor, delle sue squadre. 
Il poter del mio campo, e del -mio braccio 
E'formidabil troppo, e lui meschino, 
Che più accese il mio sdégno.. Al nuovo giorno 
Bahora inonderanno le mie truppe; 
Tutto a fuoco, a furore, a strage, a sangue 
Voglio, che yada. Avrò fra .queste mam 



ATTO TÙtO. ii 

Suffar iniquo, e vivo nelle fiamme 
Vo'vederlo morir, giacche capace 
Meco non fa dell'afrorose fiamme^ 
Stnvt. Io vi chiedo un favor. Brighella, il fcoji, 
Donatemi prigion. No, non v'i cuoco, 
Che sappia fra più pezzi d'un coniglio, 
Di quel, ch'io saprò far di quel caprone. 

SCENA IL 

^ Oh Mero, e dette. 

Moro K eginà, dde Inviati da BaJsora 

Al campo giunti ton; chiedano udienza. 

CVfif^.Tanta temerità! Ma verran forse 
A presentar le chiavi di Balsora, 
E a dar nelle mie mani a discrezione 
Tutti gli abitatori. E 9 giunto il tempo, 
Che di «sangue mi sazio • II Re pentito 
La destra esibirà; ma non mi degno. 
La morte sua purghi il fatai rifiuto. (fiede) 

Va, gì' introduci. (// Moro con inchini entra) 

Smer. (guarda dentro, poi smaniosa) 

Mia Regina, io vedo 
Fra gl'Inviati il Capitan Brighella; 
Lasciatemi partir. Non avrò flemma 
Di trattener il braccio, e certamente 
V'offenderò, spaccandogli la testa. 

Ctoi^.Fermati , e siedi v In questo cor sta fissa, 
La mia noè meno, che la tua vendetta. 

Smertoti, la bile calmate al gran cimento. (siede) 



«4 ZEIlf RE DEI GENJ 

SCENA III. 

f recedono guardie More; il suona una marcia barbara ; 

Tanaglia , Brighella , e dette . 

T Art. (pi ano a Brig.)\^hà ceffo da Belzebù/ Parlarei 

tu, Brighella, eh? 
Brig.(a Tari, piano) Lasso la preferenza al grado, e 
all'età, (a parte) Con quella sorte de morose 
presenti no ga eloquenza, se no chi ghe voi ma* 
goar i manini. 
Smertda se) Numi, che pena! 

(suoi la^i di rabbia, e di dispreizo» Brighella, 
e Tartaglia ; loro riverente \ siedono) 
Tart. Quando la causa. manca, anche l'effetto 
Doverebbe cessar. L'esperienza, 
Magnifica Regina, fa vedere, 
Che, passata la cassia, verbigrazia, 
I molesti prurìti hanno il lor fine. 
Era Suffar la. Cassia, che i pruriti 
Moveva in voi di rovinar Bai fora. 
Suffar dalla Cittade è evacuato , 
Né si sa, dove sia. Fors'egfi è morto, 
Fors' esule sen va per le spelonche. 
Cessi dunque l'armigero prurito 
Di molestar d'una Città innocente 
Le budella ornai fiacche, e ripurgate 
Da quell'umor peccante a voi nimico» 
Zelica, ed AIcouz, due cari amanti, 
Che in breve saran Sposi , a voi c'inviano 



'ATT-OTEB'LO. è S 

Con plenipotenziaria facoltade 
Di £tr la pacej e pace dimandiamo. 
Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia; 
Che penuria giammai non fu di risse 5 
B talor chi credea tinta la guerra, 
Die con stupore il tafanario in terra. 
(piano 4 Brig.) Ah, Brighella ?potea parlar meglio 
Demostene? Spero bene. 

Brig. (piano aTart.) Ho paura, che la Regina re superi 
d'eloquenza, e che la ne fazza dei brutti scherzi . 

C4«^.Avvcnturato Ambasciator, t'applaudi, 

(Tari, fa cerno a Brig. schernendolo) 
Che tanta sofferenza ebbe Canzetna 
Di lasciarti finir, senza che tronco 
Fosse da uh laccio il tuo parlar audace. 

(Brig. a Tart. cenno di scherno) 
Non vi saran da quelle indegne bocche, 
No, strappate le lingue. Entro a Balsora 
Vo', che possiate dir d'una mia pari 
La clemente dolcezza, e la bontade. 

(Tart. cenni a Brig. di scherno) 
Smeraldina, Ministra, a té consegno 
Questi sfacciati.. Io vo', che so/o il naso, 
E le orecchie tagliar tosto lor facci, 
E a me le reca, che vederle io voglio. 

... ' UfJ (Brig. a Tart. come sopra) 

(si leva) Vadano alla Città, di quella pace 
Nunzi, che a ricercar vennero in campo/ 
Senza il naso, e gli orecchi. Al nuovo giorno 
La pace io porterò dentro alle mura. (entra) 
Tom. IV. £ 



ti tiln RE DEI GENJ 

S C E N A VI. 

Si&rétdt**, Tenaglia, BrigbeiU, òdi fW M*isadce. 

Smer. isuoi ì*%tf à'dUegreigà) 

Vjuardie, f ine un Maniscalco. 

Tirf.Oimè, Brighella, un Maniscalco, che twtra i 
cavalli. (ptA*£t) 

JSr/f.Àh, che l'ho di}o, che la Regina saria stada più 
eloquente. Me despiase pia eJ gotto , che ga sta 
maledetta morosa, che el perder el naso, e le 
xecchie. Ma bp ghe voi dar gusto de mostrar 
despiaser, né paura, {si pianta con costanza vol- 
gendo le sfalle a Smer.) 

Jwrt.{ inginocchiandoti) Signora SmwiMina, se non 
avete il cuor nero, come la focena, movetevi a 
compassione. L? vostra Regina è di natura trop- 
po calda. L'ordine i crudele, e imprudente 
Abbiate zelo per l'onore della vostra Sovrana, 
risparmiatele quest'azione , che fa vergogna al 
tutte le sue gesta. Considerate, vi pregò, la brut- 
ta figura , che farò entrando in Balfora senza 
orecchie, e senza! naso, (piange) Oimè, i fan- 
ciulli mi correranno dietto, i cani m'afebaferàt* 
~ no, non potrò più prender tabacco, né tfcnasa- 
re le rose; oimè, non saprò più, dove appog- 
giare i miei occhiali. 



ATTO TSHtO, < 7 

Èmer. (coti rmfego) (a) 

Gli occhiali son cadati , 
Non vedo più le note* 
Disdirti, tifatoli, carote % 
Non c*<è peir voi pietà* 
(a parte) E quei bécco cornuto non ibi guarda. 
Txrt. (disperato corre a Brig.) Ma» Brighella, per ca- 
rità, tu > che sei amato da Questa fcojessa, umi- 
liati ^ pregala. L'amore si risveglerà* ellasicom- 
moverà , si liquefata , non avrà cuore di vedere 
l'oggetto amato deforme» Inginocchiati, piangi, 
prega, sospira, sfiata, va in svenimento. 
Brig. isrrio) Sòn nn Cesate He costatila ; no me av- 
viiisso a adular una donna. No ramo, e per T 
interesse de do strazze dfe recehie; e d'un'onza 
de naso, no tradisso, e no lusingo le putte , per 
le quali no gho inclinazione 
Tart.E non ti dà pena , che Smeraldina si vendichi 

de'tuoi disprezzi amorosi, tagliandoti il naso? 
Brig. No sarò el primo, che abbia petto el naso per 
cause della morosa, (a parte) Me par impossibile 
però, che la gabbia cuor de far sòra de mi sta 
neronica resoluzion. 
(Q*ì giunga un Maniscalco colle brucia snudate con 
grembiale , gran baffi, e coltellacci* smisurato) 
Smer. Olà, taglia a costor le orecchie, e i nasi. 
Ta:t. (disperato) Oh poveretto ai me! Signora Smeral- 
dina, Capitan Brighella, Maniscalco, oimc , dc- 

(a) Canyon buffonesca notissima a renerà. 

E 2 



<?3 ZEIM HE DEI GEKJ 

ve nascondo le mie orecchie* dovè ficco il mio 
i povero naso i , ■ 
Brig< (* p*W) Ah, la fa da senno costia . Sperava, 
che no la gavesse cuor. Bisogna abbandonar V 
eroismo in pressa , e sfodrar Ja retorica subito 
qua t (J * avvicina m umiltà 4 Smeraldina, etra* 

giumente) 
Smeraldina, scherzai. Questo è quel naso. 
Che un dì ti piacque, e questo è quel sembiante , 
Che a* tuoi benigni sguardi 
Più caro non sarà, senza il suo naso, 
fmer. (con tragico sussiego) 

Passò quel tempo, Enea. Se quel tuo eore 
Non potei posseder, (commossa) il naso almeno 
Presso di me, nelle mie man restando, 
Utile mi sarà qualche momento. 

(piangendo , ji volge per non essere scoperta) 
Twt. (a pane allegro) ìi commove , si commove; e 

viva. 
flrig. (collerico) Tu non m'ataasti mai . Questo mio coro 
Sempre mei disse, ed il momento e giunto, 
Che verità si. scopre . Orecchie , e naso 
Toglimi pur, ma il capo anche sia tronco. 
Se di naso, e d'orecchie sol mi privi, 
Con un pugnai mi sventrerò la pancia , 
E l'alma spirerò sulle tue scarpe. 
Tart.No, no, Brighella; troppo collerico, troppo 

collerico ; non va bene . 
snut 9 (affettuosa) Io non t'amai, crudel? 
Brig, No, non m'amasti, 



AHÒ f EHI 0. € 9 

Delle orecchie carnefice* e de'nasi 
Perseeutiice . (piango 

toner. Barbaro. 1 tiranno/ 

Nulla potea caligar questo sdegnato, 
E sdegnato a ragione animo invitto, 
Fuor che il dir, ch'io non t'amo. Io saprò Arti 
Veder > s v lo t'amo, e se crudel ti sono. 
La mia vendetta è disarmata, e i torti 
Sacrifico all'amor. Ambasciatori, 
Gite a fialsora pur liberi, e sciolti 
Co' vostri nasi, e con l'orecchie vostre. 
Tu, ingrato, non dirai più, ch'io non t'amo. 
Maniscalco, le orecchie, e i nasi taglia 
A due de' maggior asini del campo, 
Onde mostrare alla Regina io possa, 
Che l'ho obbedita . Ingrato .... ingrato .... addio .... 

(entra col Maniscalco) 

Tart.Co&c a due asini? 

Mrig.Dt sii pezzi ghe voi a farle andar a torzio. L' 
amor la fa zàvarfar, come (a) Bettina . No per- 
dendo tempo; e prima, che ghe torna el Incido 
intervallo 1 andemo a portar la nova dell'assalto 
in Balsora, e a prepararse a qualche defesa, ec* 

(entra) 

Tart.Ver Bacco sono balordo con queste orecchie d* 
asino , che abbino da essere sostituite alle mie 
ec. [entra) 

W **CC4 Veneta tuta; 



% c 2EIM AÈ DEI GENJ 

S G E N A V, 

^ y Cimerà pelja Reggia. 

t 
Zdìcay e Dugmèj coperta dal velf hfafH** 

zd. Odimi, Zinna. Nella «Mo** passa, 
Che colà Tedi aperta, iti ti chiudi, 
E sta celata. Non gspr giammài, 
Se il suon dell» ?iia voce non ti cjiiam*, , 
Ciò che mi fu tarilo dirti, io 4wi, 
Ma poco saldale mìe crack qmgosct. 
Ah, Zinna, no, nop mi sarai fedele. 

Bug. Fedel con ri sarò/ Nomi , a voi tocca 
Pormi a! maggior cimento, onde no* retti 
Della mia fedeltà più dubbio alcuno,, (fttaO 

Iti. Madce^ no» mi, lanciar. Tu por dicesti, 
Che rivedremei ancor, prima che gijrag* 
Del mio penne il ponto. Io gii top profila 
Di me mettami al sacrifizio* AJnwnp 
Non ini lasciar abbandonata, e s^J*. 

SL 9 S N A y^ 

zeim set? Qmhra della Attóre, e làica. 

: T ."/ - *- " •• - 1 - ■ 7 ' 

Qmb. Li uhuaa volta, miseabit feti»» 

ET questa, che apparir possa tua Madre 
Dinanzi agli occhi tuoi. Vicino è il punto, 
Che il miserando tuo destin si compie! 
Orribile r tremendo. Un'abmkgrande 



AIIO IE110. 7 t 

Scopro in te, Figlia, e nel mio pianto amaro 
Altra consoia&icn non ho, che questa. 

Iti. Poss'io sapere alfia la mia sciagura? 

Om6. Zelica, in questo foglio, che tu vedi 
Chiuso a doppi sigilli, ella sta scritta. 

{le dà un fogli* sigillato) 
Ti ricordo per&, che aprir non devi 
Quella carta fatale , e solo apriate 
Dovrai, quando le nozze sien seguile, 
, E che, nascosto il sol, Toscura notte 
Occupi questa Reggia. Se tu Papri, 
Pria* che seguita le nozz*, alle* perduta 
K per- te ogni: speranza. Io vo* donarti 
Un leggiero sonnifero. (le dà una ctrtucci*) 

Procura, 
Che il tuo Sposo Io beva, e non Ravveda, 
Pria di passai* al talamo «oziale. 
Leggi il; foglio celato^ e> dentro» a^pocfti 
Preziosi momenti», che sei sonno 
Lo Sposo* tuo.» st» immergo, la tua Schiava, 
Che a te somigli» , negli afcbigfiamemi , 
Nel racconciato capo, e nelle vesti 
Sia iir. tutto ai te* simil parata, e pronta; 
Del; doloroso suo destili la inferma, 
E alla sua* fedeltà ti raccomanda. 

Zel, Ma possibili stba è , ch'io saper possa?.... 

Owt.Taci; di pia non» posso dirti, o figlia. 
Zelica, nota ben gli ultimi accenti 
DWamorosa genitrice afflitta. 
Non ricalar le nozze. Il foglio itrbe 

*4 



.1* XÈ1M KE DEI GENJ 

Secretameli te , ed m tecreto leggi, 
Quando già Sposa sei* Ammaestrata 
Di tua cruda sventura, a. Zinna sola, 
A somiglianza tua vestita in tutto, 

> Ti raccomanda, e ti confida, quando 
Dorme lo Sposo tuo. Figlia, ti lascio. 
Fa d'esser generosa, e te medestpa, 
Se occor, perdi per sempre: io t'abbandono. 

(a parte colla voce di Zcim) 
Veggiamo, quanto è di virtù capace. (entra) 

Zel. (agitata) Madre, ti ferma per pietà. Sufikr 
Dove s'asconde? ..... Oh Dio/ come baleno 
Sparita è agli occhi miei . La mia sciagura 
Orribile..... tremenda .... ? Dalle nozze 
Astener non mi deggio? Al caro Sposo 
Dovrò dare un sonnifero ? ..... La Schiava 

Renderò a me simile? A Zirma soia 

Commetto i il mio dpstin, certo crudele, 
E nel cambiar sua crudeltade incerto? 
Deh, almen dai minacciati aspri flagelli ' 
Salvo sia il caro Sposo, ah lui sia salvo. 
Tatto sta scritto in questo foglio, e deggio 
Aprirlo sol, quando non fia più tempo 
Ne per lui , ne per ine? Qua) velo copre 
Tanti arcani d'orrore? Ah, s'apra, s'apra 
Questo foglio, e si legga. (in atto di aprirlo) 

No, si ceK* 
S'ubbidisca al comando, e nel!' abissa 
S'entri di mia sciagura ; A tanti dubbi 
Però fucesti, in sul fratel, perduto, 



A T T T E RIO. yj 

Sulla Città infelice, siri l'amato 

Caro Consorte, e sopra me medesma, 

Qual donna potria mai tene? per sino 

Un sollievo del coi d'imitil pianto* (piemie) 

SCENA VII. 
oìUoh^ e Zeli Cd. 

i^lfr.Saran dunque te lagrime, e i sospiri 

Ad ano Sposo > il più fervido amante, 

Sempre d'accoglimento? 
ZeU Deb mi scasa. 

Il perduto fratello ... 
jtlc. No, t'allegra. 

Un foglio il tao fratel nelle sue stanze 
x lasciò vergato. Egli è partito occulto, 

Forse per ritornar felice, e allegro 

Per ben di questo Regno. Ei così scrisse. 
ZeU Deh lanciami, Alcouz, non ricercarmi 

La cagion del mio pianto. Oppresso è il core, 

Forse non so il perchè. Tatto m'affanna, 

E più. di tutto il. rimirarti, spreme 

Dalle viscere mie pianti, .« sospiri. (piange) 
iilc. Crudele! Oggetto io sono a chi tant'amo 

D'abbonimento, .e di mestizia? Ab, dimmi 

Ciò, che .vuoi, ciòi che pensi, e quanto possa 
. , Un disperato t £ar per* meritarsi 

Gratitudine, e amor da quell'inferno, 
ZeU Io nulla saprei dir; lascia, ch'io pianga^ 



* 4 XBIM HE DEI GEKJ 
M. A che messaggi af campo, ed a che invili 
A qwrife destra? la di mt ss esso fuori 
Perì* senta rib*exfco, e m*era grato 
Morir, fasciarti del mia Regna eted». 
Questo, mio cor calmasti, e questo core 
1/ estrema gioia empiesti, e sòl, spfetata, 
Perchè sentisse, maggiormente il peso 
Di quell'abbonimento, e di quell'odio, 
Che alfin par scopri. Calmati; non cerqo 
Più quella destra, e s» necessita 
Ti spìnse a qrfi ehhmvrm> e Pahe «sai* 
Di politica industri, io dffitasoie 
Di Balsora mon& semplice uora d'arme, 

Non Re, non Sposo tnoj solo- quest'alma: 
Non obbligar, di morte al ponto estremo, 
A uscir dal se* senza chiamarti ingrata. 

ti» 4T» & patire) 
Zel. Non mi togg^S imi» mitoaécfcr, non, dirmi 
Ingrata mai, wm> adorar, ti^priego, 

Questo cor di vtttad*. ti* prende per U numi) 
Alcooà , m'odi , 

Donna no» ▼*$, ehe più dì m* t Madori, 

Né che più amai ti possa. Questa destra 
- Jlsser de' mia, qriestà mi destra deve, 

Non temer, esser tm. t'occhio de 1 Sforni 

Vede , se rolomier saa Sposa* sono ; 

Sia le caJamitadi ;.... i miei timori...* 

Dubbi .... presentimenti^,; Ah», non. so dirti •„. 

Non posso dirti ...*;Qtaest* nodo* forno 

Sarà funesto, e iion abberacnento, 



Alio IIBIO, & 

M* troppo amor fc, oh ? io m'affligge* e pfcngf ? 
U/c. Zelica, ti elleg**. Io del tao pianto 
Intendo la oegioQ. Tristo paeaagio* 
Ti ptiego,, non ini far. Se tanto m'ami, 
Quanto espiline il tua labbro, cbi pili forfe 
Saia di ne nel sostener gli aataltt 

Della cruda Can2ema? Ogni mestizie 

Jn giubilo si cambi, e nqn temere 
Per una vita ornai di Unta gioia 
Celina, chf più por teme aJcun perigli*^ 
Ecco gli Ambasciator. Forse dj pace 
Nunzi saranno alla Qiude, e a nqi ? 

/ SCENA Vili. 

Tartaglia, brighella, e fatti* 

rArf.Oignor, non v'è più pace, 

2»£.Canzeina e pertinace « 

Tart.V assalto al nuovo giorno. 

Brig. Avrà Balsora intorpo. 

Ttot.Siamo con dispiacer nunzi del caio. 

Brig. Ed a fatica abbUm le, oneccWe^ %i\ naso. 

Ale. E ben; *iepo le nozze un segno espresso } 

Che non cqriam la §g#m, ET^ront^il Tempio* 
?err. E' pronto, il Tenjpip, e, i Sacerdoti in capo 

Le b$ndg han pone* e i berrettpn co/nt^ . 
Brig. E non l'assedio , e nojn l'estrem* fame 

Privò d'estro i Poeti , onde le strade 

Fomite so* di to#w* ipppiesm. 



7 6 ZEIM BE DEI GENf 

v ; Zelica, al Tempio. E 9 tanta in me la gioia , 
Che né minacce, né perigli intendo. 

ZeL (a parie) Si compia il mio destin ; vadasi al Tem- 
pio* (entra con Me.) 

Tarft(a) Capitano, che bel tempo è questo per quei 
due d'entrare per il porto d'amore nell'Isola 
del maritaggio, eh„ 

Brig.Me par piuttosto , che i navega per el porto 
malconsiglio '. 

Tart. Credi tu, che devino essere disturbati dagli Ama- 
t un tini? 

Brig. Oh no gh'è tempo* Credo piuttosto, che Zelica 
vada in te la penisola del vedovaggio, prima d' 
arrivar alla gran capitale d'ircópofì. (Qui suono 
di tamburo) Al Tempio , al Tempio, ec. (entrano) 

SCENA IX. 

Folta boscaglia , dietro la quale sta nascosto il 
risplendente, è magnificò palagio del 
Re dfGehj 

Suffar, Tanndoue, e Truffaldino. 

Tant.Nl ztstì, no Ih e posso Saziar de Tardarla, né 
spiegar la cònsolagiòn , che sento d'aver vistò pri- 
ma prima de rtiotfr el fio d'un Re, che m'ha 
sempre onora della' so confidenza. La sarà' forsi 

00 2t seguente-picciolo dialogo è tratto da un neret- 
to , che correva sotto Jl titolo: tftsola.dtl maritaggio. 



ATTO TERZO. 77 

desgustà, che no l'abbia accettala in casa, m* 
me son vergogna. El logo per ella no xe de- 
cente, (apèrte) Respetto, e amor quanto el voi, 
jna dove ghe xe una ragazza innocente, no te 
poi accettar sta sorte de carri rotti. Figurarse: 
i ghe insegna l'alfabeto in tun'occhiada. 

Trujf.(a pane) Che non l'ha accettato per avarìzia, e 
per non dargli merenda, o vero perchè ayr£ 
qualche donnetta nascosta ; che ha il viso da ree- 
chio di buon gusto ec, 

#$ Nulla, buon vecchio , I miei casi a te noti 
Son, che te gli narrai. Solo mi preme 
Di ritrovar l'inestimabil Statua", 
Che manca nel tesoro. A te spedito 
Fui per trovarla, a te mi raccomando. 

P4»f. Maestà, vita mia, mi v'ho condotto in sta bo- 
scagia, dove abita Zeim, Re dei Genj. Elio ha 
dona el tesoro al quondam Re Faruc, vostro 
Pare, elio certosa messo la condizion, che la 
m'ha conta; e la statua, che manca al tesoro, e 
che ne ga prezzo, certamente deve esser in te 
le man de sto Re dei Genj. Mi so el modo de 
farlo comparir; ma la se recorda, che semo in 
pericolo della vita f Via da sto logo el comparis- 
ce, come no gh'è nessun el voi, e pericolo, ma 
in sto logo col se sforza a comparir, no gh'è 
legge» bo se xe seguri : Se el comparisse colla 
fazza da omo, no gh'è desgrazie, seel comparis- 
se colla faz^a da anemal, semo. come se 4 fossi- 
mo finchi, e no gh'è remission. 



?« £EÌM R£ DÈI CENI 

tfttSìfe spaventò: chiede ffl fcartìrt ; non 1ruòl assog- 

" gettarci ài pericolò ec 
ètjf. Fetimti . Via di qui Dèh pattini ; 

Compagno essét mi liei. Meglfb è taorire^ 

Amico Vetfchiò, *hé restart io Vita 

Nella miserisi* ih cui Vite ftépòltò. 
fri^Nbn è feèrffiàsò et. 
tom.ta pensi *i casi idi, Mtektae. fio, che sto Ge~ 

ilio no xe mólto cbnténtò dèlie do dltezion ; no 

vorria, che, sforza, ei fcóthpftifcè iti fcoHera colla 

faifca d'anémah Bfaésta*, Sètìfo spartii , sala? 
truffane |>*eghiére, tfce hòb lo faccia cròrtpawe . Ch* 

egli è tanto sfortunato , che cotof arisefe col viso 

da bestSh sicùto ce. 
tuff. Tu dèi reitar. Se S te, buon vefcéhid, incresce, 

P& timor delle vita il far, che tetti 

la sòrte taia, là libertà ti lascio. 
Mi. (4 parte) Ma, sé fad ztìrl dfe Verificar totto a 

favor de sto Principe, no poèào dir grlente, e 

Éo posso tirar in drio. Gò ancóra scoi pie m tei 

cuor le parole de ito «gadéfcàò.- 

Uh, netta rete entrasti, ti Mcorda 

Il giuramento tuo. Se mancherai, 

Morte, e strado t'aspetta, t di tua Figlia, 

Da questi artigli lacerata, il sangue 

Rosso farà il terreno. Umico, addio. 

?T*tìto fó morir foli* pèste, come dalla giandns- 
sa. Mora donca P4nt*lòn obbedente, è viva al- 



AtTOTEHIÒ. ^ 

manco qoelte rate. Maestà* digo dolca le $a* 
role necessarie, e faaxo repemion. Se ti gael 
grugno, la festa è feftfa. Se él fa ti viso, tot* 
temòse tutti ìm x*nòccbion, è ella con tatti 
la possibile oftriltà la gh% diga, ehi la «e, con 
la desidera, e la se sottometta intieramente a 
quello , che el ghe reapònde * Scoraemaq , Maestae* 
Suff.Sì si, comincia pare; io sòn costante, 
Tant.Eì Gelo ne M manda bona. (Parato* dirà pè- 
rde sotto voce, fimi iìgti in tetta, poti ridicoli.} 
Truff. spaventato guarderà ora Pantalone ora la 
boscaglia, correrà perlaaSena, Verri ftfggire . Suff. 
Jo tratterrà con minacce méte. S'oscura l'iere, sf 
ode ttemooto ec. crescono gii sparenti dt Trnf- 
Aldino. Àpferi d'improvviso h boscaglia, Sfcopre- 
si 'l Palagio del Re de 6en$, risplendènte. Do- 
po gran forno» spalancasi là porta del Palagio. 
Esce Zeta col viso umano, ina fiero; il resto 
del corpo sarà d'animi*. Avrà in ima mtóo uno 
specchio. 

SCENA X. 

Zeim, e ditti, 

tintXjh! sia ringrazia èl toro caro Cielo. 

(si precipita ginocchioni con la fuetti a tm 

ra\ lo stesso farà Tntff. Suffar fingktochitrà 

con la mano Ma fntitt) 
TYufrOb, sia ringrazia la mia cita tetra. 



*o ZEIM RE DEI GENJ 

Sufi. Nomi , assistete la preghiera umile. 

ZeimChi sei? chi vuoi? che cerchi? a che ventai! 

PtfWf.La zzi d'umiltà a SufFar. 

Truff.Lo stesso, imitando Pantalone. 

Suf. Sono Suffar, lo sfortunato figlio 

Di Fàruc, già tuo servo. In traccia vengo 
Del perzioso sesto Simulacro 
Di pregio inestimabile, che manca 
Nell'immenso tesoro, che donasti f 
Generoso Zeim, al Genitore. 
Cerco di posseder la statua rara, 
Che mi può far felice, e può cavarmi 
Dall'estrema .miseria, in cui son'ora. 
Tu sol, Zeim, mio. Re, .puoi consolarmi. 
La fronte abbasso, il tuo favor Rimando, 
E di morir tuo fido servo umile. 

Fant.Gesu muti, che la preghiera sta bene. 

TVirjf.Gesti simili in caricatura. 
• ZeimE vero , amico di tuo Padre io fai. 
Esser tuo non dovrei. Troppo diverso 
Tu fosti da Faruc. Non mi dispiace, 
Che qualche segno d'umiltà dimostri, 
D'obbedienza alfin; ma quello spirito, 
A maggior sforzi dì virtù apparecchia. 
Tu chiedi assai, chiedendomi la Statua 
D'inestimabil pregio, che al tesoro 
Manca a farti felice . Il raro dono 
Potrò donarti. Un picciolo tributo 
Voglio prima però, che tu mi rechi. 
Tant. Ltzzì , che prometta tatto ec. 



•.AITO T E E Z 0. li 

Truff.Imhz Pantalone in caricatura. 

Suff. Miserabil io son; forse a quest'ora) 

Zeim, non ho più Regno; io ndVdissento 

Però di darti quest'unica vita, 

Se alla grandezza tua tributo e degno. 

Zf/m Sorgi, sorgete tutti, e tu m'ascolta, [(si levano) 
Mille, e cent'anni son, che in questi boschi 
Solitario men vivo. Una fanciulla 
Sempre bramai di posseder, che fosse 
D'opere, e di pensieri interamente 
. Casta agli occhi del Ciel . Questo è uno specchio , 

(dà lo specchio) 
Ch'io ti dono, Suffar. Con questo puoi 
' La fanciulla scoprir, che meco io bramo. 
Oscurerassi all'allacciar di quella, 
Che non e, quale io bramo, e risplendente 
Rimarrà all'affacciarsi della casta/ 
Quale io ricerco aver dentro al mio albergo. 
Cercala in questi boschi, e nelle ville 
Più solitarie, e dalla societade, 
Falsamente erudita, lungi molto. 
Assisteratti a ritrovarla il vecchio, 
Ch'è tuo compagno, e guida; a me la reca. 
Se non la trovi, non sperar giammai 
Di posseder la statua, che tu brami, 
Ne giammai di valerti del tesoro. 
Se la ritrovi, e pensi non condurla 
A Zeim per tributo, il minor male 
Sarà non posseder la stata* mai. 
Fiera t'apparirò; sbranata avpezzi 
Tom. IV. v F 



fi ZEIM RE DEI CENJ 

La fanciulla sarà; seco sbranato 
Sarà Sufikr. Chiunque alfa mia brama 
D^ppoflK avrà coraggio, i sterpi, i sassi 
Lorderà del suo sangue, e di sere membra. 

(Oscurità ec. si ritira nel palagio , chiudesi ftdla boscaglia) 

Truff.Suoi spaventi. 

Suff. Vecchio, m'assisti; obbediente in traccia 

Della casta fanciulla io rado tosto. (entra) 

Fant.Son con ella, Maestae. L'è curioso sto «or Zeìttf , 
Ho scopre credesto, che le morose dei diaboli 
fiisse le sgualdrine, e questo vof una casta. Come 
mai che se cambia le cose/ Al dì d'ancuo i dia- 
voli pensa da ottieni, e i omeni; el Cieio me 
lo perdona, pensa da diavoli. ientra) 

TVi/jf.Un'altra impossibilità per valersi del tesoro. Una 
fanciulla d'opere, e di parole interamente casta 
agli occhi del Cielo. Che Zeiiji abortirà per la 
brama, e ch'eglino moriranno pitocchi sicura- 
mente ec. (entra) 



il 

ATTO QUARTO. 

Ito sco coprirò 

lacerata della casa di Pantalone coti j>brta* è finèstra. 

SCÈNA PRIMA, 

X iti Addino solò i he ima spècchio , the gli putide 
dinatei. Esce frettoloso a tìa lasciato Sdfef Itiol- 
to indietro pef-raipaiiefita * Sofia? vuol seguir 
Pantalone, star irì tonipàgtiià del Vecchio > pieno 
di gotta, e di calli, a dispetto di tutti i ciarla- 
tani del mondo; egli ilòti ha tanta &>j*ibku Che 
già sapeva, the non si darebbe trovata li fanciul- 
la casta al *egnó, Che la desidera il Genio. Che 
il Sig. Diavolo Zeito può bene aspettarla ♦ Po- 
vero Diavolo] Sua risata. Non sa, Còme il Dia- 
volo noti sappia questa difficoltà» te. Si son fatte 
affacciare allo «pecchie più di cinquecento ragaz- 
ze in quei contorni > e sempre lo specchio era 
divenuto serissimo ; qualche volta mostovalier; 
ma almeno almeno color di caffè. Esser rimasto 
stupefatto sull'esperienza di far specchiare quel- 
la ragazzina di sei anni, e veder lo specchio di- 
venire color di marrone . La più bella ragazzi- 
na, che comincia a imparare il solfeggio per fa- 
re la cantatrice. N*n sa capire, come lo spec- 
chio dovesse venire color di marrone. Gran vir- 
tù di quello specchio! Non ha mai specchiato se 

F 2 



p 4 ZEIM RE DEI CENJ 

Stesso. Jla curiosità di specchiarci per v^dne, 
se diventa nero. Si guarda. Resta sorpreso della 
gran nerezza. Sue proteste di castità, ec. Vede 
la casa di Pantalone. Non ?a intendere , perchè 
xipq gli abbia accettati in quella , e pe?eh$ |a 
tenga così chiusa . Ha brama di spiar dentro , e 
4' ^PP^gare i suoi sospetti , Guarda per una fis* 
sarà della porta. Sue maraviglie di vedere un* 
fanciulla bellissima, che piange, e lavora di cal- 
zette. Sua satira sol buon vecchiotto , che non 
volle accettarli* Che già Suffar, e Pantalone de- 
vono capitar? per quella strada. Vuol procurar* 
(T introdursi nella- casa, priipa che passino. Pie* 
fhia alla porta sena* pacare. 

$ C t ti A U, 

Truffaldino fuori, Swchè di dentro. 

Un. (con i smania) Oiete voi, caro Padre? siete vpià 
Truff. (da se) Caro Pad re/ che? dunque è figlia di Pan- 
talone. Si disdice de' giudizi temerari; corregge 
se stesso. Può darsi, che la tenga in riserva, e. 
lontana dagli uomini. Che fa beney spezialmen- 
te da Suffir, eh' è un fiore di virtù, ec. Gli pas- 
sa per mente, che potess'.esse^e la casta, che si 
ricerca. Guarda nuovamente per la fessura. Che 
: allafe ha un viso da castissima. Dito, e non con- 
cesso, che fosse là casta, che fortuna sarebbe ihdi 
quella! Vuol picchiare, e non rispondere, sino 
che apr$, credendolo sua Padre, diventato ma- 



ATTO fili AÉltì. Zs 

lo'. $>e apre, si ficcherà iti casa, le tetterà lo 
specchio nel viso , e scoprirà , s'è la casta . (picchia) 

Sarc.Wlz, caro Padre, siete voi? pariate. 

Truff* (cenni di silenzio. Picchia) 

Sarc.Oh me iti eschina/ chi sarà, che fia? 

truff. (silenzio, picchia, e fischia) 

fare* (dulia finestra) 

Misfera me? Chi sei? di chi dimandi? 

Truff.Cht l'ha burlato, e non ha aperto} ma farà tan- 
to, che Scoprirà > s'ella è la basta . Prende lo 
specchiò, e si mette in varie posizioni ridicole 
per la scena pet incontrar in quello il viso di 
Sarthè , affaccendato, e furioso; 

Art. Che fa colui? quai pazzi gesti, e sciocchi! 

Tfrtjf.Segtte con le sbe posizioni, si va ritirando con 
la schietta vèrso la inuraglia sotto la finestra col- 
lo specchio dinanzi per incontrare il visodiSar- 
chè; dopò vari scorci Io incontra. Sua allegrez- 
za: grida, che lo specchio è lucido; che ha no- 
tata la casta; che non vede Torà, che giungano 
Sufiar, e Paritalòne per rallegrarsi , ce. 

Sàrc. Pantalone ! ei conosce il Padre mio, 

Che da unte ore manca? Oh, almen potessi..,.. 

* Ditemi, galantuom, voi conoscete 
Pantalone, mio Padre? e dov'è mai? 

Truff. Che lo conosce benissimo^ che l'ha spedito egli 
in quel luogo. 

JVtrr. Ma dove lo lasciaste? è lungi? è sano? 

Thfjjf.Che, se non apre, e non gli dà merenda, non 
saprà di più una sillaba . (a parte) Vuol prò* 

F 3 



ftf lEm Ri; DEI GENJ 

curare d'entrar in casa, e mirarla nello specchio 
con maggior comodo, perche gli sembra impos- 
sibile, ec« 
Sarc. Movetevi a pietà d* un'affannata 

Misera Figlia , che suo Padre adora, 
Tmff. Ch'egli k un uomo onotato; ma che io materia 
d' ostinazione non la cede ad un mulo , Che le 
dirà tqtto, se aprirà, e le darà merenda j altri* 
ménti x ec. ' 
$tfrr. Che indiscreto/ Apri*?* cfie & f \ mai ? 

( si ritira ) 
Trujf.ANefrQt che vuole assicurarsi! ma che a lei non 
dirà il secreto, yedc in gualche ^istanza Staffar, 
e Pantalone, Sq^ impazienza f Che fortunata bur- 
la dev'esser questa! Spinge la porta peri» fret- 
ta, S^rc$ apre 5 entra, chiude frettoloso ♦ 

SCENA III, 

Sujf or, e TMdtot* 

tuff, -(t* st tìspcrtto) 

Perirà dunfue Regiio? Io desolata 
Rimarrà sempre? Invan fra tante, e tante * 
Fanciulle cercherassi un 1 innocente? (pensoso) 
?*nt, (tré sii Chi me cavasse sangue, son seguirò, che 
no me n« vegneria una giozza v Le parole del 
ZeiiriMM et tnio muramento .... Devo esser a par- 
te della tribolazion de sta Famegia ...... ho aura 

da sacrificar tatto in so favor....... «o* quanto è 



ATTO QUAfiTO. 8 7 

innocente mia fia, e concie l'ho educada Ah; 

Zeim,. *e questa è la to volontà, ti voi troppo 
sacrifizio da un Pare amoroso.... ti dovevi piut- 
tosto averzerme el sen, strappatine le viscere, 
el cuor. (piange) 

Sujf. Piangete! adunque non v' è pia speranza? 

Tant.hl perdona, Maestae; pianzo la so circostanza; 
ma no despero, Ghe xe delle abitazion solitarie 
.di sta parte sotto la montagna; troveremo fora 
qualche pnttella innocente. (a parte) (Bisogna 
lontanarlo fe qua; questo xe un Jogp pericolo- 
so. Finalmente el Genio ha lassa dubbio, che se 
possa ttpvajr sta eroina. Se l'avesse volesto mia 
6a, el Paveria tfomandada alla prima, t'ha dito, 
che , se la se trova , e no la se ghe consegna , 
nascerà la becca-ria j ma co no la se catta col 
specchio alla man, bon dì sioria ; se xe fora d' 
obbliga*ion « In conclusion mia fia no ha da an- 
dar in tele zatte al diavolo per complimento.) 
JVJaestae, oa perdemo tempo. El Genio voi ras- 
segnazion > sollecitudine , obbedienza ; andemo 
sotto el monte vicini la se lassa servir. 

SCENA IV. 
Truffaldina in attenzione dalla finestra, t ietti. 

Suff. IVI a Truffaldino con Io specchio manca. 
Dov'è nascosto il scellerato? invano 
Senza lo specchio getteremo i passi. 

Truff. (a parte) Sua risata . 

F 4 



U Zttìfi. ÉE DÈI GENJ 

fc*«r.Mo xe ino vero la. Che cagadonao/ L'i vegnfi 
avanti, Maestae, l'arerà tira dretto; no gh'è al- 
tra strada, che questa; el troveremo; noi podc- 
mo fallar. La se lassa servir, (a parte) Me braso 
a fermarme qua. 
Traff. (a fatte) sua risata* 
Sufi. Andiam dunque, buon vecchio-, alla fortuna. 

(in atto di partir tutti due) 
TVtfjf. Dalla finestra. Cu, cu. Dove vadano; che si fer- 
mino, che ha trovata la casta, la cista, ec. 
Tant.Oimè, cossavedio!.. cossasentio.' Mtestae, que- 
sto è un colpo, che me leva la vita, (cade in 
svenimento sopra un sasso , od un tronco) 
Sujf. (assistendo Pantalone) 

Misero Vecchio/.... Servo .... chef mi narra.-,. 
Trujf.L* casta è ritrovata ; Io specchio sta lucido, 
incido; «noi giuramenti. E' figlia di Pantalone. 
Gliela fera vedere. Chiama di dentro la Signora 
Barche; chfè giunto il suo Signor Padre, ch'esca 
subito, eh* è in svenimento, perch'elfo è casta. 
Su$. E fia possibil mai? Ti compatisco, 
Vecchio infelice. Qual* evento è questo 
Di giubilo non men, che di mestizia/ 



AffO&tJA'fiffQ. .*$ 

S C È N A V. 

Sàrcbè, Truffaldino, Suffar, TaUtalùMi 

(Sarchi esce frettolosa; Truffaldino borioso t accompagna , 
tenendole lo specchio con insistenza dinanzi la faccia^ 
e le impedisce d'inoltrarsi, dicendo: ecco la casta, ec- 
ce la casta, ec. vien ballando, e cantando . Suffar s 1 
avvicina, guarda lo specchio, fa un atto di stupore. 
Truffaldino si ritira in casa , per finir una merenda , 
o per altro.) 

Sarc. Padre ..* dov'è mio Padre? ab, ctó ridotto 

L' ba in quella estremiti ? 

(s'avvicina a Tantalone) 
Suff. la patte) Ole bella effigie! 

Qual vago portamento, e qnal soave 

Sguardo amoroso! In sì rara bellezza 

L'innocènza indicibile s'annida, 

Volata da ZeitìH Got mio , da quante 

Passion preso sei, da quali acerbe 

Agitazion d'amor lacero, e vinto ì (pensoso) 
Sarc. Padre, ritorna in vita; io son tua Piglia, 

Per cai ricchezze, ed agi abbandonasti f 

L'unico oggetto di tua pace, il solo 

Riposo tao, l'amore unico sono 

Delle parerne tue cure amorose. 

Ritorna in vita, Padre, deh ritorna. (pi**g*) 
Suff. (a parte) Misero Padre f misera fanciulla! 
Giel, di quanta costanza, e di qual cruda 



9 p £EIH Jt$ DEI GENJ 

Rispluzipn mi vpoi capace? Cieco 

Povevi farmi | ed a sì cara voce 

Sordo ^ oijd'i» bop r «dissi j o noli volerà 

TaJ sacrifizio dalla volontade 

D'aij, phe a tijttf i flagelli è ornai disposto, . 

Ma non a questo, Io sì gran mal tion soffro. 
fpnt. (romando in se) Chi me /a revegntr f Chi me 
chiama a una vita x che me xe odio** pia delia 
morte? Sarchi , slontanete . Le io earezae xe 
corfellae af cuor de to posero Pare . Zeim , ti 
ha dito el vero; son casca in redo, san a parte 
delle calamità de sti Principi ; ma con $he for- 
ma crudel, ma con che diabolica tirannia ! Fi» 
mia, ho zurà de àcriticaur tona per el ben de 
sto Preneipe; no *veria mai credcsto, che.el sa- 
crefizk) cascasse sQra de ti. No ho podesto te» 
gnir sconta a bastia la topeifoaa, la to virtù. 
No t^ posso salvar, Devo darte fai preda * un 
orrido mostro, a on spirito inferaal, o vederle 
a perir tecerada dattfistesso mostro sotto i mi 
occhi. Zeim, gnefla fiera tremenda, 4elU qaal 
t'ho parla lentie volte, te deve possedè?. Ti no 
fi gha più Fare, mi no gko più Fia, e no $o x 
come no se me arerts* le «cere dalla passio», 
dal cjolor. (?***&) 
Sarc.TitW de' possedermi! io da te lungi !.<«, 
Ah, Padre, per pietà dalle tue braccia 
Non mi staccar, deh salvami, se paoi, 
P4/ff.Nqt gh"$ pia caso, le mie vìscere ; ho zara al 
Cielo senza preveder la mia, e la to desgrazia. 



ATTO QUARTO. 9 i 

No gli* è opera umana, che te possa stivar 5 no 
far più graftda cotte to preghiere Pangossa de to 
povero Padre; rassegnemose al nostro destin. Se 
ti aie xe stada obbediente per el paisà , rasse- 
gnate a sta estrema obbedienza ; za so , che ti 
gha fupr de farlo* Quello xe el nostro Re ; né 
gavemo gnente a sto mondo, che per el saPren- 
cipe no se deva sacrificar r El tributo della so 
persola a Zeim porta la felicità a una femegia 
ficai pp pressa, e nell'ai tipa desolatoli del so 
Regno innocente ♦ Chi averia credette» , che V 
averta edaci con tant^ parità de cottami, e de 
pensieri, dovesse tirane addosso una fatalità ca- 
si grand*? Ra Segrete, fiaj ti perisci par la fe- 
deltà del to Prenci pe, e per salvezza d'an Re- 

^ gno, d'an Popolo, Tfi resterà almanco immorsai 
nella memoria dei omeni , sin che mondo xe 
mondo, Vorri** che sto reflesso podesse slezerir 
el dolpr de to Pare j ma el colpo xe troppo, 
improvviso, troppo fatai, troppo barbaro* 

Sarc. (inginocchiandosi * Suff.) 

Signor^ pietà d'un infelice Padre t 

D'ona wisera Figlia. Alcon riparo 

Abbia la mi> sventura. Dal paterno^ 

Seno non ini staccate. Abbia il bnpn vecchio 

L'unica Piglia, che all'estremo pqsso 

Gli occhi gli chiada A e di* riposo all'ossa, (piange) 

Suff. No, resister non pHQSsi« Io non ho forza 
D'esser crudele « Schiavo son d'amore, 
Più mio non son} dispor di me non £***+, 



9* £Éttò RÈ DÈI &EHJ 

Sorgi , Sarchè. Buon vecchiotti rallegra j 
♦ Povera vita io scelgo in questi boschi 

Di costei sposo, è tao compagno. Il Regnò 
fili scordo, le grandezze, ed i tesoti, 
*Tutto rinunzie. Posseder non puossi 
Maggior tesoro di SarcBèj, tua figli*. 
Un sì raro tributo il crudo mostro 
Nelle mora esecrande attenda invano: 
frjft.Oh sì, grazie, e onori. Come parlela ? Sogne- 
la? Xe questa la promessa , che la ha fatto de 
esser obbediente, de avvezzar el so cuor à spo- 
giarse delle pia forte passion , per el ben del 
so Regno, dei so sudditi , che perisce per le so 
passae direzion ? El sacrefizio , thè me tocca a 
far per ella, me dà libertà de pirltrghe con co- 
raggio ; nonostante gbè domando perdon . ^ 
tìzion, che- la vorrià far, no xe generosa J rè un 
amor proprio , un stimolò della sd passion , che 
la orba a segnò de desmentegarse i manali del 
Genio, e la strage, che sarà fatta in sto ponto 
de Èli pòvera innocente , de ella , de mi, de 
quanti impedirà la consegna del tributo de sta 
vittima desfortunsda. Fia mia", no gh'è più spe- 
ranza. Te benderò i occhi, te coronerò de fio- 
ri ; fa forzi a ti stéssa, che la fazzo anca mi, 
e andemo al to sacrifizio. 

(risoluto U prende per mano) 
Suff* (trattenendola con violenta) 

Férma» tecchio crude! ; non fia mai vtro. 
{tuoni, e lampi, oscurità, te.) 



A f T 2 U A BI 0. 5> ? 

jW.Velo qua. Oimei, senio tqtti morti. Zeta, fer- 

mete per pietà; ti vedi la mia innocenza. 
fare, (risoliti*) Cedasi al mio destili. Padre, io ti segno. 

(entra con Pantalone) 
Suff. Cedasi; mi rassegno. Abbia Balsora 
Felici tade, e pace. Il suo Monarca 
Altro npn av^à più, che angosce, e morte. 
(disperato sepie Pantalone) 

$ C E # A vj. 

7Vnjf:[Spaventato dai tuoni esce. Non vede i compa- 
gni. Li vede in lontano. Che ingratitudine! Gli 
ha fatti allegri, e l'abbandonano, ce. Sue voci, 
li chiapifi senza creanza, asini; li siegue, ep. 

SCENA VII. 

Camera oscura di notte nella Reggia. 

vtlcouz* c fe dorme sopra larghi origlieri, indi Zelila 
con torchietto } e foglio nelle mani. 

ZeL (agitata, e tremante con voce bassa) 

li lessi alfin, tremendo foglio, a piepa 
Di spavento , d'orror, d'angosce, e affanni 
Mi rendesti a bastanza. Incenerito 

(V abbruci* al torchietto) 
Rimanti, onde non resti alcun avviso 
♦pi mi* sciagura, e, come tu destini ^ 



94 Z.EIM RE DEI GENJ 

Solò %rma «' Infornai, e sia custode 
Quésto misero care de 1 tormenti, 
Che in lui Fregiasti, (volgendosi *A Me.) 

Aerato Sposo •«* Sposo 
Il più èuro iodi Moglie, esser non devi 
Mio Sposo. La tra fcelièa perisce; 
-Ta titilla saper dei 4i Sua sventerà ; 
Forse pKi ne» atrrf mióva di lei . (piange ) 

Ma a che mi perdo in lagrime?., co&tanza 
Vi chiedo , o Nomi , al sacrifizio mio • 
{s'accosta ali* stanca dì Dugmè, fisa il torchiti, 

iOy e segue un voce baita) 
Zirlila, Zinna! esci fuor; Melica io spno, 

SCENA VIIL 

Pugtnè, Zelica, e Ulcou^, che dormii bugine si* 

eguale rivestiti., e ntlV acconciatura a 

Zeli e a in tutto. 

Ùug. La ccomi a' ceimi vostri, o mia Regina * 

(in atto di baciarle la mano) 
ZeL Deh lascia d'umiliarti. Io più Regina 
Chiamata non sarò; più non son degna 
Di tributi d'onòr. Fra poco, o Zirma , 
Non sarò pifc chi sono, « tu tnedesma 
M'abborrirai, toi «scorderai j*er sempre* (piange) 
Dug. Che vi contorta? Qh*ì funesti arcani? 

Quài tetri ttobbj? e quali offese a Zirma $ 
ZeL Amica, questo dì, che il più felice 

Esser dtfrvea per me, giorno è fatale.. * 



ATTO QUA RÌ Ó . $$ 

Fiera maladizion sin dalie Àsce 

Ebbi da uh Gesto. Il dì delle mie notar, 

Che fuggir Don dovei, cambiarmi io deggio 

In un'orrida belva, e qoe&a «otte, 

CE* esser lieta dòvria per una Sposa * 

Ì0. notte i più funesta* A) suono appunto 

Dell'ore cinque, il tniò destisi si compie» 

Pochi minuti a questo pittato estxeine 

Mancano, amica, e per grattar' anni , e uà giorno 

Nella forma bruta! devo Star chiusa, 

Pria di tornane all'esser mio 4i donna. 

Orror, ribrezzo estremo al duro passo 

M'occupa, 2iirma; io non ho cor bastante 

D' inconratrar la sciagura» Il tuo pietoso 

Conforto aggiungi, e, quanto puoi , m'assisti . (piange) 

Dig.Misera me, che sento! Ah, mia Regina, 
Forse vano timore.... Al Gel divote, 
Con le ginocchia a terra umili , unite 
Chiediano soccorso; un sì gran mal fila tronco. 

Zel. I! destino è 4 immutabile* Mia fidi, 

Mira lo Sposo mio nel Sonno immerso 
Per arte mia, perch' egli non s'avveda 
Dell* infelice cambiamento mio. 
Miralo, Zirtna. E' quello un generoso 
Prìncipe invitto, ir più tenero amante, 
II più vago fra gli nomini, e gentile, 
L'oggetto a me piò caro. Al vicin giorno, 
libero questo Regno il suo valore, 
E lieto deve fare. Egli m'attende 
Al talamo nuziale. Abbandonarlo 



>> 9* . ZKIM RE DEI GE'NJ 

Deggio, e cambiarmi in una fera orrenda: 
Che fia di lui, che fii di me, mia cara? 
Chi mi soccooe al mio distacco acerbo ?{piangc) 
Uug.lo mi sento morir ... svegliami o ... ei sappia .. * 
Egli forse averi qualche riparo. 

(m atto ài svegli &e Me.) 
gei Fermati; no; che fai? fermati, amica; 
Io perirei per sempre. Odimi, Zinna. 
Poco ti dissi y e delia tua pietade 
Bisogno ha- una Regina. Ho poco tempo 
Da poter favellarti. Io per quattrini, 
E un dì, dovrò restai belva deforme. 
A Termine avrà la mia condanna, e allora 
Che mai sari di me? M'ascolta attenta} 
Odi lusinga sola a me serbata* 
Trovar doveva una fedel mia serva, 
Che mi somigli, e negli abbigliamenti 
Renderla a me simile al crudo punto , 
Per quanto mai può far l'arte-, e l'ingegna, 
E occulta man supplisce a ciò/ che manca. 
Questa occupare il mio posto di Moglie 
Deve, sin eh' io la mia forma ripigli f 
E cedermi quel dì celatamente 
L'amato Sposo, e di Regina il po^to* 
Molte schiave cercai i tutte infedeli, 
E impazienti alle mie prove furo. 
Jn te sola, mia Zinna, pazienza, 
E fedeltà trovai. Ma chi m'accerta 
Di tanta fedeltà? Tu del .più vago, 
Tu del più valoroso Becche viva. 



ATTO QUA* T 0. 97 

?-. Resti Sposa, e Regina, lo aelfe selve 
Sozza belva vivrò. Passato il tèmpo, 
Sconosciuta, e mendica a ritrovarti 
Verrò, s'io vivo. Ab come soffrir deggio 
L'amor mio, l'uom, che adoro, il caro Sposo 
D'abbandonare a un'altra donna in seno 
Un sol momento, non che il l nDgo tempo , 
Di mia condannai e come sperar posso, 
Sì tormentoso sforzo anche facendo, 
La prodigiosa fedeltà? Q na | ser va, 
Fatta Regina, a si bel Sposo in braccio, 
D'amor, d'ambizion potrà spogliarsi 
Ritornar serva, e altrui ceder il posto? (piante) 
Dug.iem franchezza) 

Zinna il potrà. Se la sciagura vostra 
Inevitabii è, mia Principessa, 
Calmate il vostro duol per quanto l'aspro 
Caso vostro concede. Io non funesto 
Con le lagrime mie, che tengo chiwe 
Maggiormente un destin troppo crudele. 
ZeL (con furore) Ahi, traditrice../ Amor di quell'effigie 
(mostralo sposo) Già t'ha colpita... Di Regina il posto 
Gu t'occupa lo spirto... Ilare in faccia 
Mi conforti a costanza..! Ah guai' inferno 
D'orror... di gelosia dentro al mio seno 
Mi si raddoppia..! Il mio destino è chiaro^ 
(aitata, e fmme) Si. risvegli lo Sposo ..."egli 

abbia avviso... 
SI perisca. per sempre.;. Io sarò priva, 
Sin che vivrò, di lui... ma., iniqua schiava/ 
Tom. IV. 



G 



$8 IE1M UE DEI GENI 

Né meno sarà tuo..., 

(in atto di torture ad uék<mz^ poi si tratiene) 

> Che fo..I Che penso../ 

Potrò rimaner beivi, insta dfio viva! 
Non più sparar di posseder chi adoro) 
Quali angustie al mio con./ come non spiroUfH*£* } 

Dug. (Commossi) e prendendola pe* ww mono) 
No, cara amica... Ab, l'espression scusate 
Confidente d'amor. Zinna e capace 
Di maggior fedeltà, che non » crede. 
Compiasi il destin vostro. Io sarò schiava 
Di voi , benché Regina. Il giandift vostro ~? 

Sia vostro asilo, e ben sarà mia cara, 
Che il tempo dell'orribile condanna 
Men noioso vi sia per (pianto pnossi. 
(convoce pi ang.)Yoì chiedeste conforto; altro conforto 
Una misera schiava non può darvi; 
E se sollievo alcun può darvi il pianto, 
Che all'estremo dolore estrema forza 
Uso a frenar nel sen, questo i tm torrente 
Di lagrime sincere, e questi sono 
. I più teneri baci, e più fedeli. 

(piangendo iirottamentele bici a la mano . Suonano V ore) 
Zzi. (spaventata) Taci.; il momento è giunto. 

. (terminate di suonar le cinque ore) 

.Ah, Zinna... assisti 
La sventurata tua Regina.... Sposo.... 
Come poss'io da te staccarmi?.. 

(ella si getta nelle braccia di zirma) 

Dug. (piangendo) Numi, 



ATTO Q1TABJ0. > 9 

A che tnì riserbaste/.. Vita mia, 
Tcco potessi almen cambiar destino • 

Ztl (agitatissima) 

Io sento , amica,- un orrido ribrezzo. •• 
Triema r interno .... mi si gela il sangue •» 
Oh Dio, che ambascia../ Zinna.., il caro Sposo ... 
Non è mio Sposo... è tuo... Tu nel mio posto 
Possiedi I'idol mio... possiedi il trono > 
Ch'io ceder deggio... Mi compiangi almeno ... 
Io ti ricordo, il mio caso funesto 
Ticn celato a ciascuno... o'non più fine 
La mia condanna avrà... Ma il tacerai?... 
Troppo ti fui tiranna... e troppo acquisii .« 

, Le tirannie perdona... Io fui crudele " 

Per provar la tua fede... Oh Dio! mi cambio... 
Zinna , io mi cambio ... Oh Dio / • . forza mi manca ; 
Più non mi reggo... Qual dolor!.. Deh Zinna, 
Dammi coraggio ...addio, Sposo... addio , Zinna. 
(Ella si cambia in una tigre. Tal trasformazione 
fi* eseguita assai bene. Mie parole. Oh Dio! 
forza mi manca ec. Ella cadeva sopra un vi- 
cino canapè y ai arte fatto per un tal cambia- 
mento. Cambiata fuggiva) 

Bug* Qsal spettacolo enorme ! e come posso 

Non morir dall'angoscia! KpÌMgO 



G * 



ioq ZEIM RE DEI GEJfJ 
SCENA IX. 

Ulcou^, e Duerni. 

\AU. [destandovi Jt# qu*l Tomore, 

Qua] calpestio mi pesiti 

(*i leya no* veduta 44 &*&»$ 
£*£• (da se) E tacpr deggio» 

Un'umil schiava avrà per se lo Sposo, 
Che la Regina sua cotanto amava, 
E , mentre l'infelice e in tal miseria. 
Zuma lieta starà , Zinna ftdel$ 
Macchierà la 911* fede? (piange) 

y#c. (avanzandosi} E pur nel pianto,, 

Zelica, ancor ti nvro? Io qui t'attedi 
Al talamo nuzial , quanto bramasti , 
Sicché improvvido sonno *I6n mi colse. 
Né so dir come, che inquieto molto.... 
Deh la mestizia inopportuna tropea; 
Non trascorrano pipai le più lifte ore 
(Fra sospi? vani , s irragionevol pianti . 

(prendendola per mona} 
pMg. (con sostcnute^x*} 

T'allontana, Alcoaz. Sappi» il che pianto 
. , Ragionevole è in me più, che nqn credi. 
Se mesta prima fui, ben a ragione 
Mestizia m'assalia. Funesti sogni, 
Vision di spavento mi faceano, 
Qtial mi vedesti pria. Non son più sogni, 
Non false illusici); ma cagion vere ? 



ATTO Q tf A R T Oi iot 
Sposo, ho di pianto* In questo punto, ch'io 
Veniva a te> coinè promisi, sappi, 
La rispèltabii ombra di mia Madre 
M'apparve, e mi parto* Questo è il romore, 
Che ti svegliò dal sonno. Ella mi disse. 
Che per qoattr'anni, e un dì teco non giaccia, 
O questa vita a te si grata, e cara 
Rimarrà estinta j a* sacri Dei giurollo, 
Poscia disparye. A violenze avvezzo 

&. Non £ Alcòuz. 6e violento, e insano 
A me t'accosterai, non sarà vero, 
Ghe tu mi porti. amore 5 e, se par deggio 
JWorir, saprò darmi te morte prima 
Cen questa mano . (dolce) Ah , no ; so , che tu m'ami, 
E che m'ami da ver; che questa vita 
Cara sempre ti fa. Soliriga, intatta 
lasciami in pace, e per quattr'anni,e un giorno 
T'appaghi il solo dir: Melica è mia. (entra) 

méte. Che ascoltasti, AIcohz? Qual colpo è questo? 
Or non son'io Sposo felice, e lieto? 
Quanti arcani i fi oli dì/ Qoattr'anni , e un giorno...» 
Ah, nulla intefido... gelosia m'assale... 
Zelici mi tradisce ... ha occulto amante, 
Che dallo Sposo suo la tien lontana. 

(odesi un suono di strumenti militari) 

SCENA X. 
Tortigli*, Brighella, ^ikou^. 

Ttri^Bmg. Armati, furiosi. Che scusi, se s'inoli - 

ho nelle stanze scerete. I Mori circondano, 

G 3 



io* ZEIM RE DEI GENJ 

assalto è vicino , il suo consiglio è necessario ec. 

Me. Aprasi la Città. Chi non è vile, 

Mi segna a) Campo. II mio furor si sfoghi 

Nella strage de' Mori, o trucidato 

Resti Alcoùz, che Ja sua vita ha in odio. 

(entra disperato) 

Tart. Che diavolo abbia, eh' è còsi disperato? 

Brig. Non è da stupirsi. Anche Tartaglia sari stato 
disperato tre ore dopo il matrimonio ce. 

Turi. Non dice male; ma non vortèbbe, che Alcouz 
avesse fatto alle pugna coli la Regina. 

Brig.TSfon è tempo di perdersi in ciarle da pettegole, 
quando s'hà'la bella occasione di farsi sbudel- 
lare ec. ec. (entrano tutti due) 

S C E N A XI. 

Palagio di Zeim. 

Zeìm sulla porta tutto animalesco. 

(verso il di dentra)<Jenj miei fidi, a me dopo tant'anni 
Giugne la casta, ed innocente donna,. 
Che mi fa lieto. Questa Reggia allegra 
Con soave armonia tal donna accetti. 

(odesi un 9 armonia soave) 

SCENA XII. 

,Sarchè, bendata gli occhi, con ghirlanda di fiori , con una 
mano appoggiata al braccio di Pantalone, col? altra al 
braccio di Suffar. Suffar, e pantalone oppressi dal pian- 



ATTO QUARTO, io? 

to colle mani agli occhi. Truffaldine con lacero /in- 
fetto agli occhi) e Zeim. Si ferma la sinfonia) 

Zeim {avanzandosi ) 

V ecchlo , tei dissi , a parte esser dovevi 
-Della tribolazion. Suffir, ti sforza 
La passione a vincere più forte, 
lode agli Dei, 2,eim possiede alfine 
Chi ben degna è di lui. Zeim fia lieto. 
Vecchio, Suffar, verso Balsora andate 
Che tutta è in arine. Io de 9 miei Geni un stuolo 
Spedito ho in sua difesa. Avranno i Morì 
Rovinosa sconfitta, e fia Canzema 
Superatala momenti. Nel tesoro 
T'introduci, Snffir; la rara Statua, 
Che non ha prezzo, troverai riposta 
Sopra il suo piedestallo. E' tuo il tesoro; 
Potrai valerti, e fia Balsora in breve 
Tutta giubilo, e festa. E' la virtude 
De' Figli di Faruc, di te, buon vecchio, 
Di Sarchi, a tal ridotta, che dal Gelo 
Mena , che tronca ogni sventura sia. 
Solo m'offende il tagrimar; ma dessi 
La vostra umanità scasare in parte/ 

(Prende sorcio per un braccio) 

Sor e. (baciando la mano a Pantalone) Addio, Padre. 

Suff. (baciando la mano a Sarchi) 

Sarchi, mio core, addio; 

Truffa suo urlo di pianto. Zeim entri nel Palagio con 
Sarchi $ si chiude la boscaglia) 

G 4 



*64 ÌKIM Ut fcEt GÉKJ 

Tatti. Oh Dio, schioppo, no posso più. (c*4e con un 

brucio al collo di Truff.) 
Suff. Deh sia di morte il duol, che il cor m'opprime. 
(cade con un braccio al collo di Truffaldino dati 9 
altra parte) 
Truff.Suo imbroglio. Trae di saccoccia un pez*o di 
formaggio, od altra cosa ridicola; la mette sotto 
al naso or all'uno, or air altro a piccioli passi 
sostenendodoli ; entrano. 

SCENA XIII, 
Bosco, o campagna; 

Mischia di Mori, e di soldati d'jtlcou^* che combattono 9 
ed entrano. 

ùlcou^ e Concerna combattendo. 

Me.\^tài } Canzema, al tao destin. Sconfitto 
E 9 già il tao campo; almén la vita salirà. 
Can%. Perfido, tradhor, salva la tua. 

Non è vinta Canzema. Io sola basto 
Contro a' nimica miei. Della tua mpxtc 
Contenta non sarò. Da 9 cani voglio 
Divorato, veder quel corpo iniquo . 
(assalta Mcou^ fieramente. Segue duello.. Mcout^ 
U ferisce mortalmente ; cade la spada a Concerna) 
Hai vinto... Ah, non hai vinto... la mia morte 
Solo di questa man trionfo sia. 

(trae un pugnale y ed entra , ferendosi) 
I4lc. Ferma, infelice; infernal alma, ferma. (la segue) 



ATT Q Q 91H T a. x*s 

SCENA XIV. 

Brighella, e Smeraldina combattendo 

trig.LJeh, collerica mufferia, ti ferma, 
Guarda colà. L'ai timo fiate sdoglie 
La tua Regina. Il tao nel ventre serba; 
Smer. Misera !.. ah, già che il naso t'ho serbato, 
Trionfa ancor del mio sospiro estremo. 

(C assalta, segue duello; Brig. la disarma) 
2r/g.Otè, con la catena d'ora camino 

Sì cinga quella nera, a lei conforme. 

(due soldati la incatenano) 
$mcr.(suoi Iojx*, e tforfì) 

A Belzebù voglio seguir Canzemar. 
Lasciatemi ammazzar, cari ubbriachi' 
Mrig.No, no; si safvi. Air Adria saltt Zattere 
Opportuna barbina andrà compagna 
Al famoso Leon con gli altri cani. (entrano) 
(segue un ridicolo duello di Tartaglia ] e i y un 
Qtoro, in cui il Moro resta vinto) 



io< XEIH kK BEI OEITJ 

ATTO QUINTO. 

Stanza del Tesoro, 

fiorassi sul suo piedestallo coli 9 altre statue la statua, 

eh 9 era tnancantf . Questa sarà coperta sino 

ai piedi con m pannolino bianco . 

SCENA PEIM A. 

Suffar, Mtou^t Fantahne^ Tartaglia, Truffaldino, 
e Brighella, 

Suffar X utto, Alcouz, t'è noto, Ecco la statua 
Già qui riposta. Avanzar deve l'altre t 
Di pregio , e tutto ancor questo tesoro 
Immenso , <he qui vedi. Ella doveva 
Farmi felice . Per Suffar nel mondo 
Non v'è felicitaste. Jo ti ringrazio 

t. Di' quanto il tuo valor , Y animo grande 
Fece per questo Regno, Sieno lieti 
Sotto al governo tuo questi , a me cari, 
Poppli. Tutti i lor danni sofferti 
Risarcisci, che il puoi. Tal'è il tesoro 
Libero or fatto, ch'ogni povertade 
Cambiar può in opulenza. Alla Sorella; 
E a te tutto rimanga. Aspro ritirò 
Sia per Suffar di pianto asilo, s'egli 
Esser potè cagion del sacrifizio 
Di chi piangerà sempre, e dalla mente 
Nessun trar gli pottà, fuorché la morte, (piange) 



ATTO QUINTO, so 7 

Me. Non di letizia è pia di te capace 
L'amico tuo Alcouz, L'unico oggetto 
De 9 miei desiri, Zelici indiscreta 
Mi discaccia, vaneggia, e ne' giardini, 
( Inaudita follia 1) dietro una belva 
D'atroce aspetto, e mansueta agli atti, 
Sospira, e piange ; seco vuole albergo , 
Seco cibo, § riposo, Alle preghiere, 
Per staccarla di là, prieghi a noi porge 
Per non volerlo; alle minacce, irati 
Con un pugnai se stessa della vita 
Risoluta minaccia, e per qoattr'anni, 
E un dì, vuol, che Imeneo per me si* vano. 

(piange) 

Vanì, (d forte) Le desgrazie xe grande per lotti, el 
tetnpo però li poi consolar; ma un povero pa- 
re, che abbia dona al diavolo so fia per far scr<? 
vizio, no gaveii piò pase in eterno, (piange) 

Tart. (a patte) Bisognerebbe, che piangessi anch'io 
per complimento; ma questi gran tesoti mi toc- 
cano il solletico, e nop polio t 

Brig. (m Truff.) Che diavolo di statua possa esser quel- 
la, che vaglia più dell'altre? ec. 

Ttuff. Stri una statua di formaggio , ec. W desidero- 
sissimo di vederla,, 

Sujf. (disperate) Com'è tronca, ^eim, ogni sventura 
Ne' figli di Farne* Ah, che i flagelli 
Sieguono ancor sulla sua Stirpe afflitta, 
Sulla sua Corte, sugli amici tuoi. 
Dugmè rapita d^le fasce. Zelica 



io8 ZEIM H£ BEI C£5t 

Smarrita ha la ragion . Lo Sposo rao> 
Di tanto meritevole, si strugge 
In ragionerò! pianto. Il virtuoso 
Vecchio Ministro dall'angoscia è oppresso, 
E più cT ognun Suffar per la pèrduta, 
Innocente Sarchè, di questo core 
Sola delizia» è disperato. Amici» 
Sforzi , virtù, rassegnazion che valse? 
I tesori rinunziò, il seggio, il Regno « 
Scoprasi alfin la statua , che a me costa 
Tante pene,- e fatiche, e tanti spasmi* 
Vaglia un tesoro por; per me più vile 
Oggetto esser non può. Fuggo il vederla, 
Ghe più m'attristerei, se per lei perso 
Ho il cor, la mente, la mia pace, e l'alma* 

{in atto di partire) 
Tart. Brig. Truff. Corrono per iscòprire la statua . 
Vola il panno, che la copre ; si manifesta Sar- 
chi, vestita da Principessa* Tutti attoniti chia- 
mano Suffar. 
5*£ Sarehè la statua! Ab , che non Vi tesoro , ET 
ver, che la sorpassi 

(corre allegro, la fa discendere dal piedestallo) 

Pm*.(suoildzz i à' a llegre?zz*9 esorpresa) Sarchc ... Sarchi. . 

Sor e. (corre a font.) Ah, Padre mio.... (P abbraccia) 

Font. Sostenteme fia..,\ stroppeme la bocca.... l'anema 

xe sui lavri.... rio gho denti da poderla teenir... 

l'allegrezza me mazza,, (suo svenimento) 



ATTO &UJNTP, jo* 

S C E N A II. 

jipxesi il prospetto. Zeim risplendente, e vestito in m+, 
gnifico trionfo , da un* parte ha Zeììca > dall'Altre 
Dugmè. Tutti maravigliati , e rispettosi alla su* 
comparsa . Zeim con le Donne discende dal trionfo 
tenendole per mano. 

£ff/m IT rofano, pia non dir, che la virtude, 
Che lo spogliar di passion P interno 
Non rimuneri il Gel. Sarcbè ti rendo, } 
Sii sposa tua. Non v'è nessun tesoro, 
Che una statua simil pareggi in terra. 
Eran questi tesor quivi serbati 
Per dote di costei, che a te li reca. 
( Suffat punisce * Sax che \ lox mute cerewnic ) 

ZeimZeikà generosa, che se stessa 
Sacrificò per ben de 1 tuoi vassalli, 
Merita di troncar la sua condannai 
Che belva la volea quattr'anni, e un giorno. 
Tempo verrà, che i casi suoi vi narri. 
Libera ad AIcouz Sposa la rendo. 
( Zelica s 9 unisce ai Mcow^; lor mute ceremonie ) 

feim Lieta è Balsora, la sua Corte, e il {legno t 
Premio può aver ciascuno ne 9 tesori, 
Che vani di Zeim non sono i detti. 
Forza però, necessità, Sarchè 
Zelica, jl Vecchio, e te, Suflkr, ridusse 
A generose azioni, e generoso 
Amo? xe$e Alcouz. Buffar, è questa 



no ZEIM R£ DEI 6ENJ 

Dugmc, tua Suora, che rapita in fasce 
Fu da Zeim, e da Zeim la scola 
Ebbe della Virtù. Che beli* esémpio 
Di virtù volontaria, a chi soggetto 
E* nel mondo a servii 1 , Dugmè non dona? 
Dugmè, non ha Zeim premio Condegno 
À una serva fedel, coinè tu fosti. 
Più d'uno Sposo, e de' tesori immensi 
La grazia vai di chi t'ascolta* tJmile, 
Quanto sai, guanto puoi, premio dimanda; 
bug. (facendosi intanai) 

Aniitìe grandi, a* miei compagni astuti 

Sta a Cor più il premio mio, che i lor tesori, 

E le lor notte. Ah, se una serva, in vero 

Fedelissima a voi, puà meritarsi 

Un premio di perdon, supplice il chiedo. 



IL CAVALIERE AMICO 

SIA 

IL TRIONFO DELL'AMICIZIA 

TRAGICOMMEDIA 

tV CIZTftVB ATTI. 



n.3 

PREFAZIONE. 



I 



1 Cavaliere amico, e la Doride sono due Tragicom- 
medie, ch'io composi pregato dal Sacchi. Egli desi- 
derava d'introdur nel Teatro, accreditato perle va- 
lenti Maschere , delle rappresentazioni senza di quelle, 
per aver quafche sera del riposo^ e per porre in qual- 
che credito la sua Truppa, combattuta da'ser} degli 
altri Teatri, anche nell'aspetto del serio. 

Il Pubblico non era di ciò persuaso, e non aveva 
il torto. La Truppa del Sacchi era alquanto sfornita 
di Comici abili a sostenere un' azione scenica seria 
premeditata e il Pubblico per andare al Teatro del Sac- 
chi voleva veder le Maschere, o non favoriva i suoi 
spettacoli . L' attenzione di questo diligente, e bravo 
Comico Italiano, che intende le circostanze de* tem- 
pi, ha ridotta ora la sua Truppa capace, e ben in- 
tesa in tutti i generi « 

Il Cavaliere amico fu rappresentato la prima volta 
a Mantova, ai 28 di Aprile Tanno 176*. Mi fu scrit- 
to, che l'opera aveva avuto un buon esito. Entrò 
in iscena a Venezia nel Teatro di S. Angelo Tanno 
stesso ai itf di Novembre, e fu replicata • Non fu 
Tom. IV. * W 



£iu veduta sul Teatto. Ci serafino delle ragioni , eh' 
io non cerco di sapere» non essendovi necessità. Di- 
rò solo, che l'opera è tratta interamente dalla sesta 
novella d'Agnolo Firenzuola, morto dngent'anni, e 
più saranno. 

La Tragicommedia è scritta in versi , salva la par* 
te di tre personaggi, eh' è in prosa. La necessità di 
dover impiegare il Tantalone, il Tartaglia senza te 
Maschere, e la Servetta, per iscarsezza di Attori» 
mi fece scriver in prosa là parte di questi tre per- 
sonaggi, non atti a recitare in versi, e abilissimi 
per la prosa. La parte del Pantalone è in dialetto 
Veneziano. Ho detto di dare alle stampe le mie 
rappresentazioni , come furono recitate : non altero la 
foia proposizione. Il Cavaliere amicò ha molte irre- 
golarità, ma, se l'ho scritto, e se fii recitato, deve 
anche compier il suo viaggio colle stampe. 

La Doride entrò nel Teatro di Mantova ai ai di 
Giugno l'anno 17*2, e in quello di S. Angelo di 
Venezia 'ai i$ d'Ottobre nelP anno medesimo . Ebbe 
un evento felice, e fu replicata, ma non portò uti- 
lità alla Truppa Sacchi x poco accreditata allora ne IT 
universale per le rappresentazioni senza le Maschere. 
Fu ripigliata in varj tempi, chiesta dalle Darne. 
Ella s f esporle ancora qualche volta . Mi fu' chiesta 
per molti Teatri di varj Collegj. Ebbe la fortuna di 
piacere in ogni luogo. 

Nulla più dirò sopra queste due Tragicommedie, 



iti 
che potrei intitolare Drammi flebili. Elleno non en- 
trino nel numero di quelle rappresentazioni , che ca- 
gionarono rivolta . Un solò riflesso farò sopra di esse . 
Un Poeta, che voglia ajutare una Truppa Comica 
sola , la quale sia in credito per un genere > e in di- 
scredito per un altro nelP universale , non farà cer- 
tamente grand* onore a se stesso, ne darà grand 1 utile 
alla Truppa soccorsa, se la vorrà occupata in quel 
genere, -di tt» non <è creduta ddPamiv.ers|k capa- 
ce. Il tempo, il f anfbigmento degji Attori, e 1* in- 
sistenza lunga senza riguardi allo scapito della borsa, 
può giugnere a far il prodigio di rènderla Fortunata 
generalmente. In Italia, e spezialmente Hi Vene* 
zia, I moki Teatri, i gusti, e i partici divisi, e 
coltivati da' Comici., fanno dicervellare \ Poeti. j_J 



M a 



II* 
F E i $ Q If 4 (? C /, 



Ew» silfio, cavitimi min di 

©on Ramibo, Cayalier dissoluti. 
&onxa C4SS4NÙUA, Mairi di A IM*"*, 
Donna cieli*, stretta di 4, Ratyro, 

PQN QRUGoàlOf 
lbGQr$XH4T0R$> 

Giansimonk, NafiiolefM, servo di D. Ramiro t 
sdLfssÀNpkp , vecchio Vcneym* Segretari* 4* 8, 

Silvio . 
Ckcchìna, *erya di 
lucR£zi4 y vedova, che non si vede, 
li coi GvQLitimQj che non parla, 

XIN UF*IZULB, 

SQL dati, Lacchi, e Staffieri, 



la Sctna è in Palermo- 



Affò PftfMO. 

Camera di D. Ramiro. 

SCENA PRIMA. 

ààn Ramiro a sedere > appoggiatoti un tavolino con una 
mano aUa pianeta y in malinconia. Donna Cassandra y 
è Danna delia, piangendo entrano é 

tton. Cassandra V dteà partir lènza vedervi, e. feci 
Qiianto sforzo potei , ina noi sofferte 
Il cor fli vostra Madre. E* troppo grand* 
l'amor di Madre; D Ramiro, io parto. 
IÌ Gel pei* me fi dita, guanto costa 
li mia partenza al cor di vostra Madre. 

{pia*£t> lo stesso fari Donna Clelia) 

DìEam.Vòì partite/ ove andate? 

Don. Cast. Sì, Ramiro, 

Partir deggiò'ib: deVo appigliarmi al fine 
À Un rio tieStin per non soffrirne un peggio. 
Ha la vostra condotta ornai Consunto . 
Dèi patrimonio assai, senza rimorso* 
Sfrenatamente; e vani mille volte 
Faro i consìgli, i prieghi, ed i lamenti 
Di vostra Madre, e de' parenti vostri; 
Le lagrime (ut valse , ed i singhiozzi 
Di questa sfortunata figlia mia* 
Sorella vostra. Ceder non voleste , 
Non ravvedervi. Alfin necessitade 
Mi fa ubbidire a' miei congiunti. Al fine 

1&3 



tiS IL CAVALIERE AMICO 

L'onor mio, la mìa nascita, il mio grado, 
Di questa afflitta nubile Io stato 
Volea riparo. Posto fu il riparo; 
Questa ad abbandonarvi ora mi sforza. 
D.Ram.Qual riparo? guai fòrza? 
Da». Cos. lo recai dota 

In quest'albergo , e nascita. Il crudele 
Destin per mia sciagura m'ha voluto 
Vedova sconsolata. Agli andamenti 
Vostri indefessi , A* dotali mie 
Ragioni dalla Corte furo intese, 
E per il minor mal, d'una porzione 
De'beni oggi il possesso m'ha, ordin^tq, 
E del Casin di villa, qui alle mqra 
Di Palermo vicino. Ventimila 
Scndi> ben tutti il sanno, ave^ di rendita 
Questa famiglia vostra air imufiatura 
Morte del c*ro Sposo, vostro Padre j 
Or cinquecento appena questa misera 
Vita sostenteranno, e l'innocente 
Nubile abbandonata figlia mia. 
Farò, compio potrò. Le idee passatf , 
D'agi, e di servi a me convenienti, 
Dimenticar dovrò. Stentatamente 
Viver sapremo, e nel misero stato, 
A cui m'ha condannata un inamano 
Ingratissimo .figlio. ' 

i piange, Dqrm* Cieli* fa la stesso) 
p.Rdm. (sorgendo) Ah, Madre, è vero. 

Contro voi^icontro la Sorella mia , • 



ATTO PRIMO. 1:9 

Contro a'Parenti, è ver, non so qua! forza 
Mi condusse ad oprar. Tutti ho traditi, 
Ma più d' ognun tradito ho me medesmo, 
Io stato, l'onor mio. Lasciai gli amici 
Adorni di prudenza, e i traditori 
Geco ho seguili. Un amor stolto, foli?, 
Tiranno del cor mio, mi trasse in mille 
ETror, di me non degni. Al vero fui 
Sordo, ostinato; al vizio ardente, e pronto. 
Dissipate ho le rendite; più incauto > 
Più furente garzon di me non visse. 
Troppo benigna, troppo sofferiste, 
Madre, sin or. Oh come mai sì tarda 
Vi riduceste al necessario passo 
Di riserbare asilo, e vitto a stento 
Alla figlia, ed a voi? Ragion vi moye, 
E prudenza alla fine. E pur, mia Madre; 

(dolce in atte di rimprevtri) 
Mi lusingai sin* or, che né ragione, 
Né prudenza, o consiglio nel cor vostro 
L'amor d*un figlio superar potesse. 
No cara Madre, no. Porse il momento 
Oggi era, tardo è ver, ma ch'io ravvisto , 
E pentito seguissi il dover mio ( 
Lagrimande compunto, e forse «.. 
Dot, Cass. Bamj 

Non aggiungete altre promesse e t^nte, 
Che spergiuro vi rendano, e abborribile 
Maggiormente alla Madre, al Ciclo, aTinogdto 
Più cangiar non mi deggio, e invan tettate 

tf 4 



•ito IL -GAVAlilEBrE AMICO 

Ciò, che voler non posse, e che l'udire . 
M'etnpic di nuove angosce. Addio Ramiro* 
Clelia, seguite vostra Madre, (basso alla stessi) 

Ornai 
Sento commosso il cor; s'io più mi ferino, 
Pei voi, per me non ci sari pia asilo , 
Più stato; e scasa non sarà, che vaglia 
Presso a' parenti miei. Partiamo. (cntn) 

p. Rm. Madre. 

Crudel, sì andate, e voi, Clelia, segnitela; 
M'abbandonate, sì. So, ch'io non merito 
Compassione alcuna. E' questo il ponto 
Da me voluto. L'ultim'ora è questa, 
In coi s'adempia ogni mio danno estremo. 

Dm. delia {piangendo) 

Oh Dio! morir mi sento .... oh Dio, Ramiro 
Io giuro al Gel., che a questo aspro abbandono 
Forza è, che mi conduce, e ch'io cagione 
Non son di ciò. Ma che mai non si fece 
Pria del nostro partir? prìeghi, minacce, 
Sospirar, lagrimar che valse mai 
Per ridarvi a dover f La Madre, io stessa, 
Sino il Go verna tor, che pnr avea 
Qualche bontà per la famiglia nostra, 
I Parenti, e D. Silvio, amico vostro, 
Amico virtuoso, e raro esempio 
Di questa età, fedele a voi cotanto, 
Vi divenne alia fine oggetto d'odio. 
" Di viziosi una turba dissoluta, 
Ebbra, vile; una Vedova immodesta, 



ATTO tH IMO. tu 

Attra, finta, indegna; un serro iniquo; 

[ Un scellerato, un empio D. Gregorio! 
Fiato amico, seguiste, che sol brama 
La vostra di'struzlon. Fratel, ricordavi; 
Da stirpe vii l'indegno ebbe la nàscita. 
Che fa sempre cagion d'inganni, e frodi 
Per catara, ed istinto. Il Genitore 
Di Ini, deh vi sovvenga, con raggili 
D' usure lorde, e le gabelle sue 
Con tirannia condotte, e stragi, e scempi 
Ricco s'è fatto, e aborto stravagante 
Entrò tri Cavalieri. 

2>. Rm. A Don Gregorio (cMsosmuteqyO 

Della mia vifa fio debito . Scordata 
Vi siete. voi dì quella notte oscura , 
Che quattro mascherati con le spade 
M'assalirono a un tratto £ Egli fu quatto, 
Che, abbattendosi aMatto, in mio soccorso 
Espose la sua vita, e m'ha difeso. 

Pan. del. Eh, Ramiro, io fo so. Gli assalitoli 
Erano sue persone, ivi mandate 
Da lui mfedesmo sol per assalirvi, 
E per darsi egli merito, fugando 
Chi doveva fuggire. Io vi ricordo, 
Caro fratello, die di me s'accese, 
Che fu sì temerario di proporvi 
Un dì con me le noxze, e che quel glorile 
la nascita, l'ardir suo diprelzaste, 
E sorridendo mi negaste alfine. 
E come mai dar puotsi, ch'oggi amico 



i** IL CAVALIERE amico 

Vi .*$ cQtfli, phe §rde^pej ipe d'inoro, 
P ch'arde anpot? Colai) che fa da toì 
yilipesp, spretato, e della suora 
Confjfjtr^tq indegno? Ah, Don Ramiro, 
Temete 4Ì 6 r ?g9 r Ì° alcun disegno 
Sce)|?satp, ipfer^le, JS' forse giunto 
Oggi *1 $qo fifl JjfJfjnafo. Il Gelo sfojjrt, 
S*io dicq \\ v?ro, e non oscuro forse 
E 9 il vero agjj qp?|ij miei. 

p. R4*p. IfpllfrjciÙ Q Mì h ▼* hasti 

Seguir J«t genitrice, p lo spoj|lh|npi 
Di beni, e vitto, ed il lasciarmi in mezzo 
All^flg^fi*, al lqc|i|irio, alla yergogna; 
Ma nop sprezzate almeno con ingiurie 
Chi sol mi re(t^ r Pa phi dona aita 
Puossi soffrir rimprovero. Non soffro 
Da phi mi strqgge esser trafitto mai. 
Per pogdannar me stesso ho cor bastante , 
Sento i rioporsi..., pepso... Ite alla Madre; 
Più eppressp non vi foglio. 

Don. Clelia O Dio, fratello, 

Deh mi scusate , io non ho colpa} il rio 
Destin..... mi scpppla il cor. 

(ypU firpnger!} per mano, vie* ributtata* 

&. Ram. Partite. 

Don. Clelia Addio. 

(piangendo fmO 
jD.R4in.Ah che pqr troppo io merito dolore, 
E rimproveri, e strage. Infida Donna, 
Crude! Lucrezia, tu la cagion prima 
Sei della mia miseria , e pur non posso 



A T T P » l M 0. f*j 

Tollerar chi t'accusa. Di Palermo 

Tutti gli occhi or saranno in me conversi* 

Già m* intruonano il capo i gran discorsi , 

Che a mio danpo faransi «, Ecco il mio servo : 

Porse qualche soccorso egli mi reca, 

Qualche sollievo r Or dimmi) Giansimone ? 

Frapco ragiona: al colmo ;on de' piali, 

Ad ogni peso ho le mie spalle pronte • 

Che ti disse il Cugina che ti rispose 

La Zia paterna? e al fin che riceventi 

pa- parenti per ine} com* hanno intesi 

I miei prieghi, i quei debiti, il mio stato? 

S C E If A \L 

qiansimone, e tytto. 

Gians. Avete le spalle pronte, sì? 

D. Ram. Sì, parla franco por! non tape* nulla. 

Gìans.Vostro Cugino %|Ia ricerca» che io gli feci del- 
le cento doppie a presfanga..»* Ah, paro Signor 
Padrone, non m'obbligate a dir pia altro pef 
capti. Sento, che m'accendo tutto. jNè vostrq 
Cugino, né vostra Zia, ip somma nessuno vuol 
più sentire a nominarvi; tatti piegano di soccor- 
rervi. Che serve, ch'io vi mortifichi colla sec- 
cai; che ho sofferte^ 

D. Ram. Dunque npn c'è pietà. Parenti indegni! 
Ma un indegno son'io. Che carta è quella f 

Gians. Questo è un viglietto di vostro Zift paterno. 
A dirvi il vero, avea qualche sentore, che vo- 



ii4 lt CAVALIÈRE ÀJtlCO 

atra Madre si staccasse da roi . Mosso dal tiriti 
buon cuor, chi presi arbitrio di pregarlo pèt par- 
te vostra, eh* impedisse il passo; 'gli protettesi 
the cambereste vita. Mi guardò con un occhiò 
di serpente; mai flon Io vidi sì bratto . Scrissi 
in fretta, mi diede il aglietto, e disse due pa- 
role dirette a me, che mi fecero tremare il pol- 
mone. Le ho ancora salto stomaco i e temo, che 
penerò a digerirle. Prego il Gielo, che il vigliet- 
to sia differente di stile 
B.hm.Sì, leggerò, dà qui; sieno parole 
Cfudeli a segno, che il dolor m'uccida. 
Tutto vo 1 sofferir. Chi senza freno 
Errò, collie fec'io, non trova mfai 
A bastanza tormento, che il punisca. 

Qcgp tini foxrf 
ferii U Madre vostra, mia Sordi*, 
Si ridusse a quel passo, che si dice. 
Fu mio pensier qiéattr>a*m seno, t. volti j 
Che dalla rea vostra condotta lunff 
Si ritirasse. Vn scinto amor la terme. 
Misera , sfortunata , con l' amore 
Vincer sperava un folio scellerato. 
U Vostre pari anime indegne perno 
Vincer forìc le carceri pia tscure 
Nel fondo delle torri, o te ritorte: 
U bastanza siri ara è il mìo Impiglio 
Balle ■■batsezV* * rei costttrrd offeso. 
Certo (e fórse il rimedio non è tanto 
tonta» } quarto vedete) il far, che trote* 



A T T T R I M i \*$ 

. Sia la nostra vergogna > e il vostro corto. 
Quattro muraglie al buJQ, due catene 
Saran l'albergo vostro, insin che morte 
levi un mostro sì enorme. U questo modo 
Sol puossi riparare a uno spettacolo, 
Cb 9 una pubblica infamia stabilisca, 
Muojo d'angoscia a immaginarlo solo* 
fià vostro Zio non so». Come! Sì gravj 
Sono gli eccessi miei? per questi om^i 
Tanto abbandono merito, e castigo? 
E tu, crude!, potesti questo foglio 
Recare a me, d'ingiurie, e di minacce? 

Gians.lo sono servitole, e devo ubbidire. 

p.R*m. Dimmi di grazia, sono i falli miei 
gì grandi poi» che sopra questo capo 
Un abisso sì grande di miserie 
Me ne debba venir, canfora provo? 

CrJAtf'Oìbò; a me non pare; ma, quando l'uomo si 
riduce a segno d'aver bisogno d'altri , allora è 
degno d'ogni male, d'ogni rimprovero, d'ogni 
minaccia. Chi non vuol darajuto, copre sempre 
il suo difetto coli' addossar demeriti , e peccati 
al meschino , Chi e in bisogno , i in discredito , 
e tutto ciò, che si .dice sulle spalle del poveret- 
to, si suol credere; e chi l'abbandona, ha sem- 
pre ragione. Se la bassotta , che vi fu avversaria 
sempre, v'avesse empiuto lo scrigno , si direb- 
be; Gran Don Ramiro) è con tutti, pratica tut- 
ti; ma è prudente, ha testa, sa regolarsi. Ognu- 
no vi vorria bene, v'esibirebbe favore ; 4 .c$, 



iaè IL CAVALIERE AMICO 

eh' òggi si chiama vizio in voi , ? intitolerebbe 
gran spirito! gran tot* ♦ La Signora Lucrezia, 
vedova, che t* ha tosi maledettamente spennac- 
chiato, ti coltiverebbe, si di ri a, c'ha gran talen- 
to, eh' è saggia, e la casta Penelope. In somma 
l'uomo, che ha d** zecchini, è virtuoso ; ognun 
lo pratica ^ dhi te pvatica, <è galantuomo , chi lo 
biasima, è un asino, un invidioso, e una frasca 

; senza giudizio. Io, che vi fono servitore fedele 
nelle vostre disgrazie , sono certo , che ni di- 
ranno bricfcotoe, ladro ; ma non m'importa; il 
Cielo vede il mk> cuore y e questo basta. 

JX ILm. Giansrùion v (ftaireimone , 'sembrerebbe , 
Che tu dicessi it ver; ma tran son folte. 
So, che seguito ho il vizio, e la virtude 
Ho abbandonata. La virtude, e il vizio 
Son due contrari, « al mio seguitando» 
Misero? io so, die wn giunto all'estremo 
Dell'infelicità. Deh dimmi ancora, 
Vedesto k Cocchina, cameriera 
Di queir iriSda di Lucrezia i 

Gidns. Signor sì, ho fiftt© con lei «te* discorsi grandi 2 
e ride. Mi disse, che la vedova le ha commes* 
so, che, se v'avvicinate alia sua porta* va rove- 
sci in capo risolutamente qualche cote , che non 
sappia drrote, eleggi©. Scasate, se parlo schietto. 

D.Ram. Ingrata, ingrata, iniqua! Ahi, phe^più, ch'altra 
Sciagura, è questa, *che mi spezza il core. 
'Come potè l'indegna tanti spasmi, - 
"Tanto amor dimostrarmi , «e eì gvan tempo 



Atto p t i ti o. hj 

Finger gioja, doìor, piànti, k «ospiti? 
Era gelosa, andavi in sfinimento, 
S'io fingea l'indisposto . Io ptfr da uh pbVertf 
Tugurio, e dà meschini alati laceri 

t Fai che la trassi ad fin àppartitmfcntò 

Di ricchi addobbi, è di àrappi, e di gioii 

Le ho donato un tesoro. Anima in&egffcl 

Con quant'arte talora ricusavi 

I doni miei/ come, accettando alfine ; 

Grata si dimostrava a tal, ch'io grate 

Del suo accettarli, tutto mi struggeva 

Nel ringraziarla. Ah cambiamento? ah ingorda! 

Uen or t'intendo, e ben vile son'io, • 

Se non prendo vendetta. E degli amici 

Che mi narri? di me che di con mai? 

Gitns.Y infamano 5 più amici non conosco. 

D.RAm. Giovane, dissoluto, ecco un esempio 
In te per mille pari tuoi. Don Silvio, 
Amico caro, amico mio, Don Silvio, 
Dolce amico , che tanto per Sottrarmi 
Da' perigli faceste con parole 
Saggie, e col pianto in vano, e meritaste 
L'indégna noia mia per ricompensa, 
£ l'abbandono alfin, che mai direte? (piatte) 

Gìans.GW sfoghi, e il piangere, Padrone, sono cose 
vane: qui bisogna o aiutarsi, o morire. E' qui 
fuori quel mostaccio da Mummia, il Mascagno, 
quel vostro benefattor vecchio, che ha (ptéì gros- 
so credito , già sapete. 

D.Ram.Mz che farò? £>ì, che non sono in «Sa. 



x*S IL CAVALIERE AMICO 

Gians.E* Urdiy ho detto, che ci siete. 

D.Rm. Anche tu, infame , cerchi <di vedermi . 
Oppressa, disperato , desolato? 

$f4**.Non, Signore; lasciate eh 9 io vi dica .Io ru- 
minando, per l'amore, che vi porto , sopr'al 
&MQ rostro,,... Ma l'idea vi parrà cattiva ...... vi 

mostro il cuore; non manco mai del mio debi- 
to. Il credito del Mascagno è di tremila scudi. 
Egli è ricco d'entrate, ma ha una grand* ambi* 
tione, una gran boria di provvedersi di un pa- 
lagio magnifico. Si danno di questi matti . Io 
mi sono accorto della sua debolezza. Questo pa- 
lagio vostro.*- mi v'accendete nel viso ; non 
parlo più, 

Z).JU«. Commi uscirà dalla paterna casa 
Agli usaraj venduta! andrà ramingo 
Quache indecente asilo ricercando/ 
Qui, dove nacqui, e gli Avi miei son nati, 
Padron piò non sarò? dovrò dar Inogo 
A gente vii, che qui signoreggiando 
Con decorò vivrassi, t a scarso fitto 
pi piccioletta stanza, un dì mancando, 
Io verrò forse discacciato? Ah, iniquo /~.~ 

Gt0H$. Sensate, Padrone $ il mio buon cuore mi sug- 
geriva.... basta...... il Mascagno è qui fuori..... se 

non vendete questo palagio... anderà ben ... Non 

me ne intendo,,,,. Non vedo però decoro 

Qui si può glnocare di spadone I creditori 

uniti inderanno nel fòro , e più solennemente , 
* con maggior vergogna , e discapito lo intro- 



a rio r r i m o. X i, 

matteranno, e ve lo porteran via con gli ani; 
e poi con forza vi faranno uscire...... 

D.Ram.lo con la forza fuor di casa mia? 

Gians.Nof voi siete riscaldato...... in somma il Ma- 
scagno è qui fuori..,.* ma, perdonatemi, almeno 
lasciate, ch'io finisca i miei riflessi . A me pare, 
che, venduto con> vantaggio a chi n'ha voglia, 
si potrebbe fare- l'interesse vostro megKo : . Col 
Testo de r danari , che avanza dal pagamento di 
costui, si potrebbono saldare alcune piaghe le più 
puzzolenti j v'avanza qualche cosa ancora ; si 
prende un carino, galanterie, bagattelle lo for- 
niscono; mi pare, che non ci sia vergogna . I 
casini sono alla nppda . Basta , non parlo piò. 
Qui fuori è il Mascagno $ iiiogna risolvere qual- 
che cosa* . - 

D.Ram.Sly va, discorri-... tratta.... ma ritarda-- 
GU dirai, che dimas concederemo* 

Gians.Ma, se vi rincresce ...-. " 

D.JUro.Non dir più oltre, va, non tormentarmi. 

Giuns.Ben» v'ubbidisco . (a fétte) Questa è la codi 
di tutti gli stocchi. Se bob do compimento a* 
miei interessi aggi> ho finito di sperare ne'suoi 
disordini. (entra) - 

S CE N„ A . III. 

Don Gregorio , e Don Ramiro. 

D. Qreg. AmicQ, gran giornata oggi faremo. 
Il pranzo corre alla Locanda dei 
Tom. IV. I 



i 3 o IL CAVALIERE AMICO 

Colombo. Il cuoco è buono. Una dozzina 

Di beccafici» ci saran *per lesta; 

Lo scopalo è perfetto. Ci T Orefice , 

Che conduce la Moglie ..... già sapete. 

Biagio, beccaio, la Consorte ha seco, 

E avxà l'amica Don Raimondo, *jueHa, 

Che si sospeua , se sia, o non sia 
. Sua Sposa» Voi k vostra vedo veNa 

Già condurrete? Abbiano un forestiere. 

Ha dell'oro. Le catte ci saranno. 

V'accerto» che godfemo mille mondi. 

Voi siete cella nota, ricordateti..... 

Ma che diavoi avete? 
D. R*m. Eh, Don Gregorio, 

Ho bea altro pel capo, che Locanda, 

Che beccafichi, e scopulo. Non Tengo. 
Jt>. Crrj. Carne? Terrete ben. Sarebbe questa 

La prime volta .»... oh bella! chi vi tiene ? 
D. Ram. Mi tiene, amico, Kolthna rovina, 

Le miseria maggior, che dar si possa. 

Quelle miseria , die se il vostro amore 

Nosi ripara, aon morto . 
D Grcg. Morto/ morto! 

Che dia voi dite? 
D. Ram. Sì, i parenti, tutti 

M'han vilipeso; i crédito* son mille, 
Vogliono ilpagamento. L'assassina 

Lucrezia in casa pia per me non trovo. 

Altro non dico. Io sono, D. Gregorio, 

Nell'ultimo sterminio, rovinato, 



4 IT 6 fRÌMO, 131 

ftabbiofp, &fp*frto> piò hotì ttòvo 
Chi tai guardi, e «l'accolga, ed a momenti 
Jtfon Jk> più albergo. 

fc. &*£. 4 £*rtó (Ègl| ì ridotto alfine , 

Doife previdi. 0^ Donila Clelia e mia.) 
Dà cQiftb) D. Ramiro > i* tosi strano 
Caso vi ritrovate i Così pesto > 
Chi vi riduce a tanta estrtmitadel 

fc.frwfcìyoa mi chiedete fuetto» Io solo, io «io 
Fai ft cagiòft della miseria mia» 
Sei mila Stùdi sol> fehe voi mi deste 
A fruUo> Itwtferebberò * por argine 
Alle dìsgravi* gràijdi. Ho decontratti 
Estinguibili a tempo» e delle rendite, 
Che presto sono franche* Io cercherei 
Nelle àritaate fortuna , e forse in breve 
Farei l' affralì taziofi. 

1* Greg. Qh> Don Ramiro, 

Per l'amicìzia nostra ve lo giuro, 
Non sono in grado di servirvi. Ma 
Ben vi ricorderete , ch'io vi chiedi 
• Donna Clelia in Consorte, e ch'io voleva 
Farle una sopraddote. E* questo quanto 
Posso esibirvi aneor. L'alleggerirvi 

* D'ali tal peso è vantaggio, e forse allora 
Potrete rimediar più facilmente 
A' casi vostri. Questo è quanto puote 
L'amicizia esibire. 

Z>. Ram. é parte (Ah traditore! 

Or apro gli pjpchi , e tardi presto fede 

I * 



i 3 2 IL CAVALIERE AMICO 

A Clelia, mìa So re Ha.) Don Gregorio > 
La vostra esibizione al doppio accresce 
Le angosce mie. Direi.,/, ma* mr.... Sappiate % 
Più Soretta non ho, non ho più Madre, 
Clelia dipende dalla Genitrice , 
Non più da aie. La Madre s'è pagata 
Della sua dote, e nel Casi» di villa, 
Presso atte mura, è gita, e la sua figtfa 
Condotta ha seco ; io non ho arbitrio alcuno. 
(a parte) O rimorso, o dolore, o* confusione f 
Quanto t* offesi mai, D. Silvio amico, 
Solo amico, Dòn Silvio; invan mi pento, (tour*) 
JXGrfg.Va, va; di quefl* ardita negativa 
Di darmi tua Sorella per isposa 
Vedrai la mia vendetta. Non potevi 
Più crudelmente trapassargli il core, 
&'io non possedo Clelia, disperato 
Tutto farò; che amor non vede lume* 
O Giansimope, come van le còse? 

SCENA IV, 
Gi an ti move, e ietto , 

Guns. Varino a pennello. Ci manca il fargli vender 
• le brachesse solamente, o poi è coronata l'opera*, 
/>. Greg. Già nsimon , non stancarti ; oggi è il gran punto % 
Queste son dieci doppie, e spera sempre 
Maggiori benefizi. E' questo il giorno, 
In cui l'intento mio sarà compiuto. 
Donna Clelia averò per mia Consorte, 



AMO HIMO, 133 

O sì vedrà, guanto un pensar sublime, 
Una vendetta fa condurre al fine. (entra) 

&a$s. Doppie da D* Gregorio . Al Padrone destra- 
mente si roba un terzo ne'contratti , e ne'rcroc- 
chj* S'ha la Cecthina amante spasimata, che in 
casa della Signora Lucrezia anch'essa accumula 
quanto può. Oh bella cosa) Ma què'due pali in 
piedi con quel trave per traverso con quelle due 
scale appoggiate > e quel pezzo di corda pen- 
. stoloni, ho sempre innanzi agli occhi. S'io vo- 
s'io sto, sino quando io dormo, sogno sempre 
que* maledetti pali, quelle scale f e quella corda 
maladettissima . 



*3 



i 34 II- CAVALIERE AMICO 

ATTO SECONDO. 

Casa di Don Silvia ; tavolino con Scrigno* 

SGENA PRIMA, 
£o* Silvio, *Aless andrò. 

.Alessandri J\h* la tim, ahi gho diga «1 mio sen« 
timento per carità liberamente, Sta eterno % 
degna della so nascita , n£ deli* animo grande, 
che la possedè, 
D. sii. Perche mai, Alessandro * pertW niwh 
•Ales.Xe quarantanni, che servo fri ita casa per Se- 
cretarioi e me recordo P amicizia cordial , chp 
passava tra el Sipr D, Alfonso, so Pare , e el 
Sior D, Rodrigo, Pare del Sior D, Ramiro, J?Q 
me posso desmemegar, che ella» e el Sior Don 
Ramiro xe stai sempre, se poi dir , come do 
fradelli. L'amicizia, che le gaveva insieme per 
el corso de tanti anni, giera notabile, esemplar 
per tutto el Paese , e me recordo , che ano no 
podeva star «euza Paltro, e che i gera chiamai 
da tutti coi soranomi de Castore, e Polluce, Nq 
posso scazzar delia mente, che, quando i morto 
el Padre de Sior P, Ramiro, el Pha chiamadaal 
letto , e che el gha raccomanda l'amicizia con 
io fio. Me recordo, co è morto el Sior P, Al- 
fonso, Pare de ella, el mio caro Paron , che V 
ha chiama D, Ramiro, e piangendo el gha rac- 
comanda l'amicizia, che el gaveva con ella, Po* 



ATTO SECONDO. i 3 y 

veri vecobi ! I xe morti tutti do colla consola- 
la de veder i so fiali, i più virtuosi della Cit- 
tì, ligai insieme d'un* amicizia, che pareva cer- 
tamente, che la sola morte dovesse spezzar ; e 
pò xe tre anni.... Nò digo altro.... là perdona... 
ma no ine par, che vada btn.... basta.... ght son 
boa servi tor ....... 

D.Silvi AVerete ragion. So, quanto voi 
Volete dir tacendo. Io mancai forse 
Con D.Ramiro d'amicizia, è vero? 

^AksMì non arrivo a dir tanto. So benissimo, che 
quando el fiol ha scemenza a piegar malamente , 
a incontrar amor con quella vedova, a esser cir- 
cuì dai malviventi, dalla zente cattiva, la l'ha 
avvisa, la l'ha frastorna, la l'ha condotto a via- 
zar qualche mese , la l'ha prega , sconzurà , la sa 
lagna ; so che l'ha fatto, in somma tutti i passi del 
bon araigo, e che lu xe sta ostina , che al fin el gha 
dito, e fatto anca qualche insolenzà; ma sto averlo 
pò lassa per occhio da tre anni in qua, sto no cer- 
carlo più, sto lassarlo andar a rotta decollo; final- 
mente el ga manco età , e manco esperienza de 
ella, basta .....me par..... la me scusa per l'amor 
del Cielo, me par, che no se dovesse farlo. 

A ufo. Quanto tempo è, che non vi chiedo nuova 
Di D. Ramiro, Alessandro? ditelo. 

*4/t*.Q(ianto sia per questo, ogni dì la me doman- 
da, ogni dì la me ordena , che suga in atten- 
zion per saver qualche cosa de lu. Ma la 
me zonze sempre quel: Vardè ben, che nolsap- 

*4 



*5« IL CAVALIERE AMLCO 

pia che mi recerco de la; vardèben, che noi se 
accorza; vardè ben, che noi penetri gnente.La 
me scusa, ma in sta forma par più, che là latte 
ar saver delle so desgrazie, che noxe,che la cer- 
ca de saverle per f epararle . Per mi , co go con- 
ta che Tè pien de debiti, che l'ha consuma tut- 
to, che l'è manazzà de desgrazie grande, che i 
parenti ghe xe nimici, e che no i ghe ne voi 
saver una maledetta , che el Sior Governatore 
ci qual mostrava della inclina zion , della debolez- 
za per Donna Clelia, che visitava spesso quella 
famegia, vedendo andar le faccende con poco 
decoro, s'ha cava intieramente, ho fenio; a mi 
ine par de dir a bastanza. 

D. Silv. Caro Alessandro, è poco, è poca, è poco. 

tAles.Xe poco? Ghe metteremo sto pochetto dezon- 
ta . Donna Cassandra , so Mare , ha fatto pagamento 
de dota; la ha condotto via con ella la fìolaj le 
l'ha impianta, le s'ha ritiri in tei palazzin qua 
fuora delle mure. 

&.silv.(a parte) Oh Dio, quanto m'incres c t! Avete voi 
Altre nuove da darmi? A Don Ramiro 
Queste son bagattelle, siate certo. 

i/rftt.BagattelIel A un Cavalieri a una Famegia no- 
bile de quella sorte? a un so amigo? La tasa, 
che go un altro recchiottin. Ho sentiò mi Zan- 
siftion , el so servi (or Na^olitan fedel% che gera 
in contratto de vender el Palazzo d'abitazibn , e 

r do man farsi avoro da darghe la niova, che el so 

- amigo xe andì a abitar ìa tuna casetta a pe- 



. Atto S E C H D 0. in 

piati, o in qualche camera a fitto da diese lire ài 
mese. No so cosa dir; per adesso no glie n'ho 
de più belle; poi esser, che fra pochi zot ni ab- 
bia la fortuna de dirghe , che el poveretto des- 
perà, in tnn fiume... no go gnanca cuot d'es- 
primerla. 

D.Silv. Alessandro , è poi ver, che sia Ramiro 
In sì crudeli circostanze? è fero? 

iAlts.Se ghe digo la busia , la me considera un furbaz» 
20 , e indegno de star al so servizio un'ora « 

D. Silv. Alessandro , date ordine, che sia 

La carrozza attaccata. Io voglio andare 
Per qualche giorno a divertirmi in villa. 

tAles.Tiolèi In villa. Cosa mai dirà el mondo ^No la 
lo cerca gnanca? in sto caso? Gnanca una demo- 
strazion de recordarse de lu i almanco cercherao 
de impedir... 

D. Stiviti villa, in villa, io dcggio andare in villa. 
Don Ramiro non cerco. Andate, andate* 

j&ts.(a parte) O poveretto mi ! un amigo de tanti 
anni.,, co sta indifferenza l no vogio più pestar 
l'acqua in tei morte r. La aervo subita, (entri) 

D.Silv.Vorero D. Ramiro ì Ei forse or piange 
Dirottamente i casi suoi . Mi sembra 
Di sentir, eh' ei m'accusi, e a me non viene 
Forse per la vergogna. Oh quanto puQte 
€orruzion di costume ne 9 mortali/ 
Lieva la mente, e ci conduce al passo 
Di D. Ramiro, uom, ch'era pur sì saggio « 
So, che alcun mi condanna, ch'io noi cerchi, 



,j8 IL CAVALIERE AMICO 

K ìphc non impedisca,* Ah, che non feci? 
Ftóato ho di fuggirlo» e credo questo % 
Miglior consiglio! e so» che verrà il punto... 

(vedendo tornirò, ch'entra) 
Né mi soìh> ingannato; ecco il momento. 

S G E N A IL 

Don Ramiro, e Don Silvio. 

Jb.Rm.(fermandosi appena f m della scena, come fuori di se) 

òilvio, 
D*Silv.(tm ttasporto) Ramiro ì 
D.Ram. Se t'infastidisce 

Quest'abborribil mi* pWaénsa, tosto 

Fugga dagli occhio vòstri, 
D. Silv* A me AfcWsikile ! 

Ecco T abbonamento, ctfho per voi. 

(corre ai abbracciarlo, e a k*ti*rl+) 

Venite, amico. Questo alfceifco è vostre j 

E più vostro, che 1 mio. 
D.Ram. D'amiéo il nome 

Più non mi si convien. B|i resi indegno 

Di sì bel nome appresso roi. V* offesi 

In mille forme, e qui sol fenili, Silvio, 

Per confessar, ch'io sono un scellerato, 

Che dell'aver offesa, è alfin perdo». 

L'amistà vostra, il Cielo mi punisce 
Co' fulmini più atroci. I casi miei 

Silvio, sòn questi, e ve li narro solo 

Per mio rossor, e per trionfo delle 



A T T 5 E C JT DO, 13, 

Saggia ptediaign rome, e per morire 
Po^ia, fuggendo, di vergogna, e medi* 
L*mge da questo dima. Io mi son reso», 

D,j//VfNou più} tquo m f è noto. Io io le vostre 
Calamiti, né ho cuore di sentirla 
Replicete 4a voi, Son' io cagione j 
Che per sgerbi, e per lioje, e per fuggirmi, 
Per pungami ulor con le parole, 
jjop doveva lasciarvi, e soffrir tutto 
JPovea costante amico , e paziente v 
Forse perseveranze, e tt«$t*f>?a 
Di starvi a' fianchi avvi* travato H ponto 
Di frastornar^, e di fronte? le rie 
De* vostri maggior danni* Jfl* ti %mo $ 
Che /e previdi k rovine vostre, 
Quélor mirava, chi avevate appresso, 
Previdi ancor, che, quando foste giunto 
AU ? spreme rovine, vi sareste 
Ricordato di aie, che, bob trovando 
Più soccorso in alce», «reste alfo* 
All'amico ricorso, a quell'amico, 
Che, se molesto, assiduo, ed isttnoaWe 
\i fosse stato intorno sempre, forse 
Inntil sarebbe ora, e in questo giórno 
Jjon amereste più, ni avrei la sorte 
D'abbracciarvi, e baciarvi, . ■ . . - 

tfatfnw*** # fati* di ntm*) 

& Ram, Ab, caro Silvio ,. 

Questo linguaggio il mio dolor raddoppia, 
11 rimorso, il rossola Silvio tatete, 



t 4 o It- CAVALIERE AMICO 
Che mi fate morire. Io sono indegno ..♦ 
Lasciatemi partir... (in atto di partire), 

Ù.SilVk Partir! sì tosto (pigliandolo per la mano) 

La mia vista v'annoiar il vostro amico 
Volete abbandonar? 

D.Bmm. Di grazia, Silvio, 

Cangiate favellar'. Le vostre forme 
Mi trapassano il cor. Deh caricatemi 
Di rimproveri acati * Io vo' sentirvi 
Piuttosto direi ^h sciagurato, ah stolto, 
Tu par seguisti la tna vita indegna. 
Ad onta delie mie fraterne cane» 
Delle dolci, parole, per sviarti 
Da* precipizi tuoi, tu par volesti 
Ad onta mia i tuoi vizi; or vanne, e trova 
Da falsi amici asilo... 

D.Silv. Vi proibisco 

Di dir più oltre» 

D.IUm. Ah, i falsi amici, Silvio, 

Il circuirmi*., le lusinghe a., mille 
Laccr, che alla natura, per se stessa 
Inclinata al suo mal... Libri maligni, 
Che a poco a poco rodon la catena, 
Il frea della ragione*. 

D.Silv. Io tutto soffro f 

Ramiro, in voi, ma l'addossar, eh* fate, 

- Ad empi fogli le disgrazie vostre, 
Mi scandalezta, e sofferir noi posso. 
Io so, che infermitadi aveste in tempo 
Da' trascorsi maggiori, e che... 



ATTO SECO N D 0, , 4t 

D.Ram. * • •• Sì amico, 

Gelai> tremai^ che il Gel sdegnato fosse , 
Che punirmi volesse, e nel profondo 
Del cor rimordimemo a' Nomi eterni 
M'innalzava la mente) e al Ciel chiedendo 
Misericordia) la più fragil donna 
Somigliava ne'gesti. Dal periglio 
Uscito, avea rossor. Della primiera 
JSducazion, dicea, far quelli i moti.., . 

&SÌlv.Taci, Ramiro. AI nascer nostro» al primo 
Aprir degli occhi , allo scoprir di queste 
Celesti sfere immense) incomprensibili > 
D'una balia ignorante un detto sol? 
Basta a legarci al core facilmente 
L'edueazion di veritade eterna , 
Che non i educazion, ma sentimento 
A natura congiunto, e con noi nasce, 
Né mai si perde, e tu il provasti, amico. 
Mille virtù, che de' maestri dptti 
Fur di più lustri faticosa impresa 
A stabilire in te, per fiuti caro 
A" mortali, fra noi, perdesti a on tratto. 
Da te fugge ciascun, t'abborre, e sprezza; 
Vizio ha ogn'opra consunto; e i detti primi 
Della tua balia indivisibilmente 
Fitti avrai nell'interno insinò a morte, 
Ne creder mai, eh* alcun mortai gli perda. 
Della miseria tua la cagion prima 
E' il tentg*, che facesti, il sacro fieno 
Spezzai della ragion , Tutto in te scuso } 



14* IL CAVAtlÈAÈ AMICO 
Émpi jm soÈrOy é amici io tìoii li Vòglia* 
Fefst a purgare iM tento ferri» jj Citi* 
Delle MtntMt tut .ftén £ Mrór< nt***» 

JX RdW.Caricatetni pali t>. Silvio i»k*» 
Di toertificaàioni* * di ftioipinvttii 
Ch'io tutto inetta / 

D< uffa ln4m$ihil ftfltf* 

E* l'amiéifci*,. e «e» l' amicai*; 
Sólo empietà ditiriigger la pòtfiebfet* 

I diipndini rotli ip lasciai correr* 
Sol pe# vedenti gl'amico in tratti* 
Nella ro&tfcrf it ftólifio* Voi Meé&« 

II precipilio; ài precipizio fa fah 
Che Vi lasdai trascorrere. La fcolp* 
Delle sciagure Vostre abbiamo iitfieitìt* 
Degli agi m*ì dotate esser A p*rte< 
Porse alcun tarderebbe *d aftaltm 

Di State*, « Platon con ipille detti 1 

(apre U sctifùòy i tra* m krs*> i U tottte in 
tnanù di Di &**iri) 
Mille zecchini, amico, #oftO gagati* 
Negasi vostri Seneche, e Plafoni. 
J più arroganti crednpr chetate; 
Tatto stabilirem . So , che J# Madre, 
E la Sorella T'hanno «bhamJoaatq : 
Vado aiutar di riunirla a voi» 
Io cercherò i parenti * Rallegratevi. 
Pria, che la fanja de 9 maggior di*ordi*i 
Passi di bocca in liqcca, io vadp* t voi 
Della nascita vostra ricordatevi, 



AffO SICOWDtì. t 4i 

Del t'amicala mia, ch'io riconfermo. 
ì {gli dà un Udo in atto di patire* A, Rimiri H4 
immobili con la botta in moto) 

SCENA III, 

Metttnirty e detti. 

UtajLi carrozzi «e prefitti** (vciakti Km.) 
Ma chi vedi* qaa$ 

D. Silv£ì f à f Alessandro | egli è Ramiro, Voi 
Serritelo di ^iiantó gli occorresse, 
Ch'io non pòssa fettfiartoi. Più non vado 
In villa, e avrà fra pòco d'addossarti 
Molte Accende 4 Addio, ftatnito* Allegri * (entra) 

^tles.Cht novità è questa/ ella qui? Mo che gratiei 
Mo benedisso el Cielo * Nd ghe posso di», che 
peso, che me gera al cuor de veder tròncad* un 1 
amicizia, che gera el decoro de tatto Palermo 
da tanti anni. So, che ghe xe sta delle canàgie 
assae, che ha procura sto scandalo ; tni peraltro, 
la sappia, che ho fatto sempre la parte delgalan- 
tomo, sala. La me par molto sospeso... 

Jfr.R4m.Carp Alessandro, ho arato de 9 rimproveri 
Òsi Padron vostro, che mi passan l'anima. 

Mes&U* rimproveri dal mio Paron? 

D.Ram.Sì. Con le braccia aperte egli m* accolse 
Mi baci^ mille volte. Mai non volle, 
Ch'io dicessi i miei falli, e le mie dure 
Circostanze. Aprì «■ scrigno, e in man mi pose 



, ,44 IL CAVALIERE AMICO 

D'oro ani borsa, ed esibì lo scrigno, 
La casi, la persona, ed è partito 
Per adoprarsi in mio favor, per questa 
Anima ingrata, sconoscente, iniqua. 
^/«.Rimproveri- la ghe dise a questi? 
£>.Jl4W>.No, da eloquenza d'uom non nscir detti 
Pungenti a Segno, che in altr'uom destassero 
Maggior rimorso, né maggior dolore 
Dei detti di D« Silvio, e de' suoi modi 
Cavallereschi, generosi, e dolci. 
^ilcs.Fh, de sta sorte de rimproveri la se poi re far. 
La se vendica subito,. Se la me permettesse, ghc 
insegneria a rentfepghe Ja< pariglia mi. 
£>.R*m.Comt mai, caro vecchio? Se il mìo sangue 

Se la mia vita a lui. donassi, mai.... 
vilts.No gh'è bisogno ne de sangue , ne de vita p> r 
refarse col Sior D. Silvio, la senta cosa, che 
ha da far. La abbandona i cattivi amici, ]a man- 
da al diavolo i servitori canagie. Quella vedovel- 
la ... quella Siora Lugrezia... la me scusa... 
D.Rum.(fuwso) Non mi parlate, o Alessandro, mai 
Di qneila scellerata. Dov'io sono, 
Non vo'sentir quel nome. Ingrata! indegna/ 
Per me non è più in casa, o Alessandro. 

(battendogli una spalla) 
Dopo che tanto ben le feci, dopo 
Ch'ella è cagion delle maggior sventure. 
Dov'io sono, Alessandro, vi ri prego, 
Non nominate mai Lucrezia. Addifr. (entra) 
Kstles.Q'imè, oimc. Temo, che no faremo gnente.Da 



ATTO SEC ONDO. 145 
onto d'pnor, che co se tocca la brozt, e che f 
amala ciga, è segno che ghc xe ancori delle 
marce sotto. Oimè, oimè» (eafr*) 

S C £ r N A IV. 

Sala di campagna del palazzine: 
Donna Cassandra, è t>. Grczorio. 

p. Cassaforte) Iniquo! o quanta pena a sofferete 
Ebbi sin' or. 

D.Grtg. Che dite? Io mi credea 

Ntr casi Vostri usar dell' amicizia 
Un atto, che gradiste. Clelia accetto 
. ]Per mia Consorte, e diecimila scudi 

Le fo di contraddo te. Ben sapeva, 
, Che un Cavalier dovea mandarvi, ma; 
Secondo a mg, le son cose ridicole* 
Io sono di buon cor, sincero, e vengo ..V 
Ad espormi in persona. A che mai servono : * 
Tanti raggiri, tante ceremonie? 
L'azione è buona. Io, grazie ài Cielo, posso 
Mantenerla da Dania; io non ho nulla 
Da vergognarmi i E voi che rispondete £ 

Don. Cass. Rispondo D. Gregorio, che: mia figlia 
Da me dipende , e yer , ma ch'io dipendo 
Dall'avversa fortuna* Priva io sono 
Da poterla dotar, come eonviensi 
A una figlia mia figlia, e sol potrei 
Darle lagrime in dote. S'io potessi 
Provedeila di dote ajei decente, 
Tom. IV. K 



i 4 6 IL CÀVAIIE**: AMICO 

JU .risposta ho nel cor r .nei Cor li chiodo; 
Ip dojj Toso privar di quella ione, 
Che le esibite, non avendo modo - - . . 
Di darle miglior sorte • JIcco mia 6glit« 

(esce Dom* delia) 
Cicliti* qui D. Gregorio; egli vi chiede 
Senza dote in Consorte, anzi esibisce 
Di farvi contraddo te ' • Io non risolvo 

w Né un sì, che non vi piaccia, e nn no pur taccio, 
Perchè ne* casi nostri abbiam, sapete, 
Ricchezze di sciagure* Ingiusta mai 
Non vùol 9 esser la Madre! Io lascio * voi 
Tutto* l'arbitrio . Dalle vostre labbra' 
Uscirà la risposta* Io son qui presso. intra) 

S GÈ N A V. 

Donna Clelia, r v. Glorio. 

«w.CWJVle chiedete in ispos*, D. Gregorio? 

Che mai vi muove a tal richiesta/ 
n.Grtjg. Amore, 

Clelia, il più caldo amor, ch'uomo sentisse. 
Don. CleLNi vi aovvien , che ancor chiesta m'avete ? 

Che disprezzato foste? 
n.Grtg. Ah, cara Clelia, 

Tutto amor soffre, e quando amore è forte, 

Ogni offesa si scorda, e non s'ammorza. 
non.CleLE nella dura, e cruda circostanza 

Di Clelia, e di Ramiro, suo fratello, 

Amico sì fedele a D. Gregorio, 



ATTO àtCO»B« è i 47 

Clelia cercati?, e liberal sol latitò 
Siete per Clelia, e sol di Clelia in traccia, 
Avvolto Belle angosce abbandonando 
Ramiro, ino frate!, l'amico vostro? * 

ìy.Greg.là. fui da D. kamiro. Egli tolta 
Ciò, che. m'era irà possibile. Voi chiesi 
Per fargli un benefizio k , egli tei dbse, 
Che di Voi nòh dispone, e die la Madre-,» 

do». CUUD aveva abbandonato, e thfc la Suora > 
l3ipendea dalla Madre. 

v.Greg* Appunto, biava. 

i)Qn.ClclìÈ allora* ÌM^fìe! Ramiro, a voi sì caro, 
Compagno Vòstro, ove stravizzi, e crapule, 
Ed ogni vfeio regna > ève s'arrischia 
Lo stato a'taVolier, già rovinato, 
Voi volgeste le spalle, e l'amor grande 
Vha qui tòftdòtto a chiedermi in Consorti, 
Degli amor vostri sono questi i frutti? 

J>.Grqj k Voi ini parlate, Clelia, in certa forma, 
Che par quasi un'offesa. Io non v'intendo, 
Ne certe sottigliezze romanzesche, 
Scusate, intesi mai. Vi voglio bene, ' 
Voi siete ora in un stato deplorabile. 
V'esibisco la mano, ed agi, e serri* 
litri così sono a Ramiro, a voi, 
Alla vostra famiglia. Eh, amata Clelia, 
Pensate a voi. Lasciate da una parte 
Ciò , che un'educazion di forno vano 
V'ispirò nello spirto. Queste sono 
Caricature antiche. Chi non ha , 

K y 



t 4 S IL CAVALIERE AMICO 

Non $5 questo i proverbio, che non falla. 
Ecco uno Sposo, e ricco; risolvete,. 
tWLCtcLVilt? So ben, che U virtude innalza 
I/uom, ch'i di busa stirpe, e so, che vizio 
Toglie alla nobiltade altezza , e pregio } 
Ma ancora so, che la ricchezza sola 
Non basta a meritarmi . Ti sovvenga, 
Che rignobil tao Padre ti fé 9 ricco 
Co' Dazi, e l'estorsion, colle ingiustizie, 
Colle oso re, e gli ustjrpi, e che ben cento 
Famiglie mesehinette sotto al peso 
t)elle sue tirannie gemono ancora, 
!Tu seguisti i sooi passi, e a meritarmi M 
Per quella nobiltà, che sì disprezzi , 
Credesti ben di circuir Ramiro, 
Di fidarlo in miseria. 11 cor ti leggo, * 
fi so, che il decader della famiglia 
Nostra ti fé 9 sperar la destra mia, 
Chi un dì ti fa negata* La ricchezza, 
Empio, non basta; io non ho cor per lei, 
"Fatti ricco pel Gel, restituisci 
Quanto a 9 nostri Sovrani Con raggiri 
Forse usurpasti, e a' poverelli ri sangue 
Restituisci, che /mendico, e schifo 
Alle Stelle ti fanno* Rimanendo 
Per questa via nella bassezza prima > 
Agli occhi miei pia ricco apparirai» 
D v £rfj.Basta così. Voi m'offendeste troppo, 
Superba, ingrata...* Ma già so, che mo»sa 
Bacete d'altro anror,,^ che a qualche fraic* 



ìì fcor donato avete».. 

itohMeL Taci, inìquo; 

Menti> e sospetti a toirto. Il mio contegno 
Conosciuto è a bastanza. 

è.Grtg. E ben; lo schèrìo 

Diverrete del volge, in casa rostra 
Invecchiando in miseria. 

DtnXlel Tua ttiertede 

Fia questi, traditòr. Di sofferire 
Povertà non mi grava, e sol mi duole 
Dell'infelice mio fratti* La Madre 
Sarà la mia compagna, e se destina 
IlCiel, prima di me, (eh' io supplichevole 7u\in£0*tt) 
Del contrario lo priego) tot la vita 
Alla mia gtnitrice; umil ritiro, 
Dove lange da tante iniquitadi 
Si pensa a 1 Nomi sol, non manca mai; 
Vanne; mai non sperar fa destra mia. (tntri) 

P.Greg. Superba) temeraria! Ah, ch'io mi sento 
Morir d'amore, di dispetto, e rabbia. 
Quanto feci sin' or* tutto fu vano» 
E alfin non valse direzione acuta 
Per averla in Consorte. Ah, nobiltade, 
Sarestu mar pia, ch'una opinione , 
Che in costei t'amo tanto, ed in costei 
Tanto puoi? Sì mi sprègi,. 5 ? Non v'ha dubbio 
Clelia ha qu^Ich' altro amarne... Amor si cambi 
In odiò, ed in vendetta. « Ah, die mai penso! 
Quanto, sei crudo amore ..I Tu mi riempi 
D'un furor tal, che in bruto mi trasforma . (entra) 

K 3 



uo IL CAVAUEBi; AMICO 
3 G E tf A VI, 
Strada in ©uà; 

^ Ca/a di Increti* con balconi, cuscini, gelosie % 
e fappagtdlo. 

Gi ansimene, e Cecchin*. 

cecc. (uscendo idi* pxrtA H 4*n^i4)V^he codina* 

vo, Giansimone? 
Gì >vis. come sta la vedova tu* Padrona { 
ecce. Sta benissimo < Fa la spasimata per il co; Gc** 
gliemo, no ve Ho allocco, e pela, pela forte ,D,Ra~i 
miro, tao Padrone , è già all'ordine per l'ospe^ 
dale> eh? 
Gi\w.Ma non dir così. Veramente aveva commessio-» 
di veùdere il palagio d* abitazione, ma i ricorsa 
a quel suo vecchio amico U, Silvio 2 e urtàmo* 
strata utaa borsa con mille zecchini, che ardeva 
no > e mi sospese l'ordine, 
Cecc. Eh x eh, eb, via, che mai dì taf Ala la mia P*-> 
drotfa gli sari andata in odio , non ci sarà speranza . n 
GiansM* non dir così, Ma,.*, se tu avessi spirito. 
Cecc.M*...hQ del coràggio pur troppd, 
GixnxMi*** mi darebbe l'anima di ripristinar* U ri- 
conciliazione de' cuori v Sconverrebbe, chean* 
che tu facessi il tao interessa t perch'io non man* 
co. Oltre a mille utilità, ho due salari, l'uno dal 
Padrone, V altro da Ùmi Gregorio, perchè lo 
servo in alcun* sue macchino di matematica,. Ti 



ATTO SECONDO. xfx 

,. ricorderai di quell'idea di «posarci, e di pianta* 
. re quella bottega da< òfiè » - ì 

Cfff.Ma.... mi ricordo, e con ho mancato mai di fa- 
re il debito niio • 
Gians.M*.,... dunque avvisa tosto la tua Padróna di 

quanto t'ho detto; e poi ti rivedremo. 
Cfrf.Mao... io non perdo un momento di tempo. 

(entra) 

S C JE N A VIL ;: v.X 

Alessandro , e Giorni mone. 



*>!-> 



Alessandro {in dietro) Zansimon con cècchiq»» * er ~ 
va delia vedova, the no riceve più in. ;cyst Don 
Ramiro I Sier Zansimon, digo, saludemose al* 
manco. (4 Giansimone che sta pensoso) 

Gi ans. Oh, voi qui/ non v'aveva veduto sopra. Tono- 
re della mia cara puntualità. 

<Jlcs.No ve avilì con proteste, sier Zansimon. V'ho 
ben visto mi innamoradei còlla Cocchina , e ine 
rallegro. 

Gians. a parte (Uh, che m'avesse udito!) Sì certo; 
ho voluto sfogarmi con quella pettegola , rim- 
proverarla, circa il mio povero Padrone, di cer- 
te cose; basta .... 

jiles.Q\it cade/ Mi gho un odorato acutissimo , e i 
boni servitori li conosso a naso, saveu, Sier Zan- 
simon ì e per questo son sempre in smania per- 
chè quasi ogni momento me dà in tei naso la 

K 4 



*j* Il CAVALliHE AMICO 

m . spazza de'tanti cattivi, che ogni di vorria veder* 
ghene almanco uno impiccao, Sier Zansimon, 

Gitns.lo non vi pazzo gii? 

Ulcs.ìH* veramente vorria esser sfredio noi anctfo per 
no aver odorato* 

Si ans. Ah, ah, ah, (f art mio) che caro Alessandro/ 
. (volgendosi) siete vecchio decrepite , e ancora 
. «Mite lo stesso con le vostre barzelette, ah, ah, 
ah. (entra) 

*£l&.Barzelette, barzefettè, furbazzo. Sia che no ghe 
aia caso de far nn espurgo, e de nettar el mon- 
do de sti squartai , assassini dei poveri Paroni. 
die gha per necessità la vita , le sostanze , e la 
teputizion in te le so man? No me so dar p** 

9 * ft» no me so dar pase. 



* . *. • • 



m 



ATTO TERZO. 



Sala del Casino dì Campale 

SCEMA P 11 I MA. 

Don Silvio , Doma Cassandre, $ Dorma Clelia 4 

JX Silvio Pignora, risolvetevi* Alla Éne 

E' figliole sangue Vostro; ei piange, ci |Aricga$ 

Io son ròallevador delle «venture/ 

Che dubitate , e soU mallevadore 

Del pentimento sfió» Se tutto questo 

Non meritasse ancor, che a Ini v'uniste* ' 

E 2 prieghi miei non bastano, (volgendosi a CU* 

Uà, the piange) mi sembra 
Donna Clelia commossa: a quelle lagrime, 
Lagrime d'afta figlia generosa, 
Tenera d'un fratello, e che rimprovero 
Danno a! cor d'una Madre, viay Signora* 
Risolvetevi, via, ) 

Don. Clelia Deh, cara Madri, " 

E* pentito il frane! ? D. Silvio il dice, 
Don Silvio è Cavalier; sì, ritorniamo. 

Don.Cas. Tacete, Clelia. A' prieghi generosi 

Di Don Silvio le lagtime aggiungendo, • > 

Mi lacerate il cor. Non per istinto, 

Ma per nece&ìtade io son tiranna . 

Sapete pur, che gli ordini precisi 

Di mio frate!..... :. 

pon. Clelia E r 'ver*', *■ ver; scusata . . \ 



U4 IL CAVALIERE AMICO 
La debolezza mia . 

9. Silvi* Sperai, Signora, 

Che i miei riflessi, i prieghi, e le promesse, 
Illa più f amor dì Madre in sai cor vostro 
Avesse ibrza, delle austere massime, 
Degli ordini precisi del fratello. 
Io vidi sempre, in limili sventare 
Delie, famiglie, i più metti parenti 
. Usar parale assai, ma fotti pochi, 
E, piuttosto che ajtfti, osar consigli, 
E consigli tatara coit'cgftdip 
Delle atesse famiglici pur che il proprio 
Scrigno stia chioso , violentemente 
S'ordina, si consiglia, ai minaccia, 
A Aromi si professa, e giusti sdegni. 
Poco ciò costa. E por più spesso io vidi 
Con le dolci maniere, e con gli aiuti t 
Usati a tempo, riparar le stragi, 
Vincete i cor», e far nascer rimorsi, 
Che con i violenti aspri consigli , 
Scasate, io non intendo il fratel vostro» 
pon Fernando, accasare, e solo accaso 
in generale il pregiudico enorme 
Peli* interesse proprio, e d'alterigia. 
Che jaatili sarien le mie preghiere 
Previdi il caso, e fai da D, Fernando 
Fratello vostro i il contrassegno è questo. 

(le dà un wgliftt* 

m£as. (legge) 

~" SwelUtiquì im Silvi*. Ha W R*wr* 



A TT Q T E H l Q* , w 

Jti concili afa l'amicizia. Ei chicle , 
C& */ jf|to yi ritmiate. & Silvio 4'anim * 
Cavalleresco, e il suo credito è tak, 
Tal 9 è la sua virtà, che, quando ci. chiede, \ 
tlulla si può negar. Cih, eh* ci vi dice, : 
Ciecamente eseguite. Perdonale 
pon Silvio, io nop sapeva,,.,, 
Don Silv*Q Io soffro male, 

Donna Calandra, adir di quelle iodi, - . \ 
Che non cerco, e non merito. Se ognano 
1/ intendesse, coro'io, non avrien Iodi 

I doveri dell'uopi reno l'altf qojno, 

Ma che dich'io; se il inondo i si corrotto 

Che lode ha l'oppresso*, biasmo l'ornano? 

Scuole. Ad una Madre quel tiglietip 

Credei superfluo, i 

Don. delia O Ciclo, io ti ringrazio, 

D.aCas,lQ $on confusa .... amo mio figlio..., l\ Gelo 

§a con quanto dolor..... ma come mai 

Si può sperar di lui ? qua! fondamento 

Vi fa sperar, che D. Ramiro sia 

Ravveduto, pentito? 
von Silvi*' pon Ramiro 

Non h sciocco, ha buon fondo, * dell'onore^ /; 

Ha vivo sentimento. Chi non perde 

II ricorso d'onore, è sempre in tempo 
Pi raddrizzarsi ^ e sol disperazione 

Pi vedersi nel fango abbandonato 

Può ridalo agli eccessi, -e farci piangere 

ft*i che coti «q« piangemmo, Al figlio unitevi j 



»;( Il cavalière amico 

Cercbitm dargli ma Sposa. II nuovo statò, 

D'onore il fondo, cambieran Ramiro* 

Alla desolazton della famiglia . 

Rimedio troveremo, 
Di». Cass. < Io ri ringrazio *.* 

B. siivi* (trottando) 

Qui fbor, Signora, è pronta la carroiza. 

Dònna Cicilia preceda ; a consolare 

L'amico andiamo» il figlio* il fratel vostro; 
lioff.C&f.Non ho, D. Silvio, esprcssion bastanti ..« 
v> Silvio (troncmdo) 

L'esprearioB per Ramiro riserteie ; 

Gre le avrà care* 
fan. Cass. Siete nn O vati eie t 

Che non ha pàridi. 
fl. Silvio (troncando) Sono un ònest*uorho, 

Che il ano* dover conósce. Andiamo, #ndiauio; 
(entra servendo Doma Casunàt*} 

$ e E tf A II 
: Strada in Città» 
Giansimone, t poi Don Ramiro 4 . 

Ciansim. - JLa macchina è abbotta, marionsapoi, 
se T esecuzione rinseiri . (ve de venir Ramiro) 
Egli'2. qcà da Véro; tenteremo/ * 

Don Ram, (pensoso , non vedendo Oiansimonef) 

Don Silvio in fatti i on uomo raro, è merita 
Ben, che adempisca i desidera tuoi, 
<2he abbandoni gì* iniqui, e Giansimone 



A II TE RIO. ijj 

Mandi alle forche, e che dal cor discacci 
E dalla mente di Lucrezia il nome; 
E lo farò; sì, la farò per certo/ 
Gians. (forte , fingendo di non vederlo) Io son balordo 
ancora j ma come diavolo? pop li «a più a eh) 
credere a questo mondo, 
von JXm. (vedendo Gian*.) 

E 9 qui il briccone, e parla, da se tolOf 
Ascoltiamo che dice. Gran canaglia! -- 

Giw, (da se) Si dovrà credere alla Cecehina, o si 
4ovrà credere alla Signora Lucrezia V Qh quante 
iniquità si danno/ 
$. Barn, Ragiona di- Lucrezia. Qùànd'io sent* 

(ttmio in dietro) 
A nominarla, mi s'accende il aanguè, 
Non lo posso soffrir. Ma che mai dico 
Di Lucrezia costui? che mai ragiona? 
gians.Mz quella pettegola, prendersi un arbitrio tale 
con quella franchezza , con quel ceffo ! Se la 
Cecehina è bugiarda, giuro al Cielo, non credo 
più a néssana femmina in vita mia. 
D.Ram.L* Cecehina! un arbitrio! qual* arbitrio? 
Gtans.Si potrebbe perà dare , che afache la Signor» 
Lucrezia non fosse un ermellino ih qqesta fac- 
cenda-* , • — 
D.B,am f E pur Lucrezia in campo! che garbugli, 
Che discorsi son questi f Io vo' saperlo .... , 
Ma non vo' andare in traccia,.... Al fin di che? 
S'odio Lucrezia a morte, di che temo? (s'avanza) 
O Giasimonne, olà, chp stai dipendg 



ij* IL CAVAI/IÉftE AMtCO 

Della Ceccbina, e di tùfcrezia? dimmi. 
Gtdns.O Signore > sensate < Un caso cariottuiaiò In* è 

nato con 14 Signora loctezia « . 
Aita*. Che Ltffcreiia, bricCòrte? chi r hi detto» 
Chi t'ha pfenntsso, che ttx vada in traccia . 
Di quella scellerata , tool mio gttdo? 
Cuju.In tiratela io di leO.ia elle in traccia di me, 

né ibi potei Hfcfcobdete. 
D.Jl4W.Che?<Ì0 meda, lei di te? che Vòtea dirti? 
; <- Che interesse ha con te ?..... ma taci* tici* 

, lo 04* ^etoper • notiti Tu.. a botto conto > ■ 
Preparati..» che diéVòlo voleva 
Da te Li*r*2ja? Che U che far Lucrezia? 
piàks, Difetti dì grazia. Non ve l'ha detto lei , che 
non andiate piò, dov'ella è? pètebè il t*oèco~ 
TÌ0SO4 \ ,•»•«. » 

D.lUm.Fu te Ceechiha. Mi ebe serve qtiesto? 
M'accettava con sgarbi, con freddezza, 
Con malagrazie, e cónfusion talora. 
Poi: per sei Volte ella non fa più in cast. 
Ingrata/ ingegna/. «~ Ala parliamo 4* altro* 
Tu prepariti -,. che volevi dirmi? 
Giam. Sappiate; ch'io non so più dove m'abbiala tetta. 
D.Rarn.Ptrchè} via, via, dì su, spacciati, dillo. 
C/i?/. Sappiale, che fu tre volte un uomo a ricercar- 
mi per. parte della Signora Increti*, e voleva 
parlarmi.. L'ho sempre licenziato dicendo , che 
non aveva tempo» A voi non ho detto nulla per 
non risvegliare ...... perchè non paia..... basta.»,,.. 

perchè pur troppo sono incolpato. ... 



À T ì TJÉ JR.i • tj[| 

f>*R4m.Viàj spacciati- che fu £ sbrigati pretto. 

Giani. Sari mezz'or* < che andava esegpengó; alcuni 
ordini vostri , e tìtL VoUiré un t*qtofl*- eéaoti 
una maschera dotine, che mi ferina. ; JEIU /era la 
Signora Lncrezitt) the smaniosa mi chtes?. fc per- 
chè non andate più da lei. QbeW*! .#*•'&) non 
l'atete voi licenziato ili casa i è aggiunsi Quat- 
tro paroline da buon servitóre. Io licenziato t 
dijs* Ja Signora Lucrezia. Voi, voi, o M vostra 
pettegola di Cameriera per patte vostra v Orba- 
it«, dissi) noli tei venite con arcigogoli; l'azio- 
ne sporca voi l'avete fatta ; il Sigmf Ì>QV fta- 
* miro è in tutte le Curie j fra fissato $ per vói è 
morto* ed era per volgerle le spille . Ahimè f 
che colpo è questo! sento dire alla Signora Lu- 
4 . «jrezia. Io mi rivolgo, e vedo, che tòt), le brac- 
cia penzoloni, a corpo morto, andava cadendo 
cotta tempia sinistra proprio nel taglio, d" un pi- 
lastro di marmò. 

D.IUm. (con fretta) L'averai sostenuta? l'arerai.... 

Gian*. L'ho sostenuta , l'ho trascinata in un camerino 
d'un caffè poco distante ; le levai la maschera, 
oh dio/ la pareva una morta, coi denti chiavati, 
Sapete già, eh' eli* ha quella bella carnagione bian- 
ca, e color di rosa? la pareva di cera; pia non 
fespirava— « # 

D.JUm. Acqua fresca * acqua fresca ci voleva e 

Gians. a parte (Ei viene.) Acqua fresca certo , e 
aceto , e carta brustolita sotto al naso ho adope- 
rato . Le ho dilacerato il busto, mi sono ingé* 



séo IL CAVALIERE AMICO 

gnato; alfine è rinrenuta, e diede in un diroi 
pianto , Signor Don Ramiro, v'accerto, che v 
* rcderla con quella ina bella mano , che sapete , 
con quella modestia naturala a nascondersi qui 
finanzi, perch'io V arerà dilaceiata, a piangere 
; disperatamente, in quel bel disordine , che ro» 
' leu, eh 9 io ri dica? ini spnt tutto commosso, * 
ho pianto anch'io, 
D.IUm. Pianse, eh franse, eh? #Mè9 ben tu doveri 
Lasciarla .... ben, che disse nel suo piangere? 
C/W. Chiamò tutti i fulmini delego» giurando, eh 
ella non ri arerà licenziato. Disse, ch'era stata 
"* di mala voglia talora per qualche indisposizione t 
ch'ella v'aveva già usata l'amorosa confidenti di 
palesarvi. Che alcuna volta ella 4u inquieta, rab- 
biosa, perchè le pareva, che le perdeste l'amo- 
re, come finalmente vede verificato. 
p.RtmAoi io? io, io, anzi pur lei, lei, lei. 
Cians.Cht non arerà più bene; che siete stato un tra- 
ditore; che a v ete finto un pretesto per levarvi» 
v.Ram.Mz sai pur anche tu, che la cocchina 
M'ha scacciato tre volte* e a te medesimo 
Disse, che m'averla gettato in capo.... - 
Gi àns. Glielo dissi, glielo dissi. Piangendo furiosa , si 
levò in piedi, partì da me dicendo, che, s>c ve- 
ro, vuole, che la Cocchina gliela paghi. Volevo 
seguirla, me lo proibì con una maestà, che mi 
"* pose della soggezione. Va, mi disse; il tuo Pa- 
drone fra poco sari contento ; io non vivetò ne 
- per lui , r.h per a!*rrv 



A T T T E E SO. j6l 

D.Ram. Dovevi trattenerla, assicurarla..... 

Gians. Signor D. Ramiro, volete, ch'io vi parli sin- 
ceramente , e da quel servitore fedele , che vi 
sono? 

D.Ram.Sì, dì su; che vuoi dirmi? via, ragiona. 

Gians.Fàte forza a voi stesso. Non badate. Le donne 
sono furbe, bugiarde, come il diavolo. Non ai 
sa mai, dove vadano a battere le loro direzioni . 
Fate conto, ch'io non v' abbia detto nulla. Pen- 
sate al sodo, a raddrizzare le cose vostre. Que- 
sto sarà un raggiro. Io vado ad eseguire uno degP 
interessi, ch^ mi comandaste. Mandate al diavo- 
lo quante donne sono, (entri.) 

D.Rant. Che intesi mai! che confusion di testa/ 
Che la Lucrezia m'ami, e sia innocente? 
Ah non può darsi. Non saria la serva 
D'un rischio tal capace, sono certo. l 
Ma se ciò fosse?.;.. Ah, D. Ramiro folle, 
L'amico ti. stia a core, il tuo decoro, 
Le tue sventure, e lascia da una parte 
Le debolezze tue. Tempo è oggi mai. 

(in atto di partire) 

SCENA III. 

La Cecchin*, e detto. 

Cecc. (esce fiangendo) Uh, ah, uh, uh. 
Z>.R*m. La Cecchina, che piange! Che Lucrezia 

Si fosse trucidata! Olà, Cecchina. 
Cecc.hh } Signore, uh, uh, uh, per vostiacaosa, tì%: 

Tom. IV. /t 



jSz II CAVALIERE AMICO 

uh, oh, ho perduto i! pane dopo tfver Itoti d/ 
schiaffi nel mostaccio, uh, uh, ub, gfe* 

D.Ram.Vct mia cagioni perchè per nji* c^gw^ie? 

Cccc. Sì> per vostra causa , cioè per mia caqm ,. cioè 
per voi fui scacciata, uh, uh» uh, ho peritai 
una Padroni cosi buona, oh, itfi, uh; ape] più, 
mai più troverò la migliore, ufi, uh, uh- 

D.RamM* chetati; perchè t'ha discacciata? 

Cecc. (stnfbi<^an4$) Perchè... perchè... me l'ho me- 
ritata.... bisogna , ch'io coijfestfi..., soj# stata una 
temeraria. Altri, che voi,... altri, che voi, po- 
trebbe aiutarmi.... ma non ho cp^ggio.., non ho 
coraggio di dirvi .... 

2>.IUflf .parla libetoroente; djiqnii, dimmi « 
Ti prendesti tu arbitrjp f Qr ^ e dL,.... 

Ceec.Sì, di licenziarvi perp^it^ della povera P*JT°na 
innocente, di pon aprirvi piùJa p^rt?, di farvi 
dire d? {jiaitfinaone , che se verrete*., gii ye l 9 
avrà detto» 

D.JUm.Msi che ti mosqe, indegna, a questo passa l 

Cécc. L'interesse, Signpre, 1/jq.ter^.ie, Ja povertà. Ma- 
ledetto interesse, maledetta miseria, uh, uh, oh. 

V.Ratn.Mo via, non pianger, non mi far morire. 
Dimmi una volta, che interesse ?... cornea. 

Cecc.fcon finto rossore) Sissignore, un certo Conte spa-^ 
limato della mia Padroncina ha fatto ogni sforzo 
per introdursi in cas* ; ma ftirono vani tutti i 
suoi tentativi, perchè 1? Padrona era troppo in- 
namorata di voi. Finaliste Ja rabbia, U gelo- 
sia. \% speranza^ che, fa voi v'allontanaste da 



AITÒ TEàZÒi t6j 

)èi, égli si sarià introdotto al suo fiancò* il suo 
diavolo^ il suo diavolo l'ha tehtàto ad» esibire a 
tee ventiquattro zecchini^ te i me bastava l'am- 
ino d' ài lontanarvi; froh so thè dire, Voi inten- 
dete tolto. Guardate sciofcéa, ch'io lui a spera- 
te, the sì gran tosa dovesse passar bene. Vidi* 
ftiando perdono, (s* inginocchia) Sappiate, che ho 
fatti de' cittì Vi uffizi contro di Voi coti h Padro- 
na; ma le bugie hanno torte le gambe > tome si 
Vede. Voi già Siete generoso > vi paleso tatto»; 
aiutatemi, Signóre, aiutatemi. Io non vivo certo 
senta 14 mia tara Padrona > Poveretta) Tho la- 
sciata, thè piangeva, tome dna disperata; non 
laverà nessbdo , the lassista, che la trattenga, 
the la sollevi. Se Voi andaste a ritrovarla . M . se 
le chiedeste in grazia ..^ the toon farebbe per V 
allegrezza ^ 60, the non lo merito; ma , caro 
Signor D, ftatiiito, uh, Uh, Uh, uh. 

fr.RanU Levati .*. (a patti) Dove sono , e che mai sento / 
Don Silvio che dirà ! (alla Cevc.)Noti vo', Cecchina , 
t£s&er io la càgion, che perdi il pane. 
Questa Volta però l'ultima fia, 
Ch'io parlerò a Lucrezia. I casi miei 
Voglion così» Ti faccio strada, andiamo. 

(entra) 

fttt.il tordo è nella rete nuovamente. Chi samai, s' 
egli ha la borsa in scarse Ila £ (entra) 



L 2 



té+ IL CAVAXIEBE AMIC0 

SCENA IV. 
D. Silyiq, e uUf sandro. 

^ile^Vlo pirli con tatti i parenti del Sior D. Ra« 
sdito, e per 4fr il vero co i ha sentio el so no- 
^ne, e che la premura se sua, i ho visti anca 
ile ciera ilare , è universalmente i m*h* respp- 
sto, che, co se tratta de ella, i xe pronti a re? 
conciliarle col 6ol, e a far quanto se pgl per i 
so interessi i e che domattina I sarà tetti a tir** 
caregoni in casa, e a eonsegiar, e a far bilanzj 
per veder de drezzar i ossi al possibile, 
$.$ilv. Voi averete qualche, idea, AJessan4rQ| 

Intorno al stato dell'amico, è vero? 
^ilcs.Ho tegnà qualche trazza, so qualcosa. Se sa za, 
che l'ha dezipà tatto a rotta de collo , ma 1* 
sappia, che glie xe moltissime ipoteche, che fi- 
nisce presto, Molto in te i so contratti ghe » 
da liberar cpn poco. Assae confratti xe de stoc- 
chi illeciti da tagiir colle manere ; esfe ben 4 
castigar qqalche volta sti furbi , che con pochi 
bozzetti, un strizzo d'orologio, sie pezze de 
renso, un abito frusto, tre sacchi de risi , e do 
de carobe, se fa pregar a portar via per quarant- 
anni tre sento ducati d* affitto all'anno a sti put- 
tazzi rotti , the per no mancar ai so vizi ghe pai 
de rider a impegnar unii cas* » perchè no ghe 
manca i diavoloni in tei bpssoletto , per aver bop 
(ìì co i va dalla morósa. Ma za che la vedo tan- 
te ben intensioni pcy i interessi dell' apigp, sa 



ÀTTÒÌ'ÈltiÓ, tèi 

ho temesse de avanzarmi a tròppo , £he clini 
uh pasto , ima risoluzion da far, the me pareri* 
generosa, e essenzialiàsitaa . 

h.Stfoi ; Dovete dirla j non tacermi nulla; 

Quando è a prò dell'amico, si dee fi ria; 

i^Jf*- Signor, elisi xe solò superstite delta Sdtàstf} fltfa 
faibegià de tanto conto > come xe \à sua , ta 
estinta. Botata Clelia, una flola de quella iot te > 
una xogia, ch*e jio gha pari, deventa al dì d'an- 
tuo, nelle circostanze predenti , un spiti > una 
disgrazia granda nella caia , dove la xe & la la 
leva dà quella miseria, Stabilimo Un matrimonio 
jgetaeroto , « decente , che fazza rallegra* tutta la 
Citta, che eolie?* giteli* povera Dama* so ma- 
dre, e che sìa de tanto vantaggio > e decoro al 
Bior Don Ramiro, so atnigo. 

Ù.Silv. Donna Clelia Alessandro, è virtuosa 

Tanto, ehte il Ciel di lei noti scorderai* « 

l'età mia non tom porta, the una Moglie 

SI giovinetta fa prenda, e voi sapete 

Quanto fui Sempre al matrimonio avverso. 

Io tetto ton$ the ad una Sposa un giorno, 

O tòlto, o Urdi, diverrei tedioso 4 

Voi siete vecchio, e saggiò* e pdf pensate, 

Co'vofgar pregiudizi. Quii disordine 

E' mai, che la mia casa in me s'estingua? 

Io vissi solo con decoro 5 in casa 

Un matrimonio a far strage non ebbi 

Con le usanze correnti, delle rendite, 

Skchè To scrigno è a riparar bastante 

II 



t66 Ih CAVALIERE AMICO 

Colla mìa facoltà, del caio attico 
.... L'pnor, di Donna Cidi» il tu», SI* 
Una fainiglia fin col far risorger* 
Aim famìglia a periglio» fin», 
Qo*l fin più glorioso artr mai poeta 
La jni* famiglia, a* ella in me s'estingue 
Con nn'azion di Cavalier, d'amicò? 
Forse up oscuro fin ne' discendenti, 
Pa me diversi, aver potria, Veggiamo 
pi virtuoso Padre ogni momento 
Vizioso figlio caricar di macchie 
%x famiglie» * troncarle inonorate. 
Abbia pur fine in me la mia famigli». 
Gloriosamente j non vi date pena, 

£*Jf#,r3»* P* rl * daCieeron, No me par tawrie, che 
* sollevar avella Dama col ter 1* per »o Gonsor-i 
te pò fosse una bella szion, 

D,$ilv.tion fia giaminei, cb» alcuna lingua osetfri 
Le azióni mie, che nascon d'amicizia, 
Coli' adombrar, che amor di Donna e quelle, 
Che oprar mi fàJ «ol d' amicizia è amore, 

k4fcr.No parlo piò. Tante teste, tanti correli!. 
Me despiase solo, che tatti i parenti delSior D, 
Ramiro se sia accordai a dir, che i xe pronti a 
servirla, ma che no la farà gnente, e che i gte 
tanta esperienza, the basta, 

b.Silv.Mi Iwingo d} $U Lo vidi afflitto, 
Vidi in lui cambiamento, Nel discorso 
Par, che accorto si sia de' tristi amici, 
("he eli abborrisca, e se vinciamo questo, 



ATTO 1EE10. j6 7 

Ramiro è raddrizzato, io son felice. 

Mes.Ah 9 quella védova, Signor, quella vedova..... 

D Silv.Miy non FKà discacciato? è Cavaliere, 
Ha sentimento; non s'avvilirà. 

jtìxs. Qualche volta saria raegio a no aver sentimento 
per no avvilisse. Senio tanto avvezzi a far mal 
uso de tti sentmientT. La sa za, che mi son por- 
ta al ben, e pur troppo me som avanza a rim- 
prevetorla de averlo abbandona. Xe però poco, 
che ho vWo in colloquio colla Cameriera della ve- 
dova quel furbazzo de Zansimon ..„. no so gen- 
te ho de} altri segni.... basta, m'intendo mi. 

Le Dame £*alle contenta de tornar col putto? 

D.&'/u.Sì, sono in casa, e appunto andate loro 
A tener compagnia. Date lor sempre 
Buone nuove, e speranze. Io vado in traccia 
Di D. fcamiro. Voi m'avete posto 
Del dispiacere, e de' sospetti. Addio. (entra) 
Jlcs. In fatti, & el gha dfel despraser, locompatisso. 
Una barca rotta Se manda in squero, e la se fa 
tacconar; ma una natura umana viziala, da ga- 
lantome che sé stènta a trovar calaffao , che la 
possa grattar* 

SCENA V. 

D. Ramiro e J>. Gregorio in disparte. 

D.lUm. 1 ur mei diceva il core. Era impossibile, 
Che non m'amasse più. Tanti trasporti, 
Tanti effetti d'amor, d'amor di foco, 

^ 4 



t*8 IL CAVALIERE AMICO 

Che fossero ammorzati in un momento? 
O lacrime, o sospiri, o tenerezze, 
Quanta possanza in sul mio core avete! 

D.Greg. (in dietro) E' caldo, quanto basta. 

Don Ram. Ob Dio, D. Silvi*?, 

So, che v'offendo, ma iqcapace sempre 
Fa il vostro cor d' un'amorosa fiamma, 
Ne può il cieco decider de 9 colori. 
Se capace d'amor foste, e una Donna 
Bella, come Lucrezia, conosceste, 
Che ad tm vostro abbandono disperata, 
E lagrimante vi cadesse a fianco^, 
E quasi moribonda )e man vostre 
Stringesse fra le sue morbide, e bianche, 
E v'appoggiasse in sulla spalla un viso, 
Come quel di Lucrezia spasimante, 
Con singhiozzi, e sospiri, e jjtf ocebi languidi 
Volgesse a* vostri scintillando fiamme, 
Come quei di Lucrezia; io sono certo, 
Che non condannereste il vostro amico» 

Don Grcg. (in dietro) 

Quant'trte ha quella Donna/ egli è invasato. 

D.RimjQntl pia bella caparra, ch'ella m'ami, 
Poss'io voler, che alfine si contenta 
Di min d'esser mia Sposa £ Oh quante volte 
IVTha negata la mano! ed oggi solo 
DTha. detta hi ragione. Io son, mi disse 
Non da par vostri «. Cara quella bocca/ 
Grand* umiltà di Donna! Non è poi 
Lucrezia di sì bassa, e ignobil stirpe, 



ATTO TXH 1 Ó< itj 

Che si debba avvilir, ma J'apnot *W6i 
E Testrema prudenza di Lucrezia 
Non ha pari in Palermo* Amico, scusai 
piman sarò al possesso finalmente 
Della più bella donna , che sia al mondo. 
Non curo porertade, e ciarle, e grida. 
S'è tutta mia Lucrezia, in una grotta , 
Sotto una scala vivere contento. 

D.Ùrt£.(in dietro) derapo é ornai di dar fine all'atta 
tato. (si /* innanzi) 
Doti Ramiro, So già, che in mali visti 
Io vi ini posto. Son però filosofo, 
Quanto mi basta a sorpassa? le offese* 
Vi sono amicò. L'accidente ha fatto, 
Gb'io passai per di qua. L'a&etto mio 
A vaneggiar ti scorse, e fe'* che intesi, 
Che quella vedovella nuovamente 
V'ha preso nella rete, e che dimani 
La prendete in consorte, 

D.Ram. E &en*.c6e importai 

Che importa » Voi?. .Donde apprendeste, dite, 
L'udire altrui di furto, e l'arditezza... 

P*GrfgJDal mio buon cor rappresi/ D. Ramiro, 
Quanto v'aggrada pur, per temerario, 
Pei traditor tenetemi. Mi pento 
D'esser staffo cagione io, che amicizia 
Con Lucrezia incontraste. La Lucrezia 
Non ieposate* Ella v'inganna. Addio. 

(in usti di p&tiq) 

ARtfwJEhi, Gregorio , fermate f (4jp*rtt) E fia possibile. 1 



I7Ò IL CAtAliERÉ AMtéO 

No; Mentite» Lucrezia non m' inganna. 
P,<?rtfrSì, sfogatevi par; non mento, amico. 
Dolio alla passiorn ,• die ri conturba / 
Sono onelt'nom, Crédete a modo voti!**, 
Lncregia e indegna, ed ha secretamene 
Chi le tt m casa, E? disonesta, ET eamb 
Vendisi* altrui, 
p.IUm, {Mettendo U ma** sulU spada) 

Ah Wellerato, iniquo / 
Pon mano a qnelfacriar; piò non* fi soffro, 
P. Grcg.Qnestà spada, Ramiro, è riseifcata 
A sostener, ch'io dissi ff vere, quando» 
Agli occhi vostri rtoa 4tr3 palese, 
Che il vero ho detto. 
D.Ram. Agli occ&i miei pale» 

Farai cfór, che dicesti* 
D.Greg. Sì, Ramiro. 

Verso le quattro della notte sfiate 
Meco, e ri condurrò, ddve Si chiavo, 
Che v'ingannate, e eh* io vi sono amico,' 
GiaccM il volete. Sjdedde in Ciel fa Lana, 
Che la notte h giorno , e chiaramente 
Scorgerete l'inganno» 
D JUm. (furioso) Odi, Gregorio. 

Giuro su quésta spada, e ai Ciel* Io gtaro, 
Ch'io sarò teco, t> «e Lucrezia è rea, 
Grand* esempio farò; S'ella & innocente, 
Trema per la tua vita. Oh quanto zolfo» 
M'hai posto addosso/ Alle qnattr'ore attendimi, 
Ricordati l'impegno, io sarò teco» (entra) 



P,Gre$.Y* pur, ma spero, the to sia sei lacci* ♦ 
Non Dai scordo mai più, ci» tu morella , 
Sii negasti in consorte; che non vate 
Cfffo ti veda in miseria, e ebe di nuovo 
Pa tga sorella ristato io fili. 
Ah, Clelia- È certo di E># Silvio amante. 
Popò tanta mia industria 1 alfin védrolla 
Tra le braccia a Poh Silvio! Io sento ntfiie, 
lina gelòsi rabbia, che fri tragga 
Foor di me stesso* perà il mondo tatto; 
Se mia non è, vo', che si renda indegna 
Anche di Noti! sposo ♦ Io to' morire 
Prima, che d'altri si*, pisperagione, 
jNon mi toglier la mente, insin ch'io possa 
Nobiltà, fumo vano, mia nimica, 
Tanto abbassar con marche 4* ignominia, 
Che sia prostituita, e disprezzata. 

S C E N A VIt 

Gìwinumt) e dette* 

&QKg.E4 ben,. sei tu certificato bene? 

Gians.Sì, alle cjuattr'ore senz'altro entra in casa il Coi 
Guglielmo scemamente^ Viene in maschera, suo- 
na un suffoletto, la porta s'apre, e su , II mio 
Padrone è più innamorato, che mai , della Si- 
gnora, te ha lasciati cinquecento zecchini in de* 
posito, t gli pare d'averli lasciati in tma botta 
di ferro t 

A (?.<$, Da chi l'hai tu saputo? Pi ogni cosa f 



i 7 a II CAVALIERE AMtCÒ 

ftiuDalla Cocchina» 

D.©rrg.DaIla Cecchina? Dove l'hai Vedati ì 

Gìoms. In casa. 

D.Greg.E non hai .in riguardo* a entrarle in casa» 

Che D. Silvio lo sappia, e tatto scopra? 
Gians.Ma dopo un certo imbroglio , ch'ebbi con Ales- 
sandro* suo Segretario, il quale mi trovò in sol 
. luto a parlare con lei* ho cerfcato miglior co- 
modo. Cocchina m'ha date le chiavi del giardi- 
netto di dietro la casa , e vado-* ritrovarla, 
quando voglio * . .. 

£>.Grt£.Dallami quella chiave, dalia qui. 
Gi ans. Oh y non, Signore.. Che volete fere? 
0.Grtg.Non dubitare; tfo un picciolo capriccio..; 
Così.». non dubitar. Ti prego, daflami? 

(gli porge una mància) 
Dallatòi quella chiave, non tardare; 
fciirfj.Quand'ella poi ha la chiave delle chiavi, iònoft 
la posso ti attenere 5 (ricevè là tnóhcia, e gli dì 
la chiave) ma per carità... 
Ò.oreg.Mon temere, (a parte) Se posso ài fin tfétfffe 
Quant* ho pensato, io vendicato sono'. (entra) 
Gian*. Eh > Signore, Signore... non vorrei.; thè diavola, 
vuol far di quella chiave? (guardando la mancia) 
Ma, s'egli ha. di questa sorta di grunaldeUu- a 
ohe serve, ch'io tenga quelle chiavi? Il prime* 
giorno dell'Opera non fu mai vendili* tòme a 
si caro prezzo * 



»! 

ATTO QUARTO. 

Casa di £>, Rapurp. 
SCENA ? n ì W À, 

P, Silvio, p Donna ClclÌ4* 

DiSily. V $dpste *npor Ramiro? 

D*n. Chi, E voi? 

a.tffy* Noi vidi, (con *gh*zjw) 

Don. CUI. Non è molto, fu <juì . 

p.Sjlv. Come v'accolse} 

Alla j$adr* che (foie? 
&>n.&cl f Freddamente 

Ci accolse. Era agitato; ed inquieto; 

Parea, che il foco l'abbruciasse, e alfine 

Prese la spada, alquante scuse addusse 

Frivole, e strane, e se n'andò, pestammo 

Meste, e ponfijsc. 
Pi Sito, Ov'è la Madre vostra? 

P0».CW.EHa è, D. 6ilvip, ove pensar dovreste. 

Nel gabinetto suo d'angoscie piena , 

Che piange 5 ed io, che confortar la volli, 

N'ebbi rimbrotti, 
P-Sifa* A voi rimbrotti! e quali? 

pon. dell'esser stata molesta, ed insistente 

Per riconduca qui. Del creder bene 

Dopo un'esperienza di trascorsi 

Lunga di mio fratello. Dovevate 

Contentarvi del popò, e non ridurci 



IH **- CàVàLÌE&E AJtìdÓ 
Di tìqoro in tnòzto i octasiori di piantò* 

Sì ni dissella, t aggianse àliti ritìifmveri i 
Ch'id tacerò, pttché da ^itei disgiunto 
Nòli andava D. Silvio, 
&.$ilv. Dotti* Clelia, 

Io so, che diasi * Sèri mallevadore 
Del pentiménto di Ramiro, e forse 
Ingannato mi saa, art trinavi* 
Non lo disseto ancor. So poi , eh' aggi***! j 
lo *on mal le vado» dalle sventure; 
Compensar polso in guasto, non te' tagaajtcju 
S*nO òtìéH'abm^, e ona parola data 
Ho cor di sostener, tpi*nd'an6j£ ji $angu*^ 
È la Vita CoiWrmi gli* dores^i 
J^ÉMNoù giudice mai nel Cor di Cicli* 
Pilli indiretti, * mite 4' interasse 
Sopta lo mtò smq, Solo ha, p» Silvio ^ 
Qò*«tó mio cote angustie 3 e la mia menta 
Immagini funeste* e mille Crudi 
Presentiménti, fetali sgjii momento 
Sentirmi àfU ne so il perchè; RaitìirS 
£ in periglio di mott?* Debolezze* 
Stolti auguri di femmine, m^ ch'hjiirìó 
Tanto poter, ch'io non farei, Che piangere, 
Fuggitei da ciascun per la vergogna, 
Ch'io non po§?jo tenct chitìse Je Jagfiihe*» 
Ne so il perchè* Di Voi non mi vergogna ♦ 
Non ho sollievo alcun , fuor che nel pianto ♦ Ipìr^e) 



A t t Ò £ ti A £ t Ó. ijs 
SCÈNA It 
Alessandro, è detti. 

Oles<(fìettd>sé) Ah, Sior t>; Silvio, tona parola jH 
grazia. (4 Cltlia) la scusi , l'è za un friotocmo, 

t>on.Ckt. Oimé, Alessandro, il cor Irei dice... siete 
Tanto agitato... c'è qtalcri* disgmia 
Di mìo frate! Ramiro* <MW> I)ite.. 

<Ates.Kh t la se qoietà* chi gfe <0i4j tf* gh$ ifc dff- 
grazie? 

&£Ìlv.tio 9 cara t>on« Clelia, fton temete < (ad 
Ulti, ) Che ini volete dir? 

•ÀUiXftatm dósgrtiia, fcà gho prefaùr*, se la per- 
mette, de dirgh* do parole a parte. 

D. silv.lt* aHi Jfoadre ip grati*, fconM, Clelia J 
E ben, che le facciate coijapagiii** 

Don.clel.Na, cwt ameni* , C'è qualcosa certo* 
Ch'io non devo «ape*, dì mio fratello, 

D.tf/t/.Dite, c'è nulla di fcafciro? via. 

*4lesC M j a ga jjgqatdo^ gh* posso di*, the tO 
ghe. xe déigrszie, ma cb* no ghe iegnanca for- 
tune. L'ho incontra in Sto ponto col Sior D. 
Gregorio scaldi, che el pareva una vipera, tìo 
sentiomanazzi, furie, de mazzar, de sangue, mil- 
le bestialità. Élcuordetegnirgrie drio lo gàveva, 
ma i anni pesa , e m'ha parso proprio de^te- 
gnirla a avvisar. 

DonXkl.Oh Diof Con D. Gregorio mio fratello/ 
Con D. Gregorio /..è iniquo D. Gregorio... 
Non vi dico di piò; certo è tradito. 



, 7 « IL CAVALIERE AMICO 

p. Silv JSfon temete di nulla. Ite alla Madre , 

Ma non la spaventate, Donna Clelia. 
pXleLD* Silvio, mio fratel vi raccomando, {entra) 
p. Silv.{AÌ ji!css*nAró)Ove son hi ? da qual parte? ditemi . 
Vf/w.NoI so precisamente; ma per quel, rbeso* che 
sospetto , e che me dite el cuor, ghel dago a 
cavalier. El maron certamente xe intorno la casa 
de quella vedova bona lana» 
p.Silv.Qutstt infeKci Dame sollevate ., 

Non partite di qua! Non perdo tempo. 

(entra frettéUs*) 
lAlesXìo vorrla , che nascesse qualche desgrazia al mio 
caro Paron. Me dixe V interno , che noi penta 
de vista. El lassar sole ste Zentildonne afflitte 
no saria convenienza, e pò devo obbedirlo. El 
ga giudizio, el ga direzipn. So però, che per 1* 
amigo chi ha cuor sprezza la vita. Osa che xe 
a esser vecchi/ Se trema de tutto, se inette 
confusioni e no se xe più boni de far el so de* 
bito verso chi se deve. In zenocebion con ste 
povere Dame oppresse, colle man alzade verso 
è) Cielo tutti tré, supplicheremo, che se cambia 
ste apparenze cattive , Co 9 se ricorre al del, no 
te perisce. 



•' ATTO Q U iV R T 0. i 77 
SCENA III. 

: Notte. Luna risplendente, Strada con veduta 
della Casa di Lucrezia. 

B. Ramiro, D. Gregorio , indi una Maschera 
vestita nobilmente. 

D. Jtaw. (furioso) IX Scordati , Gregorio , siamo al punto • 
So , che tu menti, pur voglio appagarti. 
T'appago, sai perchè? Per vendicare 
Lucrezia, e me ad un tratto. E non sperare, 
Ch'io ti perdoni. Non sperar, ch'io tema 
Della Giustizia. S'io dovessi andare 
In bando, sopra un palco, tronco il capo, 
Se l'accusasti a torto, ella fia certo 
Vendicata da me. Anche tu hai spada, 
Ci batterem; può darsi, che rimanga 
Morto io, ma non importa; almen fia noto 
Alla Lucrezia mia, che il suo Ramiro 
Le difese l'onor, che per lei more. 

«O.Grfg.Strapazzatemi pure; io tutto dono 
Ad un cieco furor di passione, 
Che per una infedel... ma che infedele? 
Per una scellerata vi trafigge. 

D. Ram.Tacì , non dir così... 

D.Greg. y Non più romore; 

L'ora s'appressa. Ritiriamci in parte 
Da non esser scoperti, e v'avvedrete. 

D.Ram.Sì, dove vuoi; son tecò; vederemo. 

! (si ritirano in disparte) 

Tom. IV. M 



i 7 8 IL CAVALIERE AMJCO 

(Qui uscirà una maschera uomo riccamente ve- 
stito, suonerà un Zufolato, verrà aperto V 
ut ciò della vedova, entrerà la: nwcbna, e 
chiuderà l'uscio) 

D.RAm.Ah, che mai vidi! Oh Dio/ crudele amico ... 
(appoggiando il capo ad una spali a di Gregorio) 
Come avesti mal cor di qua condurmi, 
E di farmi veder quanto, s$i certo, 
E' una serpe al mio sen • Deh dirprpi^ dfflimi : 
Non e ver quanto vidi, non è ve/p w 
Ombra fu... deh lusingami, cfpdflt. 

D.Greg.TSon vi lusingo. Quell'indegna donaja 
Move avarizia, e capriccioso intinto. 
E* di ciascun. Non è d\ajppj cap^i 
E s'or poteste entrar dentro a. quejl'uspip... 

D.Ram.Taciy non m'ammazzar. Ma chi m'accerta, 
Ch'ella non sia innocente? che colui, 
Ch'entrò per l'uscio, qn suo frate! non sia, 
O qualch'altro congiunto? 

D.Greg. M' offendete 

Troppo, Ramiro, ornai. Quello è un amarne, 
Ed intrinseco amante. Io gii previdi, 
Che vi lusinghereste. A farvi chiaro, 
Ch'io non v'inganno, nulla ho risparmiato, 
Per levarvi d'errore". In' dosso bo quanto 
Maggiorante potria far, che vedeste... i 
Porvi potrei con gli occhi proprj a vista ... 
Ma siete fuor di voi , né vorrei porvi 
A rischio d'operar con violenza 
Nello- scoprire i torti, e la vergogna. 



à T T Ò QUARTO. 179 

O.RamJtìon temer } non tardar. Lascia ci /io scopra. 
Ti prego, la mia morte. Ah, non pojs'io 
Picchiare all'uscio? .• (frettoloso va per ficchiate) 

D.Greg. Eh, ferma, ferma, incauto. 

Così dai tempo à quell'astuta donna 
Dì farti t ravveder, (a parte) Gregorio*.. 

ah trema ... 
Trattici l'azione iniqua... eh la vendetta 
E 9 troppo gran giacer. Questa è la chiave 
Del giardinetto; se la vuoi, l'adopra. 
Non t'inganno, Ramiro. Cautamente 
Entra, sali la scala, e sta in ascolto, 
Guarda, se puoi, ma che alcun non ti veda; 
Opportuno hai 1* oscuro della notte. 
Vedrai, eh* io non t'inganno, lo» ti consiglio 
A noti prender vendetta, e ti consiglio 
A quanto, ti confesso, «e mai fossi 
Nella tua circostanza, non potrei 
Trattenermi di far con quella ingrata. 

4).R490.Crudel, dallami tosto, (gli strappa la chiave) 

Ah, quanto zolfo, 
Quanto foco infornai m'arde l'interno! 

(entra furioso) 

£.GHg.Va, nel laccio cadesti. Sei furente, 
Quaato mi basta, e cosa scoprirai, 
Che scaglieratti nella tua rovina. 
Piangerà Clelia, e nobiltà cagione 
Fia di più amaro pianto. Oh Dioi che feci! 
Barbara gelosia, furor soverchio, 
Tu mi tradisti.,, parmi di vedere 

21 2 



i?o IL CAVALIERE AMICO 

L'irferno aperto, totto il mondo contTQ 

A questa vita... Lume di ragione 

Mi si desta nel set;,.. Si corra dietro 

A Ramiro, e si* fermi... Ah, de' rifiuti, 

Che dovei sofierir, paga ornai sono. 

Clelia non fia più mia, ma non fia d'altri. 

Qui àon mi fermo. Altrove de' successi 

le nuove attenderò. (in atto, di partire) 

5 C E N A JV, 

tLSUv* Ulà, Gregorio, 

Era con voi Ramiro; dov'd gito? 
Di. Gregna parte) QuaP intoppo.* Ramiro! chi vi disse?.. 
£.5i7v.Qaancto il dico, Io so. Dov'è Ramiro? 
$. Qrfg. a parte ( Le viamci con industria,) E 1 ver 5 Ramiro* 
Era meco poc'anzi. Furioso, 
Cieco, indefesso nelle sue follie, 
Volle gettarsi in seno ad un periglio, 
Il maggior, ehe mai fosse. Io feci quanto 
Potei per trattenerlo, e inutil fui. 
(in atto di partire. Silvio gli attraversa la strada) 
&.tilv. Fermati. E* in un periglio, e l'abbandoni. 
GabelJier vile, indegno, traditore! 

(sfodera la spada) 
Dimmi, dov'è Ramiro, o per i fianchi 
Ti passo questo ferro. 
v,Qreg % ( Che maniera f 



A T tÒ-fiUASlO) iti 

Dove sia, non lo so. Si violentano 
In Palermo, le genti in questa fornai? 
Andrò alla Corte... 
(in atto di fuggire. Silvi» lo impedisce > i.gfi 
. . dà delle piattonate) 
b.Silv. Eh non si fugge, indegno, 

Fermati, indegno, vii: dov'è Ramiro? 
Di qua non partirai. 
v.Greg. Eh, troppo offeso 

Orinai sono, né posso soffetirfe 
Piò tanti oltraggi, 

(mette pano alla spadai si hatfono con velocità, 
t furore; non, Silvio lo disarma. J) 4 Gregorio 
cade con un ginocchio a terra, d. Silvio gli 
* presenta la spada alla gola) 

ù.Sitv. Dimmi, ov'è Ramiro, 

O mòrto taderai. 
D.Greg, Silvib, la vita, 

Ramiro è in casa di Lucrezia, è in traccio 
Alla maggior rovina, 
Q.Silv. Sì* la vita (gli getta la spada) 

^Ti dolio. Non mi degno di lordarmi 
Nel sangue tuo* L'amico si soccorra. 

(va verso la casa. In questo sentir annosi in casa 
N strida, e romcri) 
p. Greg.(aparte) Ah ,segu? una tragedia. Io son scoperto . 
Gregorio* iniquo sei,.* Dove t'indusse 
Diabolico furor... gelosa rabbia/ 
Rimorso ho al cor..., che debbo far?., si fugga. 

(entra fuggendo) 
M 3' 



,2» IL CAVALIERE AMICO 

SCENA V. 

d. Ramiro esce con la spada, ignuda d* urna num y dall' 
altra ha una pistola, d. silxno, indi sm Capitana, co* 
saldati in ronda. 

i> Rm*t foiosa esce, e spara una pistola «U'aria) 

ìjì dietro. Chi ti li? 
jy.sìly- Rimiro/ 

d.R^wi. Silvio! 

Scusate, io pori v'aveva conosciate. 
(Uscirà un Vffeiale em soliati; si firmerà m 
dietro in ascolto, accentando ai soldati % che 
stieno ciotti) 
Che Atte qui? 
D.silv* Ah folle, che faceste? 

Oimè, che spada sanguinosa è quella? 
D. Ram. Amico , un bacie. (1+ bacia) M«co rallegr ate » i. 
Questa è la spada, che in ini colpo trasse 
Me di miseria. Or posso esservi amico. 
Ogni ostacolo è sciolto» 
D.silv- Ah, IX Ramiro, 

Qqai follie, quali eccessi l 
D.Rm. Rallegratevi. 

Tolta ho dal mofl<So quella Donna indegna, 

Ch'era cagion de* miei trattomi* « a un tatto 

Ho ferito un ignoto, che voleva 

Opporsi aggiusti colpi miei. Chi sia 

Noi so, che il buio grande, e la soverchia 



ATTO QUAìlTO. x2 3 

Giusta Tra mèi nascose. In tresca SI vidi 

Con què'flà scellerata, e ciò bastonimi. 

Or son ctfnténfò, é senza questo passo 

Io non poteva mai calmar Io spirto, 

Esser maltaggio, esservi amico vero. 

Tutto è compiuto. Allegro esser dovete. 

Datemi un bacio. Ora sarem felici. 
D.Sttv.Àh cieco/ qua! trasporto}., qual misfatto? 

Nella propria sua casa.., ad una Donna ... 

forsennato... inumano.., orror mi fate.... 

Ecco', il Ciel vi punisce, io vel predissi, 

Che franco non sarebbe, se le sacre 

Catene di ragiór spezzar tentaste 

Per gareggiar co' bruti, 
9.&am. EÌi 9 che mai dite! 

Si dovrien tutte queste scellerate ... 

Ah, direi troppo. 11 core ho sciolto, e mèrito 

Lode da voi, non biasmo. 
v.silv* Émpio, tacete. 

Non v'abborrisco ancor, che l'amicizia-. 

Ritornate in voi stesso, e prestamente 

Faggiam <ti qua. Prendiam le poste tosto; 

Che al rigor delle leggi , ed al Governo 

Esposta e quella vita, e qui potrebbe... 
(si volge guarà xndo; scopre Filiale con U 
squadra in attenzione) 

Oh Dio, che vedo! ti ferro sanguinoso, 

Ignudo in mano. 
(con presterà l*va U spadx a d. Ramiro, e U 
getta dentro alle scene) 

**♦ 



i84 II# CAVALIERE AMICO 

Uff. (avanzandosi) E' inutile il ripiego ^ 
Signor, sensate. Qlòj si chioda tosto 
D. Ramiro fra l'armi. Si raccolga 
Quel ferro sanguinoso. De'splcfcti 
Entrino in quella casa, e si rilevino' 
Gli accidenti funesti; esattamente 
Mi si narri ogni cosa ... 
(s'eseguiscono g}i ordini. Gli vien consegnati, 
la spada) 

D.Ram. Oh Dio, qu'al folgore../ 

Tardi m'avveggo.*. Cielo, io mi rassegno 
Vittima a'miei delitti, (si porrà Umano alla fronte) 

&. Silv. \ Capitano . 

(Con agitazione trarrà da una parte l'Ufficiale 
cavandosi di dito . un anello , e di scarsella 
una borsa) 
.Quest'anel, questa borsa, il scrigno mio» 
Il poter mio esibisco, e si permetta m 
Una fuga all'amico. 

Uff. Generoso 

D. Silvio, io pur vorrei poter mostrarvi. 
Non accettando i larghi doni vostri, 
Ch"io sono umano, e quanta è quella stima 
Ch'ebbi sempre di voi/ ma la minore 
Difficoltà in servirvi è, ch'ebbi a' fianchi 
Testimoni i soldati. 

D.Silv. Ah, si potrebbe 

Confondere it misfatto, a me addossarlo j, 
Io prigionier verrei. L'amico intanto . . 
Torria in salvo la vira. Capitano, . / 



ATTO QUARTO. iS/ 

Se il Governo temete, fuor dal Stato 
Con stipendio maggior, che non avete 
Dal Sovran nostro, io manterrò v vi. Intanto 
Fugga l'amico, e della vita mia, 
Della mia volontade disponete „ 
Uff. Giurai, D. Silvio, al Cielo, ed a' Sovrani 
Di servir fedelmente : il giuramento , 
Sin che avrò sangue, sosterrò fedele * 
$o , che nel grado militar talora 
Entra avarizia e infedeltà in alcuno* 
Questo avverrà per forza de' natali, 
Per bassa ed acazi on ; non per valore 
Ma per ingiusta forza, e protezione 
Innalzata ?ll'onor delle nostr'armi, 
Donde spesso il Sovran mal poi si serve, 
Nascita, educazione in me non manca. 
Duojmi, il Gel sallo, dell'amico vostro, 
Che a voi sia amico, ma interesse indarno 
Mi tenterà , che all'onorato incarco 
Manchi di fedeltade, e che annerisca 
la mia fama, e l'onor* 
(Esce un soldato dalla casa) Signore, in casal. 
Trovajnttjo un servitore , ed una serva, 
l'uno è di D. Ramiro, e l'altra è fante 
Di quest'albergo , che d'argenti , e gioie 
Facean fardello, e stavan per fuggirsi. 
In due stanze con guardie gli abbiasi chiusi. 
Piangono, e il servo maledice il nome. 
' Di certo D. Gregorio , e dà la colpa 
A D. Gregorio d' og,ni mal successo - 



tH il- CàVàl*é:r3 Astilo 

EntraftAO ih altri statiti, o*é scorgfemritó 
Un Caiftliér ferità y è stesa in terra, 
(Vista còininiserefdf, che cotfrmosfe/ 
|n un lago fli satfgfte giacer nudità, 
Passata il sen d*tttì £olpo, lì #tà Belli 
Giótàùe, eh' i0 retici. Alte hi le marti 
Unite, *Wsb il Ci#, c?hfc sénflbra aàbdr» 
Degli erto* atidi cfneda pietadé 41 Cièld . 
p,Ram. (disperato) Ciptattó, soldati, eóriflifcetfèmi 
I,unge dà $ub*tó lóòo al mio superilo. 
Io fqi, die uccidi qareHà ifliseràKlfe. 
Rabbia,., attor,., getotia... jJdtéitf é&Sittl.. 
Le mani Mite veisc* M ©tì <fisté*é? 
Chi ini sia dir 9 & J&tfiiio, e mi fèVa 
Gif brtrori dal mfò seào* Àlitia, óve sei? 
Non ti sifegnaTj tfo$ dimandar Vendetta 
Maggio* dfi (Jtiefta, è* hai. Gii ri pfcpkii 
Al rirfo eolio una scote * e morte infinte.** 
Capitano, sblrfeti, conducetene 
Lungc d* (JufSto Itfco i\ mio sup£Ii45d. 
P,J#T>Jt amiro, non temer j difesa avrai; 
HaSsérenarti pur. Vivo e il Aio amico, 
E se a morte adderai, <jhe non 6* cferto v , 
Dì, ihti l'amico tuo non è jSià virò, 
p.JU/tf.ABfcandtfnami, Silvio, e t'affttici 
Di Ramiro a scordarti, abfcomiiiévolte 
Mfostro agli oécfii cfel Cfelo, e de'mbrtali. 
Troppa vergogna all'amicizia tua 
Feci, e lascio morèndo infamemente. 
L'opre pietose tqé volgi alle misere 



A T fc O £ U A & * 0, ?*7 

Madre, e Sorella mia. Quanto dolore 
Avran per mia. cagione! Oimc , ch'io sento 
Le strida , e i pianti , e innanzi agli occhi ho sempre 
L'alma deli-infelice, atsatiinata 
Da questa mano indegna. Conducetemi 
Lunge da questo loco al mio supplizio. 

Uff. {a* soldati \ Custodite l'albergo, I servi indegni 
Condurrete alla guardia. Si soccorra 
Il Qvalier ferito. E voi, D. Silvio, 
Scusate il dover mio. Forse pietade 
P' un cieco, e fofl* oprare avrj \\ Governa. 

(entri, col prigione) 

jp.jtftt.ppnna Cassandra, Donna Clelia, è questa 
La pace, ch'io vi procurai? D. Silvio 
Nunzio sarà a una Madre , a un* Sorella 
D'una pubblica infamia, d'una morte 
Nel figlio? nel fratel/ Ah, soffra ognunq 
Il dolor, s'io Io soffro, e non si perda 
Jn lagrime, in sospiri, tamil opra 
AH -amico in periglio . Ognun si mova , 
La Madre, la Sorelli, ogni parente, 
la Città tutta. Vada facoltade, 
Ricchezza, e stato; tutto si sovverta, 
Ma l'amico si salvi, o Silvio mora. 



t*t IL CAVALIERE AMÌCd 

ATTO QUINTO. 

Strada < 

5 C E ti A PRIMA, 

t). Gregorio, poi b. Silvio * 

ò.Greg\J\t m'ascondo* e fuggo! Ah sono in carcere 
Giansimone, e la serva di Lucrezia, 
Svenata per mia colpa. Ma che dico 
Per colpa mia? Fa questa mano istessa, 
Che la misera uccise. E' già palese 
Al popol tutto, ch'io sono l'iniquo, 
Che per ine, è. trucidata,. e ch'io condotto 
Ho Ramiro al misfatto. La vii plebe. 
Dovunque passo, m'urla, dietro, e grida* 
Arrabbio cfL vergogna, di rimorso, 
E di spavento-; io più lume non vedd* 
Opre di Silvio generoso j e grande, 
Qual contrapposto fate, e qua! ribrezzo 
A quest'alma agitata! Oh potess'iò 
Non aver fatto quanto feci. Io bramo 
Di fuggir, di fermargli. 11 mio delitti 
Mi raggira qui intorno, e non so come.,. 
z>.,fz?T/.Ghe fai tu qui/ Fuggi, Gregorio, fuggi * 
Le diaboliche insidie son palesi, 
È le tue trame non intese mai. 
Ordinato e l'arresto, e mal sicuro 



ATTO QUINTO. jSj 

Nella Città tu sei. Ciò, che potrebbe 
Esser di te, noi so.... ma fuggi tosto. 

Xt.Greg. Generóso D. Silvio, io già son reso 
If ludibrio del popolo. Se orrore, 
Se rimorso in me stesso non avessi, 
Abbastanza sin' or le vostre forme, 
Incomprensibil forme generose, 
Fan, ch'io m'odio, che abbrucio, e che vorrei 
Esser nel più profondo degli abissi. 
La vita mi donaste, io son cagione, 
Che la pupilla vostra, il vostro amico 
Abbominevol morte ha Sopra il capo. 
L'arresto mio potrebbe essere in parte 
Utile alla difesa, e voi pietoso 
M'avvertite degli ordini, e alla foga 
Mi consigliate? Ah, volontario corro 
Iu t prò del vostro amico . Nelle forze 
Del Governo mi dono. Ivi paleso 
Le lunghe, indegne, scellerate trame. 
Che amor, che invidia, e che bassezza d'animo 
M'han suggerite. (in atto di partire) 

£, Silvio Fermati, Gregorio. 

Se la tua confession puote all'amico 
Giovar, (ch'io non lo spero, poich' enorme 
E' il suo misfatto) può giovargli ancora 
L'assenza tua. Chi non è reo, non fugge, 
Ogni momento è periglioso, e forse 
Tali gli ordini son, che di Palermo 
Non fuggiresti. La miseria tua 
£Jon potrei sofferir. Mentite spogli? 



*£ó IL CAVALIERE AMICO 

ft vesti. Ecco un sigilla. (gli il un sigillo) 

Al mio palagio 
Ubhidiranti i servi. Una carrozza 
Colle mio insegne prendi, ed abbi scolta 
Le mie livree, che fieno rispettile* 
Esci dalla Città, ne' Feudi miei 
Passa * Con quel sigillo nuovi sei Vi, 
Nuovi corsesi ^vrai. Non ti- tornare. 
Cfiù da* confini afriv** t ponti' in salva» 
Più non mi ferina, che l'amido mio 
De 9 più forti maneggi b» di mestieri* 
Gli benedica y Ciél* (entra) 

to.Grcg. (sospn* ed sigilla m méMc) 

Chafai, Gregorio^ 
Vile, ohe sei per far? Qr hai tu ibis* 
Soppressa nobiltà* Qua T hai tcndetta. 
Dalle bassezza rue v dalle tue imprese 
Orribili, ed infami? Morrà torse 
Don Ramiro infelice,, e fia compianta 
Dal popol tutta» lo viverò una vita 
Poggiar di morte, abbominevol vita 
Agli occhi de' mortali... No, io non fuggo. 
Corro al Governatore. Ivi paleso,, 
£1 raddoppio narrando i falli miei,. 
Piango, e morte dimando.... Non- si fiigga...» 
Morte è il psggiar drenali.. Ah, innanzi ag!i occhi 
Ho la falce spietata, e ovunque io corra, 
Sopra il capa l'avrò* Terror m'opprime... 
Cieca ho la mente... Gel/ m'abbandonasti. 

(entri forme) 



ATTO Q y % ;X T Ó. x 9 i 

SCENA II. 
Carne» magnifica del Governatore. 

U G^)erm$aresQfr aricco sedile y cAleisémdww umiltà, 
indi ung StAJjitre. 

Gov. (in pensiero da se) 

JVamirft inerìre. L'azione 101904 
E 1 grave troppo. Nella casa altrui.,... 
lattodotto di furto ...» a<J una donna ••• 
Barharamejité ..♦* a un Cavalle* ... ferire •« 
Morte... feriti.»., l'oSpitàlitade 
Tradita iodegnamente.*.. de* morire. 
Esempio ... leggi .... le meschine genti 
Nelle lor case mal sicure , tutto 
Chiede la morte sua. Povera Cl$li»! 

U/f/.El Sior D. Silvio, Eccellenza.... 

Coi;. Silvio mi fa piet}; ma Silvio troppo 
Tenta , Alessandro. Io l'amicizia scuso, 
Stimo un cor generoso; ma ch'ei tenti 
Sovvertir Ja Giustizia in tante forme!... 
Che alla Torre le guaidie ei tenti a prezzo!... 
Tutto m'è noto. Io so sceglier ministri, 
E fedeli ministri. Amo D. Silvio; 
Ma troppo ei tenta, e aver non puossi quello, 
Che non dessi ottener. 

Mes.Mz un amigp, Eccellenza.... che x& su traspor- 
ta da up spirito de vertigine, dal guai el Cielo 



i 9 * IL CAYALIEKE AMICO 

Tarda la nostra a man a fragilità... Un innamora.. 

un zeloso... un furioso..,, l'è el primo fatto 

un primo moto.... Basta, ho dito anca troppo, 
e la mia povertà no deve avanzane tanto, e so- 
lamente son qua, perchè pareva, che V. E. in- 
clinasse a voler la pase della Famegia del Co: 
Guglielmo fedo, e dei fradelli della interfetta. 
El mio Paron me manda.,... (trac di scarsella 
un foglio, e l'apre) 
Coi;. Ebbe la pace dalle due famiglie/ 

Con tal facilità l'ebbe, Alessandro? 
udles.Eh, el mio Paron, Eccellenza, co se tratta dei 
doveri dell'amicizia, noi dorme. Questa è la pa- 
se dei fradelli della povera sfortunada con per- 
mission del cielo , So, che de chi è mono no 
devo dir de piti . 

(consegna il foglio, il Governatore lo legge, poi 
lo posa sul tavolino) 
Òov. Questo foglio a D. Silvio dee costare 

A caro prezzo, è vero? io ne son certo. 
yéles. Vostra Eccellenza se poi immaginar. Ghe xe al 
mondo piò caratteri de persone , e quelli , che 
per interesse no ha riguardo de veder la repu- 
tazion persa nella condotta delle sorelle proprie 
averà cuor anca de tirar el so ponto insiri sulle 
estreme fatalità, e de far vada el resto dell'onor, 
sui cadaveri istessi . Per cinquecento zecchini, 
sborsai dal mio paron , i ha cefcso la vendetta 
, della Sorella védova . I averà za fatto conto , 
che i andava naturalmente al spogio d'una casa 



ATTO QUIN XO. T93 

provifta de zogie, de bezzi, de arzentarie , de 
mobili preziosi, tutto sangue del povero Sior o 
Ramiro, che odiava* la defonta in sta forma, de 
forse lu miserabile, de spogiarse de tutto , per 
contentar, per arricchir una Donna, che el vo- 
^ * leva morta» 
Goy. .- . . ' (a p*M) - • 

Bel carattere d'uom/ di vecchio industre* 
Servo ben degno di D. Silvio. Ah, questi 
Dell* Illustre sua Patria si ricorda 
Le saggie forme, le pietose forme ' 
Di giudicar, che nelle circostanze 
Tutto bilancia, e misericordiosa, 
E giusta insieme a morte, e a vita giudica 
Il suddito felice, e pende sempre 
Più a pietà, che a rigor. A strette leggi 
Noi siam soggetti, e a sostener le abbiamo 
Senz'arbitrio pietoso, austeramente, 
UUs. Scaltra pase mo, vedela, Eccellenza 4 J^or < je aU 
tro foglio , che il Governatore esaminerà con atti di 
stupore) del Copte Guglielmo ferio , el qua! in 
fotti xe assicura dai Chirurghi della vita, ha costà 
solamente delle espression . Tra Cavalieri , e 
Cavalieri , ragionevoli , che intende i ca- 
si, le circostanze, el fondo del cuor, le passion 
umane, i amici, e le povere fomegie nobili, eoa 
fiole nubili, fa compassion, e se condiscende fa- 
cilmente a un atto generoso, che, a pensar ben, 
onora più chi lo fa, che chi lo riceve. 

Tom. IV. N 



tj4 I. L CAVALIERE AMICO 

(Il Governatore, lette il folio } h npm*.Jks~ 
sandro s^gw) 
Ha basta, che $\ mie* Paron se ghe potatati, che 
el ghp dig* quatto parole da quel, che à xe^ 
El Co: Qogiielnjo «'ha metto a piaazaa, evolti 
al mio Paron: D. Silvio, el dise, le lese* che 
ho recevù da D. Ramiro , voaa^o amigo, che ga- 
ia iji fatti orbo, furibondo, la togo daltaiman 
del Gelo, Gerì, in^ajttrrùasì pf* uaewta^cbe me 
desonora va, <;be podere tssen «a zorao la rovi- 
na del mi*?, stato , d*llf Baia repotaaion . Chi sa 
che fin , che averi? fatto • Sta feria, tf accidente , 
che me xe nato sglfo mala «vada, , ohe me po~ 
d ( eva tpr I3 vita, m'fc ^lumina . Yoirìg poder 
col mio sangue sollevar II Bamixo-, vòttro*aml- 
go , che xe in tantQ pericolo,. §e la past-, che 
ghe dago con tutto et cupr, ghe poi esser gio- 
vevole, no spsyag#erp, espressi on , e se. e ledè, 
che le istanze ch^lla. mi* propria persona al Sior- 
Go.vemator pqss% esser utili , con ttut<y eh mal , 
ch$ gp attorno., me ùaò portar.... ma ohe. biso- 
gno ghe xe, che diga gJtro ì Se. Vi* E: lasse sta 
presente, son sienrp, che no, la averla ttsauegnù 
le lagreme. El tfha c fiuto dar elcajamar, equel- 
la xe. la pase . 
Coi;. Lodo il Co: Guglielmo^ e lodo Silvio. 
Questi du$ fogli chiesi, e vi confesso, 
Che diffifil credei potergli avere. 
Tutto puote D. Silvio^ eJa sua. rara, 
Amistà tutto può, ma non le leggi, 



A T t QUINTO* i 9 5 

CKaMizki sovvertir. Di D. Ramiro 

Tioppo è grande il mitfatto , e te non lava 

II suo sangue l'eccesso, tetterà 

La giustizi del Gel sopra il mio capo. 

tMo #*#Signo*, Donna Cassandra, e Donna Clelia 
Ckied&fto udienza in grazia . 

&**/* {levandosi don impeto > 4 £*r#) 

Ah, questo è troppo* 
\Jn fiotta è Questo di D. Silvio nuovo, 
Ose M y th'io stimo Donna Clelia*... Ah, questo 
E' un assalto il maggior, che aver potessi. 
Troppo vuole amicizia, e certamente 
Tifrppo Di Silvio tenta» Olà. rispondi 
A quelle Dame, ch'io non possa... ch'io 
Ho delle occupazioni , che mi scusino .... 
Che in altro giorno*.. Va, tu m'intendesti. 

Jlts. (basso allo Staff.) Fcrmeve un momento per 
carità. Afa, Eccellenza, a una povera Madre, a 
una povera Sorella , nobile , afflitte per le più 
sanguinose disgrazie,- che doppio colpo mortai 
no sarà la mortificazion de negarghe insin de po- 
der veder la fazza de quel Giudice, dal qua! de- 
pende la vita, e la morte d'un fiol , d'un fra- 
delio/ Che manco se poi far, che accettarle, che 
lassar, che le possa sollevarse, esala rse colle la- 
greme? che resistendo sempre anca, come deve, 
* la Giustizia , do parole sòe de conforto à ste 
povere. Dame poi aver più forza de quante ghe 
ne poi dir i parenti mortificai , e i amici , che 
ift te le calamità sol esser pochi. La me permet- 

N 2 



i 9 6 IL CAVALIERE AMICO 

ta..... no intendo de abusarme della so clemen* 
za, ma el no voler ascoltar istanze d'una Dama 
vedova , d'una Dama nubile, oppresse ... Chi sa, 

cosa che le poi aver da dirghel, I4 scusa la 

sincerità ardita d'un povero vecchio*-, Teme- 
ria, che la pietà dell 9 animo suo , che xe tanto 
decantada da tutti , se podesse pregiudicar con 
età resoluzion, che gha un aspetto de crudeltà, 
ma che pe? altro respetto colla fronte per terra, 
% Gùv. (a fané) Ah, ch'io temo il mio cor. So ben, 
che il grado, 
E la miseria lov non vuol, ch'Io possa 
Ricusar d'accettarle, (allo Staff) Olà, dì loro, 
Ch'entrino pur, (Mes. la?gi d'allegrezza 

(Staff, entra con inchino) 
Ho avuto cor, scorgendo 
Di Ramiro i trascorsi, e la famiglia, 
Che riducessi a estremità, ad obbrobrio, 
D'allontanarmi, e d'ammorzar la gamma, 
Che Incominciava in me per Donna Clelia. 
Avrò costanza , e core di resistere , 
Perchè Giustizia abbia il suo corso , e mora 
Chi è reo di morte, e fa inumano, ed empio, 

SCENA JIL 

Dònna Cassandra, póma Clelia pianami* , e ietti. 

Jiles. (basso alle Donne, ctì entrano) 1 er quanto poi 
la mia età , el mio grado , ho ubbidio certo el 
jriio Paron. Le se recorda i so avvertimenti; no 



Atto quinto, x* 7 

le se perda de anemo; le suga per adesso quelle 
Jagreme ; questo e l' ultimo tentativo . Mi me re- 
tiro a pregar el Cielo per un esito, che sia sof- 
frirle al cuor d'una Madre, d'una Sorella, d'un 
amigo affettuoso, e d'un servitor fedel, (entra) 

Coi), (accennando , che siedano, siedono tutti) 
Quai favori son questi £ in che poss'io 
Servirvi mai? 

Don. Cos. Signor, qui venni ,.. e come... 

(sempre piangendo dirottamente) 
É perchè venni.», il lagrimar vel dica.... 
D. Silvio generoso così volle, 
Vi dico il ver..... ma ragionar non posso »... 
Non ho più mente) o forza. II lungo pianto, 
11 dolor m'hanno tolto e spirto, e lena. 
Se le lagrime mie per me non parlano, 
Mente, e lingua non ho..» 

6cv. Donna Cassandra, 

Donna Clelia, chiniam bassa la fronte 
A' voleri del Ciel. Costanza e quella, 
Ch'anche può segnalar gli animi grandi 
Ne' funesti accidenti inevitabili. 

Don.Clel. Oh cielo! inevitabili. 1 Signore, 

E' noto a voi , che ih mio fratel le colpe 
Sien per insidie altrui? che indegni lacci. 
Infernali raggiri, opre inaudite 
Di tenga indissolubile catena 
D'anime scellerate, l'abbian tratto 
Cieco t'delitti? 

G&v, Donna Clelia, basta 



j}» IL CAVALIERE AMICO 

Che sien delitti l'opre di Ramiro. 

Lìbero arbitrio ha ciaschedun, ctfè in vita. 

Difendersi potea da quelle insidie, 

Che alla perdita sua l'hanno condotto, 

Tomo m'è noto, e negl'insidiatori 

Reità so punir. Pena condegna 

Deve alle colpe «offerir ciascuno. 

Dm. CM. Dunque morrà Ramiro! Il mio frittilo 
Condannato morrai Trionferanno 
L'enormi insidie, che al funesto punto 
Di morte, e d'ignominia l'han voluto 
Per vendetta abborribile? 

Gov. (austeramente) Giustizia 

Guarda ognun ne' suoi falli, indi punisce, 
Né si commove a lagrime» 

Don. della Giustizia 

Ad appagar le scellerate brame 
Posso dir che discende, ed è ministra» 
Castigherà gt'insidiator, ma effetto 
Avranno i tradimenti per un colpo 
Di Giustizia alla fin. Misera Clelia/ 
Madre, a che pianger dunque, se le lagrime 
Sono a Giustizia inutili , e Giustizia 
A pietà non dà loco? (piange) 

Gov. a parte ( Ah, sento, il core, 

Che si commove 5 è meglio, ch'io mi Ieri,.. ) 
Clelia, D. Silvio da amicizia mosso 
Imprudente v'espose,.... 
Don. CleL (con spirito) E' ver, D. Silvio 
M'espose a vor dinanzi^ e disse accora: 



vA T T QUI» T 0; i 99 

Clelia, H coraggio non perdete mài. 
.Rammemorate, Figlia, i nomi illustri 
Della vostra famiglia. Alle pareti 
Della Sala Reale appese stanno 
L'effigie lor. Nelle Fortezze, e nelle 
Piazze di guarnigione i sima 1 acri 
Di marmi, e bronzi degli antichi vostri 
Per decreti sovrani alteri stanno; 
Fregio, non men d'antica nobiltade, 
Che delle chiare imprese, del coràggio, 
Di fedeltà, dell'onorato sangue, 
Per lunga serie d'anni, in tanti rischj, 
Ed in mille battaglie eroicamente 
Per i Monarchi lor sparso con frutto. 
Tante glorie , e trofei lordar non deve 
Di carnefice infame un colpo indegno* 
Tanto onorato, e memorata! sangue , 
Il sangue di Ramiro, unico figlio 
D'una stirpe a' Monarchi sì diletta, 
Contaminar non de'. Signor, son queste 
Di Don Silvio parole, e son parole 
Di verità da questo core uscite. 

Gov. Donna Clelia, fermatevi. Ciò basti .... 

Don. Clelia (inginocchiasi piangendo) 

No, non basta, Signore. A' piedi vostri 
E 1 un infelice sventurata figlia, 
Priva di stato , miserabil fatta 
Dall'avversa fortuna, e solo ha in dote 
I suoi costumi, e nobiltà di sangue. 
Deh non fate, Signor, che morte infame 

* 4 



*oo IL CAVALIERE AMICO 

Nel miserando mio Frate! mi renda 
Schifa agli occhi d' ognun; che dir si possi: 
Quella è suora di lui, che sopra un palco 
Lasciò la vita; ornai non è più degna 
Di nobil sposo , di famiglia illustre. (piange) 

Gov, a fétte. ( D. Silvio, hai vinto ; non morrà il 
tao amico) 
Sorgete , Donna Clelia, (chiame) Olà. 

SCENA IV. 
A Capitano, e ietti. 

Cap. òignore. 

Gav. Capitano, opportuno qui giugnesté. 

(conduce il Capitano in disparte, gli parta, come 
segue, non udito dalle Donne) 

Ramiro- prìgionier, per una: foga 

Non preveduta , pria che un'ora passi, 

Da 11» torre sia fuor, di qua sen vada. 

Sconnessi- ferri, o fnreida muraglia, 

Negligenza s'incolpi, e varda limge. 

Chiuso nel petto vostro stia l'arcano, 

Pena la vita, ed altro non cercate. 
(a parte) Le politiche mire.», la famiglia'.... 

I! mia vo fere è tal. 
'Cap. (con secreterà) Giammai , Signore 

Più volontieri altr'ordine ho eseguito. 

Don Silvio generoso fu sin' ora 

Meco in dirotto pianto , e insiem piangemmo . 

Supplichevol volea, ch'io lo lasciassi 



atto fc v r » T 0, *o* 

Veder l'unico, e non dovei lisciarlo, 

Perchè gli ordini vòstri ùiel vietato» 

D' infederar non mai, ma di schiocchazza* 

D'inavvertenza sia tutta la colpa 

Sopra gli omeri miei. Per appagare* 

Per colorir la foga, due catene, 

Ceppi, e prigione volontieri io soffro. 

Fugga Ramiro, e Silvio, esempio raro 

D'amicizia a 9 miei dì, sia consolato. (elitra) 

* (Durante il discorse tra il Capitano, e il Governatore y 
le Donne sosterranno de'la^i muti tra loro sulle 
circostanza) 

£w. Donna Cassandra, Donna Clelia, io seppi. 
Che la sorte vi assiste. Don Ramiro 
Più non morrà, ma, sin che dora in vita, 
Dovrà soffrire un bando dagli Stati 
Con le opportune taglie, onde di specchio 
Sia al popolo il castigo, e freni gH animi 
Degl'inclinati all'empietà. Di tanto 
Rassegnatevi a} Gel. 

Don. Clelia Ah, Madre mia, 

Più non morrà il fratello/ 

Don. Cass. Io tutto soffro, 

Fuor che la morte sua. 

Gov. Don Silvio arriva 5 

Altrove io vado . Dategli lai nuova, 
Che Ramiro non muor, ma che un perpetoo 
Esilio insuperati] de' soffrire w 
(a parte) Io vo'in disparte udire i movimenti 
Di quell'anima grande a tale annunzio, (tutta) 



»+» IL CAVALIERE AMICO 

SCENA V. 
T>. Silvio, Alessandro, puma OvtÉxdru > Dama Velia. 

P.Silv.l\uit*t afflitte, a futi Mora» a goal colpo 

Siam noi soggetti? 
Dsn. Qasss Pia non nraor Ramilo. 

D.Silv.fiùy pia noto umor/ 
v4lts> Oh Cielo , teringratio* Quanta eonèolaziòtì, che 

sento* 
tm> tfeb'4 D» SiMo> pia non muore. 

Ma con perpetuo bando ignominiose 

^faglie dovrà «offrir* 
D. Silvio S'è nelle carceri' 

G*ffit feaatol Ohe dite? 
Don. Clelia Tal l'impégno 

FYi del Governatore! che in disparte 

Ebbe dal capitano delle guàrdie 

Nuova, di che» non *0} »ò ben, ch'ai disse 

Che la sorte ci assiste, die Ramiro 

Più noli ftiortà, ina che perpetuo bando 

Dovrà soffrir con taglie d'ignominia* 

Mi rallegrai, ma quell'alleviamento 

Dileguasi, e il dolor si rinnovella. 

Povero mio fratello, andrà ramingo 1 

Qual 9 asilo averi? Dovunque ei passi, 
Dove si fermi, in stato vii, nascosto, 
Con rozzi panni passerà la vita; 
E se tra pari suoi produr vorrassi, 
Fama perseguitilo di ve r gogna. 



ATTO QUIETO, 203 

Fuggiraulo i $uoj pari • E' quel , dirassi , 
Uccisor dell? femmine brutale, 
Infamato da on Landò, ed il suo capo 
Soggetto è ad un patibolo, (piange) 

D.Silv, Non più ; 

Pur che viva Ramiro, Donna Clelia, 
Donna Cassandra, ad ogn' altra sventura 
Di povertade, di pellegrinaggio, 
Di nome obbrobrioso ei salvo fia. 
Tutto deve amicizia* Il vostro figlio, 
Vostro fratello avrà seco ramingo 
Fedel compagno quest'amico suo, 
Queli'onor, quel decoro, i servi, e quanto 
Possedo al mondo, indivisibilmente 
Avremo insiem fuori da questo Stato, 
Se disonor, vergogna avrà Ramiro, 
Silvio sarà partecipe con lui. 
Questa mia vita, e quanto è in poter mio 
Da morte nói toglieva, Ora non remo 
Lontananza, disagi, ed abbandono 
Della mia patria; ebe non è mia patria 
Quella, dove il mio amico non soggiorna. 
Una vita, nna morte, ed oti sepolcro 
Comuni ci saran. Questa Cittade , 
Se non in vita, un <i\ vedrà condotto 
Ramiro estinto in quanta pompa mai 
Furerai pompa onorar può un estinto, 
Ed in nobil sepolcro in queste mura 
Chiuso sarà Ramiro, e chiuse ancora 
Chiuse saran d'un vero amico Tossa, 



*D 4 *L CAVAIIEKE AMICO 

Alessandro, voi lascio. Le mie rendite 
Ripartite annualmente, e la metade 
Di queste afflitte sieno. L'altra parte, 
Tratto il bisogno rostro, invierete, 
Dov'io prenderò asilo coir amico * 
In questa giovinetta riguardate 
tTna propria mia figlia, e succedendo 
Occasion di maritaggio illastre 
Dote non risparmiate. Nello scrigno 
Lascio un tesoro, e falcoltà abbastanza. 
Madre > Sorella, di più far non posso. 
In ricompensa sol, Donna Cassandra, 
Clelia, se nulla meno, io vi domando 
Di scordarvi gli affanni, che Ramiro 
,Fu cagion, che provaste. Io dell'amico 
Vado in traccia, * lo seguo* 

(in atto di partire) 

SCENA Vh 
il Governatore, e detti* 

Gru, -Anima grande, 

Di qua noti panini. Di sì bel lume 
Privi non resti la Città, e non pianga 
Vedova sconsolata il più bel fregio. 
Tu sei conforto all'alme al ben far pronte, 
Ed alle scellerate anime specchio 
Di rimorso, e dolor. Virtude insolita, 
Anche insolite grazie da Giustizia 
Puote ottener, anzi pur dee ottenerle; 



ATTO QUINTO/ *oj 

E sì bella amicizia prodigiosa 

Dà me premiata in miglior forma sia. 

(Fa cenno ai fino Staffiere) 
Il Capitano delle guardie tosto 
Ogni ordine sospenda, ed a me venga, 

(fatte lo Staffiere) 
D. Silvio, non morrà, uè bando, o infanti» 
Soffrirà D- Ramirp, e solamente 
Nella Fortezza relegato sia 
Per alcun 9 anno, onde castigo egli abbia, 
]E tempo a pentimento, e possa rendersi 
Degno d'un tanto amico. Le famiglie 
Offese voglion pace, e pace chiede, 
Ed adeguato premio un 9 amicizie, 
Una virtù, che in terra non ha pari, 
Scriverassi alla Corte, e approverassi 
Quant'io dispongo, anzi ha disposto il Cielo, 

DonXass. Signor... DonSilvio M , Ah, di sì gran fortuna 
Chi degg'io ringraziare 

Don* Clelia Madre, io mi sento 

Mancar per l'allegrezza. 

tAles.OU Venezia, fqssisto presente a veder, sin dove 
poi arrivar i effetti dejla virtù, d'una perfetta 
amicizia) 

D,Silv. Signor ... Donna Cassandra.... Donna Clelia...; 
Alessandro ..o. chi m'ode, e prova giubilo, 
Che non mora l'amico, od infamato 
Bti qua non parta, la persona mia 
Premia, ed onora, A tutti obbligo eterno 
professo nei mio c«r. Vado ali 9 amico; 



lòtf IL CAVALIERE AMICO 

Seco nella Fortezza io viver chiedo 
A voi» Signore, in sin ch'ei mostri segno 
Dì pentimento, e insin che meritarsi 
Possa la grazia vostra, e libertade. 
Pietà, Signore f a' servi prigionieri 
So che usetete, ed un castigo a* falli, 
Che s'uniformi a un animo clemente « 

SCENA ULTIMA, 
V)k Soldato, t ietti. 
Soli, (dopò aver presentata Tarma) 

Signor,, t+m* pùt la Ciati tetoee 

Don Gregario; & reti te* Av**% dietro 

Con urla spavtntevoli la: plebe, 

Che l'inanità**, E* «foderò; la spada 

Bet famsir targp. Ik popolo T opprèsse* 

Fa chi un sasso scagnando, a mille bracai* 

Dato ha esempio crudele* Invan córremmo f 

E minacciammo- niv.an . L'immensa turba, 

Fremente Contro lui, l f aefe assordavai. 

Ei disformato, lurida, percosso, 

E cadavere orrendo, e sanguinoso 

Sotto un nembo di pietre ebbe ad tur tratto 

Baibiramente morte, e sepoltura.. , 

Gov. Vadasi in traccia tosto drf primieri 

Suscitator del popolo. (U Soldato entra) 

D.Silv. Infelice? 

Quanta il $aa fih* mUocrtsce) . , 

Don. Cass, Chi avria detto., 



AITO QUINTO, 20/ 

Ch'ei perisse così! 

9tn.ClcL Chi il Gel non teme, 

Tutto deve temer. 

tAlcs.O Bravai! No la podeva dir megio. 

Gov. Don Silvio, chiaramente il Gel favella; 
Gli ostinati nel mal, che la ragione 
Da lor prim'anni in scellerate azioni 
Sempre impiegare, il Ciel puniti vuole* 
De* servi non parliamo, Quegl' iniqui, 
De'proprj Signor loro traditori, 
Serviran con spettacolo d'esempio 
A'pari lor. Da cecitade oppressa 
Ramiro io scopro * All' amicizia vostra 
Ei vien commesso. À voi nella Fortezza f 
A' fianchi dell'amico utile specchio, 
Libero ihpisso fia , Dovunque Silvio 
Vuorentrar^, ed uscir, porte non sieno, 
Che s'oppongano a lui. Se alla famiglia, 
E a Donna Clelia alcuna macchia imprime 
Una mite condanna, un giorno forse 
Seco a parte sarà chi una bell'alma 
Sa ammirare, e virtù, s'ella non sdegna M/ 

Don.CklMsx non potrà sdegnar ne' casi miei 
Ciò, che m'onora. Aggiungasi alla gioia 
De' nostri cori, ed a' felici eventi 
D'un Cavaliere amico, aggradimento 
Dell'Udienza cortese, e allor chi mai 
Sarà di noi più fortunato, e allegro? 



DORIDE 

OSSIA 

LA RASSEGNATA 

TBAGICOMMEDIA 
i » e i n a w « À x * il .* 



Tom. IV. 



aio 



PERSONAGGI. 



XiNDOKiC, Ufficiale valoroso* 

Doride, sud Sposa. 

Cu mene, Madre di Doride. 

CiVAUSJiyforettatftindùfaf, 

MRLfTA, serva di Doride. 

BuLriLy Picchio decrepito fiero , privo iT» braccio. 

fELVJL ÒlOtylfE, SUO figH^O, ^f^^KO « 

Rignakd, £afcbi di, B(lvil&fVW* 
Dombrvxo, Maresciallo. 

DUE STàÌFIÉrÌ. 

quattro Sgbkri, cht non parlano . 



la Scena è in Varsavia. 



Vii 

ATTO PRIMO, 

Sala di iindotafc* 

SCÉfcA Ì>RI MA. 
ièlvìl siovintt frcgnard suo Lacchè. 

(agitato guardando intorno) 

fe^.ltÈgbàrd) totoòseì quest'albergo? 

fr&. Oh bella, 

Sinor Belvin tgfì è di Lindotae. 

Ma puossi àffin sapfer, che ti conturba? 

fritta taòtte svegliato. Appéna giorno 

Uscir di casa. Gir** gli occhi Sempre. 

Camminar fcon sospetto sospirando 

Tutta Varsavia, Vi dimando scusa, 

Ma ini parete bh matto» 
Wv. Matto? matto? 

Sai tu, fch'c terinisata la campagna; 

Che Lindotec questa mattina giugne? 

Che it Màrescial Dombrun accompagnato 

Ch'egli abbia al suo palagio, in questo albergo 

A momenti sarà ì 
R*Z* Bene, sia giunto: 

Accompagni Dombruno : Venga qui 2 

E che per ciò? 
s *fo Tu non conosci, folle, 

Il fiero Lindorac. Tu non sai puntò, 

* 



, t * BOIIDE 

Qmirtd tcrribil si*. 

Rf£. lo se, eh' è fiero; 

Oe il Re l'apprezza, ma, se foss$ il diffolf* 
Perchè temerlo? correr? sospirare? 
An»re? tirar gli occhi? e spaventarsi? 

Rte-Regiiard, $e*n fuor di ine, Questa Divis* 
Militar mi sta male. Alla campagna 
Pel timor della guerra andar non volli. 
Mendicati pretesti, e fedi mediche 
Di poca sanità m< hanno sottratto 
pai periglio dell'anni, t in ozio, e in fe*t« 
Mentre i fervi del Re fra le battaglie 
Arrischiava* la vita, io vi»i allegro, 
* Ad onta de- rimproveri del vecchio 
Impossente mio Padre, 

Jfrg. E ben j la pancia 

Serbaste per T fichi, Jff qqest» forse 
La cagiop de # timori? 
dp f Altra, cagione 

Ho di temer, Regnard. Amoreggiai 
Cidalisa, sprella a Lindon»c, 
Poi m'andò a noia. Doride, Consorte 
Di lui, mi piacque più. Co* sguardi miei 
Le spiegai prim3 il cor, né mi die retta. 
Cominciai con parole, e sempre finse 
Non capire i ìjiiei detti. Lettewzze 
Spasimate le scrissi , e sempre in vano , 
Che risposta non vidi. I miei sospiri 
Furono innmnerabili. Lo specchio 
E' testiqiqnio «felle (Jiligfnze, 



ÀHo PBIMO. 2ij 

fche osate ho alle mie chiome, e può far fede 
Di quanti gesti lusinghieri* è molli 
In esso esercitai, che in opra posti 
Far tempre vani. Ebbi ripulse sole, 
j£ casti sguardi, e minacciosi. Mai 
Per insistenza, o artifiziose forme, 
Per modèrni vestiti, e leggiadria 
La giovinetta vincer non potei 
D'dn Sguardo solo umano * 
tttg. Ora capisco. 

Voi dubitate, creila a lindorac 
Malesi il fatto, e ch'egli «. 
teli;, (furioso) Tu indovini 

Adunque, com'io pelisi? Sai qualcosa? 
Régnard, son morto* Lindorac non soffre 
Certo, che beli 9 assenza sua tentassi 
D'insidiare il suo onor. Vorrà vendetta 
Sino all'ultimo sangue. Egli è la spada 
Miglior del Regno i Parmi di sentirla 
Entranti! in questo seno, il cor passarmi. 
Regnard, non posso più} m'esce un sudore, 
Che m'agghiaccia la fronte. 
IUgé Via, coràggio, 

Signor Cornetta. Se la Moglie è saggia, 
Non parlerà, credetelo. 
Bclv. Regnard, 

C'è ancor di più. Pnbblicamente, sappi. 
Nelle botteghe, e ne 9 ridotti , a' giovani 
Del corrente buon gusto, mi vantai 
Falsamente, che Doride sospira 

3 



214 



DORIDE 

Per m»* ch'ogni momento nn mesto fntadt 
Per avermi in segreto, e mi tormente. 
Se questi detti giungono all'orecchio 
Di fc»do?ae.., tu ?edi.„ tu m'intendi.,, 
Rfg.Eb sì, Signor Cornetti», intento tutto, 
Queste son forme de! corrente «ecolo. 

Ho «4'" P$ di ^ lUe S' aTÌnottì 

Far gli stessi discorsi in spile, ipalie ^ 

Dell* povere Donne, * ancor «on rivi, 

E non, hanno ferite, Oggi * Manti 

Jfon aono pie all'antica, son Bloso* 

Di sistem» novelli, Sanno fare 

<5H orecchi di mercante i non si prendono 

Certe iwitW bng he l hi ' nnQ P*^ * 1 - 
»lv,No, no, Regnard, t'inganni, Undorao 
Non è di quelli. E' puntiglioso, è fiero, 
. Senta l'onore al vivo, e «pno certo, 
Che, s'ode un detto solo in sua. vergogna, 
Mi $6da tosto a. motte i Q«rè» R«g»W Td » 
Pernii sentir 1» voce minacciosa, 
Pi vedere il sno volto, acceso, e frasca, 
p' udire il fischio della spafc, ch'esce 
Fflor dal fòdero in fretta, i piedi battere, 

Vibrare il CQ!p°$ to *W» * P* r0 ' e W 'f ** 
Nelle viscere il ferro, Agghiaccio, e so*», 
^nard^C in pensarlo ^^^ 

** Signor Cornetta , a che portate inde** 

Quella Dirmi 
^ Ah,briccowcc>o, tacM 



..[ 



a t to p a rito. 2X / 

To M «léggi, èhj ifaéudéf BTli t>adré inrp^ 
Con le sue idee di gloria, e te ftièiflòrié" ? 
Degli ÀVi Wsirl valorosi in guerra, 
A* Monarchi difètti, che mi volte J 

Veder còri quésti insegna. Ella mi JèiriT 
Di rimpròvero soi. ftori ho coraggio, 
Ho «brezzò pe* l'armi. Ah, indégno lìdi? 
Vedi a che fa 1 avvilisco. A te sol posso "*" 
Palesar il mitt interno / ad uri Lacchè ! 
Ma non mi degnò palesarlo agli altri. 
Tu non devi abusarti* Io mi vergogno, 
Tel córifesfcò, di tutti, é siri ch'io posso, 
E il debole cono&cb del nimico, 
So minacciare, far il franco. Questo, 
. Regnard mio, non è il caso. A qiialchèdunó 
Devo affidarmi. So, che mi Vuoi bèiiej 
Il mio caro Regnarci tri vedi tutto. 
Consigliami, ti prego. 

fl^J- Io vi consìglio 

Di questi casa uscir. Se Lindorac 
Deve a momenti giungere, andiani via; 

Belv. Ah, tu dì benej ma vorrei... qui venni 

(guardando intorno) 
Per favellare a Dòride, per chiederle 
Perdono ginocchion, per supplicarla 
Ch'ella non mi palesi; ma rifletto, 
Che ciò non giova. I pubblici discorsi, 
Ch'io feci, mi tradiscono. Vorrei... 
Ma che ? per tutta quanta fu*ia notte 
M'ho stillato il Cervef per un ripiego, 

4 



*i* DOBIDE 

Ni l'ho trovato mai. La mente ho caldi ~i 

Consigliami, Regnard. 
tfZ* Il mio mestiere 

E 9 di Lacchè; del mio mestiere io post? 

Darri consiglio. Avete buone gambe? 
tclvEh, non scherzar, Regnard. Odi; stanotte , 

Tra gli altri miei pensier, mi venne in mente 

Di scriver fucsia lettera , che addossa 

A Doride il difetto. (cava una lettera) 

2f£. Sari bella: 

L'avrete fatta scrivere , e copiata. 
Btlv.Sei troppo temerario... E a lei diretta; 

Ma con arte vorrei che a Cidalisa, 

La sua Cognata, capitasse in diano. 

Ella non ama Doride , e farebbe 

Buon uso col fratel di questo foglio. 

Egli irritato contro la Consorte 

Si perderebbe a vendicarsi, ed io 

Forse salvo sarei. Che te ne pare? 
Btg. Anderà ben. Volete, ch'io vi serva? 
Belv. Conosci Cidalisa? 
Rcg. Io la conosco. 

Belv.E lei conosce te? 
&£• Non mi conosce. 

Belv.E ben, tu puoi servirmi. 
Rcg- Ed io vi servo. 

Sclv. Credi buono il ripiego? 
Reg- Io non m'intendo. 

Belv.Non lo credo cattivo. L'eseguisci. 

Nasconditi guì intorno. Cidalisa > ? 



ATTO miMO, ai 7 

Forse capiterà. Mi raccomando. 
Io parto 9 perchè parmi ogni momento. 
Di sentir Lindorac. (entra 

Bqj, Signor armigero , 

Vi son lacchè. Che beli 9 imbroglio è questo! 
Dov'ebbi buon salario, ebbi anche massima 
Di servir fedelmente . Oh sono uffizi 
Cattivi; a me non tocca bilanciarli* 
Mi son trovato più di cento, tolte 
Obbligato a fuggir dalle Famiglie, 
E son fuggito bravamente. Parmi 
Sentir voci di Donne! Alt, Regima. (si nasconde) 

SCENA Ih 

Mdìtéy i Cid ali sa, 

CiL JYlelfta, va, son stanca £ assai stupisca 
Della tu* petulanza. 

Mei Ma, Signora , 

Scusate, io io pél bene. Sempre altera, 
Sempre ingrognata. Che v'ha fatto mai 
La mia Padrona? À tavola in cagnesco. 
Sempre parole equivoche, pungenti} 
* .Volgimenti di spalle; alzar di testa. 
Ma che v'ha fatto mai queir infelice? 

10 credo certo, chi cercasse tutto 

11 mondo, un'altra Doride non trova. 
E 1 paziente sempre j con dolcezza 
RispQnde sempre 5 sempre si totmenta 



aiS D k t ti É 

Per studiar d f *pp*g*tti; e a ni fa giotà. 
Ella v # è alfa Cognata, Io non vomii 
Veder sempre inquietudini . Si tratte 
Della buòna zrttKtnfo fra due Cognate, 
Nelli famiglia. A Inòittenti l'attende * ' r 
Il Signor Lindorac, vostro fratelli. 
Troverà dissensioni, tfo Tbo allattata, 
Povera figlia, la conósco a fondo. 
Sempre la vedo affli Ita. M'addolorò, 
Signora Odalisa, assicuratevi, 
Ch'ip parlo per il bene, é per dolore, 
tìtf. Va, petulante. Se le pòrti affetto, (ironica) 
Dille, che I,indorac è giunto. Dille, 
Che si rallegri , che lo Spòso tao, 
Che mio fratello sarà qui fra poco. 
Quel frate!, che sì l'ama; quel fratello, 
Che per la Sposa s'è dimenticato 
D'aver una Sorella, Certamente, 
S'ei sapesse ogni cosa, non avrebbe 
Motivi d'amar più la iua Consorte, 
Che la Sortirà tòt. Va, va, riporta, 
Che Lindorac è giùnto; che apparecchi 
'Le sue morfie', i suoi vWzi , languidezza, 
Svenimenti amorosi; che tralasci 
Le sue gravi affiteion; Io Sposo è giùffto. 

Mei, (diegra) E* giuntò? è giunto? 

Cid. E' giunto, sr, rallegrala; 

Mostri pur di gioite a ehi le crede . 

Afe/.Eh già ; questi son sempre i vostri modi 
Di favellar. Getto il sapone, e l'acqua. 



AITO HIMO, *ty 

Ma non mi voglio perdere, La nuòti 
E' di tropp* allegrezza ali* padrona, (cntfà) 

Cii, Insolente ! E* costei beii degna serva 
Di quella iniqua, Troverà il fratello 
Cagioni 4'abfcorrirla , e suo 6a il danno, 
M'ha rujbtto ramante co 9 suoi sguardi, 
Che san finger modesti*. Indegna Donna) 
Giunta in questa famiglia a far vergogna < 
Ma danno si* d{ Li rido me, povera 
Prima badare a darmi stato, e poi 
poteva avvilupparsi a suo piacere 
^cciecato di amore, 

S q E N A Uh 

&par4, t ietta, 

Reg, i^e fo* lervo, 

o'4. Chi sei tu? donde vieni? chi ti manda? 

JVg. Bel vii, Signora, 

cid. CM dimandi* 

Rfg, Chtedo 

Della Signora Doride, 

Cid, (a parte) Sleale, 

Traditori Questo sarà qui per certo 

Per le solite tresche, Oh, s'io potessi .1 

Rilevar qualche arcano, e vendicare 

L'affetto mio tradito, e del Fratello, 

peli* famiglia il disonòri (k '$%.) Conosci 



*»o DOHIDE 

Doride tu 3 
flfc.l Signori no. 

Cid. Conosci 

La sua Cognata? 
Rtg. "lo no. „ . 

Cid. Belvil è dunque 

Incanto ti; che mapdaan servo stolto 

Con tanto rischio a me, per far palese 

Ciò, che appartiene a* nostri affetti, a rischiò 

Che prenda in cambici le persone, e possa 

À chi meno si de 9 palesar quanto 

Esser può la mia perdila i 
Keg. a parte (Tra furbo* 

E furba va la cosi.) Eh, mia Signora, 

Non è incauto il Padrone, lo fiori soft stolto; 

Schemi sin 9 ora, (frac la lettera) A lei; 

Signora Doride, (con inchino) 
CU. (a t m *) Oh come bene il trassi nella rete/ 
{Ugge il vigliato con étti d'ammirazione, e di collera) 
Tbtg. (a parte) S' eli* era meno astata, avrei durata 

Forse maggior fatica a trappolarla* 

[oitervanào gli atti di Cid.) 

Quella carta contien lanterne magiche, 

E cancheri) che rodono. 
Cid. (a parte) Sfacciata! 

Senza freno/ imprudente/ 
Reg. Mia Signora) 

Volete dar risposta?' 
Cid. No. Salutalo. 

Digli, che la risposta avrà fra poco. 



ATTO PBÌMO. mi 

J&g- (* f*ttt) Auguro la risposta al mio Padrone, 

Che finisca in parole, e non in fatti. 

(entra dopo un inchiné) 
Ci A. Or vendicata sono. Io sempre dissi, 

Ch'è costei Donna falsa. L'occhio mio 

Penetra nelle viscere. Sempr'ebbi 

Antipatia con quella sua dolcezza. 

Mi sento del celeste. Egli è impossibile, 

Che il mio cor mai s'inganni. 

SCENA IV, 
fjndorac, e detta. 

lini, Gdalisa, 

So*eMa, vi saluto. La Consorte, 
Doride mia, come si porta? 
dà. Eh, bene. (sardonicamente), 

l/tftf.Addio, Sorella, vado a salutarla, ti* atto di partire) 
Cid. Fermatevi. Sei mesi son, che lunge 
Siete dalla Sorella, e dalla Sposa, 
E, appena giunto, tanta indifferenza 
Mostrate al sangue vostro? appena addio 
Dite alla Suora freddamente, e solo 
Per la Consorte son le smanie vostre? 
IiV/d.Solite stravaganze, ed inquietndinr 
D'un* indole ostinata. Addio, Sorella. 

(in atto di partire) 
Cid. Fermati, cieco , e soffri paziente 
Le stravaganze mie. Forse saranno 



«tè DORIDE 

Vìftndi i miei (Ufttti, è tip, che * cote 
Affascinato ttìo Cerifera tàrtudo, 
tordo vixio Bari. Sa il Cicl, se abbottò, 
£ 9 asar cattivi toffiw, frontor tuo, 
t/onor della Famiglia , cba fa soinpte 
D* illibate*»* tólo, alfin mi sfom 
A palesarti il Vc^ A pprtdé iniqua.».; 
Nelli uà lontananza».*^ non s&triattni 
A narrarti di più. Va alla Cotootte, 
Non fcufar la Sorelli» Abbraccia in lei 
La tna Vergogna, il nòstro disonòre. 
LÌnd.tficramente) La firn vergogna/ il disonori Sorella 
Troppo tfemLi deh taci**, tenti troppo» 
Non suscitar con arti di te indegne 
Enórmi dissensioni. So, che m'adora 
Doride mia... frù non t'ascolto» (in Atto dì par- 
tire, t ritorni) Io so, , 
Oe tempre odiasti, la Cognata;.. Cruda, 
Che tenti maita Vipera velenosi.,* 
Furia infefnal, sopprimi il tuo veleno 
Nelle viscere ttiej deh noti tentare 
Per sì barbar* via stragi inacidite, 
Per appagare un iemminil puntiglio 
D'indefesso tiv6r. Doride m'ama.** 
Dubitar non né possa*.. Ah che la tòsta, 
Un sguardo sol della mia dolce Sposa 
Dissiperà da questo core a un tratto 
I crudi semi tuoi, mostro, e non Donni. 

(in atto di patire) 
CidS Fermati, Lindorac j troppo; m* offendi . 



Venta sol mi mov?, e seminiamo 
Di qgeiroijor, ch$ in quetfo seno idtfr'qjò, 
]?jù teco non favello. Qidgj&eratinQ 
Anche ali* orecchio tue forse, i discoli < 
Ciocco pan la Citt^ « Cqfl le parole 
Non m'affanno .* piatirti . Mal comporr 
D' altercar col fratello. In questo foglio 
Trova il ver, e lo f offri. (entri dispettosa) 

lini, .Che sarjU 

li mai} mi trejnft» e il cor* Prò nettatemi 

Cento Tolte di mòrte, $ non tn'ayveone 

Ciò, eh 1 Or m'avvien. teggiam. Doride amata, 

Vtnir non posso a kjoi. -Finite alfine 

Di molestami pia* faina, ma devo 

Saper, the sittt mttie* Vn o*tsfuomé 

Tradir non deV amico, ed ma Moglie 

Non discordarsi d'esser Sposa, (Sport 

Di Lindorac. Ter *uoi sento Vfrgpfpa* 

Le andate deboleqgc sitn sepolte* 

fcwfltt i miei rimproveri. £(lviL 

Che leggo! oiiqè. Doride iniqua/ O Cielo! 

Doride m'ha tradito! L'oc or mio 

Ha macchiato cosi? Perfida Donna , 

Non è più mio il tuo cor? Quel core infime 

Ebbe coraggio di macchiar la fama 

Di Lindorac? Ah scellerata, mori 

Per questa man, che 4I nodo tuo mi Strinse. 

iva ì e si ferma) 
Tanta bellezza, e tanto amor, ch'io ridi.* 
T^nte lagrime sparse al mio partire... 



**4 DORIDE 

Ah tatto è finto , e ben scordar mi aero 1 
S'ella di me scordoni, (va > e si ferma)M* chi paote 
Non dubitar, che un tradimento?., ah questo 
E* di Belvil carattere; il conosco, 
Belvil è giovinetto, è bello, e l'arte 
Ha d'ammollire i cor di queste inique 
J)onne, nostro rossore. Ecco l'indegna. 
Ira, ti chiodi in sen, sì non m'accendere, 
Ch'io le trapassi il cor. Lascia almen, ch'io 
Cerchi pia a fondo, e trovi duo dorè 
Giunse la mia sventura. 

S C E N A V; 
Doride, e linimt, 

por. (per abbicci or lo)\Dh amato Sposo; 

Pur sano ti riveggo, 
U*dXrispìngeniola) Stammi lunge. 

Por. Come (perchè/ Sposo, perchè scacciarmi? 
Ah, caro Lindorac, lascia, ch'io stringa... 

(per abbracciarlo) 
fJnd.(rispingcndola) Doride, stammi lunge (a parte) 

Oh quanti affetti 
Stracciano questo cor! Gelosa rabbia, 
Amor, furor... Doride, siedi, e ascolta. 
Por. Chi fu tanto inumano , amato Sposo 
Che amareggiar potesse il nostro affetto? 
Deh tronca queste form*j non trafiggere 
Questa tua Donna, e aliben la destra tua 



ATTO P1IMO. iis 

Porgimi, ch'io: la baci., ,.( per prendagli {a mano) 

Jjnd.(rìspingcndola) Sfammi lungc. 

Siedi. 

Dar. V ubbidirò , 

Lind.(con sospiro) Doride, io crebbi 

Fra le armate, e la .guerra, in mezzo al foco, 
Al rimbombo die 9 bronzi, è strage, e. sangue. 
Idee di gloria sol , del mio Monarca 
'L 9 innalzamento, i più tremendi rischi 
Di questa vita, insin sèi mesi or sono, 
Furon le spose mie. L'amor di Donna . 
M' era del tutto ignoto . A dieci lustri 
Quasi era giunto, e potea ben seguire 
11 breve corso della vita mia 
Senza vederti , senza innamorarmi . (commosso) 

Dar. Di sì bella fortuna il Ciel pietoso 

Colmar mi volle, e perchè troppa gioia . 
Mi recava la sorte t a tal, che forse 
. Idolo ti frcea di questo core, 
Oggi '1 Gel mi punisce, 

Lind. Menzognera, 

Taci; lasciami dir. Dovea scoprire, 
Esser sicuro, eh* uom. di dieci lustri 
Non de' sperar, che giovinetta donna, 
Ai ventanni non giunta, amar lo possa» 
Stolto fui, ma non s\, che, pria di crederti 
Amante mia, pria di passare al nodo , 
Che il carnefice mio sarà in quest'oggi, 
Non ti dicessi: Doride, sincera 
Ti priego a favellar* Io son d* etade 
Tom. IV. P 



%i4 DOU I tì t 

Disegnai daKa laa, perduti ho i vczfeì, - 
11 brio di gioventù. Le austere masjitòe 
De' militari! e mie mal si confando 
Delie tenere Donne alla mollezza. 
Tu fosti il primo amor; m'hai posto aU'alffitf 
Una forte catena. Io t'amo, Doride, 
Ala non pretendo amor. 8b, ©h'è imponibile, 
Che tu m'ami dà ver. Non htitogat&ii. 
Scordati le mie imprese, le vittorie, 
Ch'io aia caro al mio Re 5 deh' non ti prenda 
Boria d'aver me vinto$d*avet Sposo 
Pien di trofei nel mondo. In fresca Donna, 
Dedita a voluttà, frale, non dorano 
le idee di gloria. Guardami net rollo. 
Bilancia la mia età , -la tua bilancia , 
Pensa alla mia fierezza) e poi disponi 
Delta tua deatra. Non aver riguardi; 
Se me la sieghi, t'amerò "più forse» 
Di quel, ch'io t'amo; ma non dft d'amorini, 
Se non hai vero amor. Non annodarti 
Alla destra, ch'io t'offro, per dovere 
Mancarmi poi d'amor, per obbligarmi 
Ad infierire, a trucidar chi quella 
Pace studia di formi, ch'io pur bramo 
Con tatto il cor. Doride, di, sovvengati, • 
Ti ragionai così* fu r questi i detti? 
Che rispondesti allora 
Dot. Deh, amato Sposo, 

Donde nascono i dubbi, e- tante strane 
Mal adatte ricerche a questo punto, 



i t r o t ti ìt ài uf 

SÌ fcfcitàtó Sii ine. u> 

tini. Non di* p™ ^S: 

Che fispòndeétij oggi sei tnési sonò, 
Alle ricérche inie, d'amor figliuole; 
Ma di prudènza àncofj 

imi ;• Chi r «Mia MA'. 

Fattale per Palaia mia: Cfie per ètà'dè' 
Non invècchia Io ipiìiòi Ch'ifòtrr fctftifrtf 
Ógni giovane jbórina ihMf dovfèibe ; 
Che si marita , e al Concio si produce 
Mal pratica efi inondò; e d'urtaT gùid* 
Prudente ha di fciestfe*: Che tòiiiiititii 
Benedetta dal Cfcf mi reputava ; 
Se di tànt'iióìnó ftfniinóso; e àdiaftò 
4 Ì)aì mio MotìaYca, io possedeva il tote/ 
Che il corrótto co&otóé a' tiòsìri giórni 
Fa gioviàé&fe dissoluta, é Vafiaf, 
È tristo' è&ftipió alle tìóvefte 6po$e, " 
Che nòti curate p#f dal lor'cofnpagtó 
Vivono afflitte, o fòcaù'té s' abbandonano 
A chi lór fam* tòg^è ; Io ti rispósi 
Con questi cFéttì, e questi detti àncora 
Rispónde questo cor sincero, e tao. 

ÌiW,Mèiizògnera'f;;,. infedel/ 

I>cré ìnfcdel/ come? 

Ingrato...., 

land. Taci, itìì rispondi, dimmi: 

Nella mia lontananza chi vedesti? 

Dot. V di la Madre, altri parenti miei, 
Farenti vostri ; e amici: annoverarli 

P 2 



ii8 DORIDE. 

£fop H potrei, perch'io non ini ricorda, 
l'/wl.Sì, ti ricorderai, Chi fu tra questi 

Quello, che piò ?i piacque? I tupf comparsi 

più fidi quali far? 
jtor. Lo Sposo mio 

Nel. W rrore deirarmi, ed in perigliq 

Della cara sua yit^ ..."... 

l/»4, Fintai Dimmi \ ,, 

I più fidi compagni quali furo? 
QW X Vedovil, ferine Yesti nel!* pente...,. 

Stille dt>! sangue tqo dinanzi 3g'i occhi .,. r 
Tremor* cospetti, immagini funeste v 
Agonìe, crude, vaglie, ^mato Sposq, 
Furono sempre i miei fidi compagni < 

£Wf. * P,V$c (Quant'arte ! cor , resisti . ) JSffè p|lcw % 
Che il ver non dici. Doride, confessa. 
Mi troverai più umano, che non pensi, 
Nella mia lontananza, dì, chi amasti f 

D$r. Il 0?lp prim^,.e poi Ip Sposo mio. 

Deh non m'pffender.più; troppo m'è grave 

II dolor, che mi d*i, ; (PÌ an S e ) 
Lì*d. (IrvandasQ Tiranna! iniqua! 

lagrime scellerate! indegna Donna 1 
Troppo neghi, ed io folle troppo cercò, 
<:h*esca dalla tqa bocca. Il dolor tuo 
Di rimorso sarà, ma il dolor mio 
B> dolor ragionevole , e il più f rudo , 
Ch'uomo sentisse mai. Sia maledetto 
Il telilo, 'in cui ti vidi, in cui conobbi 
Tinta beitela in t^nta scelleraggine. 



ÀTÌÒ PEIMO, 219 

Io mi sento morir. Ah, m'estoii lagrittieJ 
Doride ; più non pianai;.;, riii vergogno. 
Licvamiti dinanzi, e attendi un fulmine 
Per l'onor inio, per l'ataor mfo tradito. 
Dor. Lindorafci chi t'acéese? chi fa Tempio, 

Che de'numifcWi teme, e che tra noi?..., 
lini. (fittamente) 

Tati...... parti di qua.... più non tcùtarftii 

Con falsi modi.... Tu mi guardi/ 

Dori Io guardo 

Io Sposo mio* Con gli o£chi gli favello, 
Poiché ubbidirlo devo , e col mio labbro 
Mi proibisce il ragionar d'amore. 
l/nd.No, so, che guardi queste chiome mie, 
Che a incanutir cominciano , e le rughe 
Del mio volto contempli . Ingrata Donna , 
Lievamhi dinanzi , 
poti Io v'ubbidisco. 

(con un sospiro parte piangendo) 
lina. Che aspetti, Lindorac? che non ti vendichi? 
Chi ti trattien? che cerchi? Ah, non è offeso 
A bastanza il tuo onor? Non hai sicura 
La tua vergogna in questo iniquo foglio? 
(trae il foglio , t legge) 
Le debolezze ornai sieno sepolte. 
Che vuol dir ciò? Fa strazio, Lindorac, 
Di questa infame. Ah, forse non è gito 
Tarn* oltre il mal, quant'io lo penso, e forse 
So, quanto può livor..» chi m'assicura 
Che imitato carattere?..,, comunque 

* 1 



9S * n e * j p K 

(gif la j?yent#ta giif , f*rtp, sap i^f 
Che del pqi&no cpt dì ipi* $pn#prt| 
Innocpnfe fi^Iyil non sarà, quanto 
^PP?ri?c,e dal foglio. Sì sfaccia** 
Donnf pp/i pr^dp, che la prim* ,s!^ 
Di lufiogtfff |W fPT.. Questi pi^di, 
Tutti gale, proemi, sono i pripni 
{Pepfafor delle Dcyine, insidiatori 
Degli opor marini f A*V primi *t4* 
JJelvjl ?yenito . 41 punto estreipQ fojrjg 
Rileverò da lui, jpe vero, fin*** 
Sia questo fc^lip, e al^ne sino, a» 40*4 
Giunsero i tp»i mlpi, Tempoi np». m^cf 



*3* 

ATTO SECONDO. 

Sala, come nell'Atto primo. 
SCENA PRIMA. 
Doride, e Addìi*. 

Mei. J? iglia, chi non s'aiuta, alfin s'annega. 
Li cosa è chiara. Le disgrazie vostre 
Vengon dalla Cognata. Difendetevi. ~ 

Dor. Che feci inai, Melila, alla Cognata, 
Perch'ella debjba odiarmi? Io non offesi, 
Ch'io sappia, mai peisun, ne feci cosa, 
Per cai me ne dovesse la sciagura 
Avvenir, che m'ftvviea. So, ch'io non deggio 
Crudeltà, tradimento sospettare 
In alcun mai, se *lcun mai non offe». 
Prima morrò, che l'accusare altrui 
Mi serva di difesa. 

Mei. Mal pensate. 

Figlia, si. da» dell'alice scellerate, 

Ch'odiano sempre tutti , e tristi uffizi 

Fan sol per appagare un certo verme, 

C hanno iiftl cor dia^licQ, ed ingrassano 

Nel veder novità, mozione, _ 

Odio, jft JBOfidO a, *ovjn|.<;NeU«r Do^ne 

Facil è ^e«io: vewno: AHa; cognwa ,. t .. 

Voi siete un grajft cQAf{0&t4» Un specchio siete 



Ì31 DORIDE 

De'snoi difetti, e gli occhi volge sempre, 
Per non specchiarsi in voi. D'altri sospetti 
Voi le siete cagione. Difendetevi. 

Bar, II ciel punisca i falli altrui. Melita, 
S v io non so far amarmi, il dover mio 
Facendo con ciascun, segno è, che il cielo 
Tribolata mi vuol. La fronte abbasso 
A 9 voleri del ciel. 

Mei. Ah, cara figlia, 

Son belle queste massime, ma peno, 
E tanta flemma sofferir non posso. 
Io vi fai balia, v'allattai; ma certo 
Dal latte mio non avrei mai creduto, 
Che si formasse un sangue sì flemmatico. 
Io scommetto la testa, -che deriva ** 

Dalla vostra cognata il tradimento, 
: E da «pel ragazzone profumato, 
Spasimato, affettato di Belvit. 

Dot. Bel vii «a, quanto il mio consorte adoro, 
Sa, che illibata io sono, e non può darai, 
Che tradimenti ordisca. E* cavaliere, 
Deve temer il cielo. Io non m'abbasso 
A dubitare un'empietà in nessuno. 

Mei. O me meschina/ cara la mia figlia, 
Non pensate così. Piangono tutte 
Le cariceli, e le fórche, che vien fatta 
Lor carestia di scellerati, e d'empi, 
De' quali il mondo ^pien.- Sia maledetto 
'Quando abbruciai qoe' tariti Vigtietfifti 

' Insidiatori , disperati, infami. . 



ATTO .*'£.C/6.* D Ò. ili 

Non doveva ubbidirvi, e «aerarli, 
Ch'oggi avrei nelle mani il mio bisogno 
Da far palese al vostro Sposo. Oh certo 
Io la vedo dipinta. Cidalisa 
Gelosa dell'amante; il Ragazzone 
Per. vendetta, p peraltro l'h#n tradita. 
Jo mi sento abbruciare, strangolare. 
Dcr. Melila, m'ami? (guardando dentro la scena} 
Mei • Oh, che dimanda è questa? 

Dar. M'ami, da vex?. 

Mei. Quanto il mio sangue is tesso* 

por. Mi faresti un piacele te lo chiedo? 

Mei. Tutto farò* _ 

por. Giura, che mei farai. 

Mei. Il giuro al cicl.... Ma vostra Madre è presso/ 

Vo' sfogarmi con Iti,} vó' narrar tutto, 

Giacché tacete voi. 
Dot. Di quanto s»i 

Non parlare tilt Madre. Ecco il piacere, 

Ch'io vo' , che te mi faccia,, 
Mi Oh certamente 

Io le vomito tutto. 

Dor. Al ciol giurasti ; ; : 

Non offendere il cielo, o. più mia serva 
Non riputarti, e quest'albergo fuggi. \. . . 

JHtf.Crudel/.... m'avete presa.».. Io dengue fatto, 
Vado nella tìiia stanza. S'io mi > fermo * 
E' impossibile ch'io taccia. (entra) 



ijj fi ©»*D B 

s c -r w a . ii : 

Ctimcne , * Doride* 

0im f FigKa mia, 

Che fa? che arrenile* la io, che H vostro Sposo 
Ebbe con voi contesa, e risapere , 
* Quai motivi gli détte, 

por. No, mia Madre» 

10 non ebbi contesa. Chi ri disse?»,,. 
Climi* dissi, egli con rot, non roi con lui, 

Ripieghi della rostrt mMensaggine 
Solita sono questi f M'è palese, 
Ch'egli è in ira con yù\ ì che V ha sgridata. 
Voglia saper da voi, qoal causa egli ebbe, 
par. Madre*, il confesserò; luteo è coàtericfc . 

11 dolce Sposo mio. Ma, quanto fragili 
Siamo, saper dorvetjfe. Ignote sono 

J,c stfe ragióni a me, ma no» nrtè ignoto, 
Che nella mia fragilità |*>t*bfce 
Tfdvw ftgio* di dispiacer. 
(Km. ' Mar qnate! 

Figlia, siete nto sàngue, e, se scoprissi 
Errore Jn roi, *e de»ò Sp&so nostìfo : 
Offendeste Polio*, mowei di doglia; 
. yf bisbiglia d^no» , d* ono* n tratta. 
No lo credo pero? Da nostra Madore r 

v Esempio certo non aveste mai, 
Che alla nascita vostra indegno fosse, 
Dan Io giuro al cielo, ed alla Madre il giuro , 



ATIO IIGOVOO. %n 

Che l'osar, pop qffesi , che il mio Sppfio 
Amo più ; cbe me stessa. Il pie) punite* 
Ob gli argenti sj^oì fulmini il mio. capo, 
jSe menzognera ip top f 

C//w. Dunque da doye 

Giunse la discensione cbi n'è cagione? 
Se innocente tp sei, non soffro, poride, 
Il sangue ipip, Ippica figlia ini* , 
fasciar esportai a ingiusti sdegni, ad ire 
pa stravaganza, e da fierez.$? mosse. 
Dimmi la verità, phi n r c cagione? 

Dor, Non ve lo saprei dir.. S'io d*s*i lp<?o 
A' sospetti, pptrei dubitar forse 
gopra qualche persona. Io npn offesi 
Nessuno mai, ni diei cagion, ch'io lappi*, 
D'aver pers?$uzjon < Sono innocente* . 
Non dp lopo ^sospetti; il. ciel rispetto, 
Offende? ppj£ lp veglio, 

Clim. Se l'oporo 

Ti vien perseguitato, s' hai, de* dubbj 
pi chi refenda* Doride, palei*. 
Sopra timo- è l'opor, devi difenderlo t 

0pr, L'onor difenda verità, Sedotte, 
gli dovesse venir, sqa rassegnata f 
Se per giustificarci nell'onore 

P**** 4ffffft Jtf 5 ff%» .*& *ccmxt, 
£\tm , v^nga J% morte f Eterni Numi , 
A voi palese £ l'innocepiA mi*» .. 
E* noto a v^i, gpanty lo Spofo adoro) 
Qoesu vii se^a vosu* è a joi eommwaa» 



*£* t) Ò ìl 1 D É ' 

C/iw.Figfià, 3o tei dissi purè. Unica figlisi, 
Giovane, e bella, Sposo non può mai 
Mancarti , tìie t'adori; A uh tomo d'armi* 
Colmo di gloria, è Ter, ma di fierezza 
Coiàio altrettanto, e c'ha l'educazione 
Fra P alterigia, il sangue, e le battaglie, 
Noli ti dar, cara figlia. Verrà tfn giorno, 
Che pentita sitai, por tei predissi. 
Tu l'amasti, inclinasti; io dondiscesi 
Cieca , che non dctvea . 

Ùor. Tacete, Madfe, 

10 non posso Soffrir, che aléuà disprezzi 
L'amato Sposo. S' oggi è fiero meco, 
Forse si cambierì. Delle ragioni 
Ignote a tfte, ed à voi, d'essermi fiero 
Oggi certo averà. Raggio non àianca 

À verità, che la menzogna aitami/ x * 
Frattanto Madre ( pigli artdol* fermano) oggi è 
da me diviso 

11 cor de! Spòso mio. Non fu <}ni a pranzo ,„.. 
Io temo »... rfon vorrei , cHe a gualche rischio 

Si fosse pósto. Madre, Se m'ariate, • 
Salvatemi lo 9po*o. Il mio dolore 
Sento eh' è ingoffenti le: lasciate, 
Che con più libertà nelle mie stanze 
Io mi sfoghi piangendo, mi solfevi. •* ' ' 

• (irà *tw di partire) 

Cfim.No, ti voglio seguir. - 

Dw. ; ' : Vi prego, Madre; 

Sol coiti T affettò vostro a seguitarmi. 



ATTO SECONDO. 237 

Non mei scemate mai, non dubitate, 
Che dell'affetto vostro vostra figlia 
Sempre degna sarà. (entra) 

Cljm, Figlia infelice/ 

Te sol conforto aveva; or mio tormente 

Forse sei divenuta. Che farò? 

Pieji di sospetti, e d'amarezze ho il core. 

Invigilar saprò sulla condotta 

Di Undorac, e se de' suoi furori 

Seguirà il corso, ove s'ascolta un priego, 

TJna Dama, una Madre avrà soccorso, (entra) 

SCENA III, 

Il teatro si cambia in un Giardino con statue, fontane, 
e viali di tosso, 

Belyil sen^a spaia, e sen^a cappello , Regnata Lacchi , 

Ktlyìl L he dì tu, il mioRegnard? hai veramente 
A Cidalisa consegnato il foglio? 

Reg. Nelle sue proprie mani, e, quando il lesse. 
Fece le guance gialle, verdi, e rosse, 
Come l'arcobaleno. Ella moStrossi 
Disposta a far del bene alla cognata . 

Belx\Ma certamente Cidalisa tenne ' 
Infruttuoso il foglie* , o Lindorae 
Contro la Moglie sòl sfoga la rabbia» 
Ei venne a farci visita; mio Padre 
A pranzar l'ha invitato; egli rimase. 
Pa sempre ilare in faccia, non d vero? 



Vìi iecéf irrotti bvièiisi, iai notato? 
Or è col Padre rtlitt dhèté'» è a&èófttt; 
Mi sotr rtóiètfratò . 
ttt£. •■'■-• fottìi darsi , 

Che la &ntlta «vttsè d*w ri fogftè-, 
Fatto l'uffizio, aro* rta'-ètftf fifotfoto 
Smi, di'fctoh$tart,«d abbia afczi sgridai* < 
La sua Sorella, * fo^fia dormir efcèto. 
Atftr. Questo noi creder «wri; beri Io conosco : 
Ne'pMUigH tf tfcore t troppo fiero. 

Eh, Cèrtamente tootrtt ìk Consorte 

Rovesciato bar il furore ^ it sègòo è chiaro ; 
Gì anse oggi tìaìrAVm^ay ite nari ìos$e 
Cori la sua Moglie ih éóHera , averebbe 
Pranzato a casaf sua. Non pensò bene? 
& £. Non si può pensar niéglfo. 
#/V. • ■'.*''. v ' Tintovi* 

Parm? péro, che quando mi guarda vaf- 
% L'òWhfo aVttSTtt* pbSotbMó/tbécrifì/ 
K/3 Cibò, qaesió è ffeffttlo cÈèl tHròag§loV - 

Che vi li* twr*dér. : 
JSrfv. . " Oh, rión tt prehtlere 

Poi tanta tttrriùfenfcf. Eceolé, fel^ferié 
Con mio Prdre al Gterdirt. Tu' Và% Itegirard, 
Procura con cfciitteia di sapere 
Gli accidenti tfi'Dcfride. Alia casi 
Kifevercrf tyua1<*bsa; Ti confesso, 
Per l'innocente J>r6vo 'de* ffhior;si , / 
Ma la urti vita Jrqi mi' prérne assai. 
la priftia carità ila noi fcoii>incia\ 



AftÓ * È CO ÌT ì) 6. ili 

Doveta esser piò affabile. I salpili 
Di Belvil # Hi io sai, se sono inutili, 
Se sono dispreizati, or lo sai. 
Doride «òli io ritrovai prudere. , v 

Rf£. Veramente ho serrilo eli Lacchè . . 
.ftrfefeàbi piti votyri, ed ho portata 
Ami ¥igKeui> ed *J»JJ£sqiat5$ centi 
Che le Sigisele Doridyspfc rare. . . (entra) 

Jrfo.EH, efei> dì j»Ha C<*n tessa, che fra un'ota 
Sarò di tei* La Marctesiqa, attenda j 
Sarò aHe diciannove T .Wadaouqa 
Silvia, deh, non, s'affìgga, anche da lei 
Sarò, quando potrò?; aqq so che dire... 
Il fiato pon Jè ttào. Ma ini rincresce » 
Che questo Lindeftc oggi ha impedito 
L v aceoBciatimi de'ca pelli/ e i miei 
Timori,, .ed il vegliar di questa notte 
M'hanno lasciato gU occhi gonfi, è pallida 

....; S G fi tf A IV, 

tftfwif vecchio, con bastóne y Lindorat se*$a tpaia, 
t telvil giovine. 

V 

JBriv. v. JLtodorac^ vi ringrazio. Il primo giorno* 
Del ròstro arrivo pranzar meco! E' questa 
Una grazia ben .grande. Io mi consolo 
Nel veder valorósi, e servi fidi 
Del mio Monarca. Ah, LindoraC, anch'io 
Fui dei coraggio -vostro, e questa vita 
Sprezzai per il mio Re. Del manco braccio 



*4° DORIDE 1 

Privo fon , questo e il Segno. Ma vecchiezza, 
Più che il braccio, mi priva di potei» 
JEssex utile al Re. 6on presso a morto; ' 
Gò non mi grava, poiché morte tronca 
Cagion di dispiaceri, e di vergogna. 

(guarda jl figlimi*) 
flou ho piò nulla, amico, che m'allegri 
, In questo mondo; Venga morte pure, 

Chiuda questi occhi, e s'apra il mio sepolcro» 
Lindorac, io vi lascio. V 9 ho esibito* 
Riposo, e il ricusaste. A me ogni passo. 
E' d'affanno, e fatica, e mal potrei 
Servirvi pel giardino. E* qqì mio figlio* 
Bel vii, servi l'amico; io mi ritiro j 
Già non v' incresce, è ver* 
JJnd. No, caro amico. 

Ite pure al riposo; anzi m'è gnu 
La compagnia di vòstro Figlio. 
Belv. v. Addio. (entra) 

Belv.g. (a parte) Ohnè , parte mio Padre , ed io rimango 
Spio con I«indorac. Non crederei.,,. 
Folle.» dovea tener Regnard qui meco..-. 
Ala, se spada non ha, di che temere? 
£i/id. Beivi!, fbrse impedisco i piacer vostri. 

Vi ftrò di disturbo. 
Belv. . Oh , caro amico , 

Anzi mi fate olnor. 
lìnd. (guardando intorno) Questo giardino, 
Da quell'ultima volta di' io noi vidi, 
Ha delle novità, 



ATTO SECONDO. a 4 .t 

Btlv. Sì, molte statue, 

De' giuochi d'acque, (timoroso guarda intorno) 

Io son qui solo (a parte) 

Z/tfd.Che guardate, Bel vii? 
Belv. Guardo s'io veggio 

* Il giardinier. Vorrei farvi vedere 
Un nuovo giuoco d'acque curioso. 
Lmd.Io vi dirà. Quando qui venni, entrai 
Per r uscio del giardino , e passeggiando 
Godei le belle viste, e tutto vidi; 
Anzi dirò, che la più bella cos^, 
Che sia in questo giardin, voi non vedeste, 
• Tutto che Padron siate, ed io la vidi. 
Belv. Che? cornea dove? o la sarebbe bella. 1 
lind.E pur ella è così. Dietro a'que'bossi 

(addita un filare di bossi) 
Giace il* piò bell'oggetto, e che più adorna 
D'ogn'altro oggetto il giardin vostro. 
Belv. Eh, via! 

Dietro a'que'bossi! che puot'esser mai? 
Qualche viola.? qualche fior? 
lini. Son fiori, 

Sono viole, son ponenti, sono 
Certo il più bello adornamento, e raro, 
Secondo a me, di questo giardin vostro. 
Chinatevi, guardate, a che tardare? 
Voi scoprirete il ver. 
Belv. Questa e galante. 

So, che mi corbellate; tuttavia 
Guarderò, rideremo. 
Tom. IV. £ 



*4* DORIDE 

(guarda, t sorpreso rinculi indietro) 
lini, (con ficreqz*) s Chc vedesti « 

Belvil? che ti sorprese? 
Belv. Son due spade 

Ignade.. M c'han che far?.... chi l'ha qui poste? 

(fuori di se) 
Lina, (fiero) All' entrar mio qui dentro qqest* mano 
Ivi l'ha poste* Cayale, Belvil.,. ... 

Sceglin* una a piacer, l'altra a aie porgi* 
Qui l'uno di noi due cada syenatq. 
Belv. ( a parte sbigottito ) 

Oìmc ! misero me! mal mi difesi 
Con la lettera mia. Qui ci vuol spirito. • 

Lindorac, questo è un tradimento «aerine. 
Lind.Vn traditor sei tu. Ma, se ricusi, 

Io le trarrò di là. (cava le spade , e incrocia 
chiate le presenta) Scegli a piacere. . 
Bclv.ISU qual cagione avete, Lindorac, 

Di sfidarmi alla morte? 
Lind. Tu Io sai. 

Non e mestier, che il dica. Non tei dico. 

La coscienza tua tei fa palese. 

Scegli, e più non tardar. (premia le sptde) 

Bdv. Chiamerò i servi 

Lind.Sc fai romor, Belvil,. s'apri la bocca, 

Sappi, ti passo il cor* Scegli, o sei morto. 

(presenta h spade) 
Belv. (aparte) O me meschino! ma non è da perdersi*. 
Io non ricuso , è vii non son ; ma primi 
Voglio saper, che sia. Voglio il motivo 



ATTO. SECONDÒ» a 43 

Saper ddia disfida. 
IìjkL fra h> sai. 

Più non tardar, Bel vii, Scegli* o sei morto. 

(presenta) come sopra) 
Èelv.Ah, stravagante! Nella pròpria casa, 

Dove accettato fosti, e dove tanti 

Segni d amore avesti, non iscopri, 

Qual tradimento faif 
Lini. . ^Fu non scorgesti 

Nelle altrui case di tradir gli amici, 

Non avesti ribrezzo, ed i più cari 

Tesòri d'usurpar non hai vergogna. 

t)ella stessa moneta ora ti pago. 

Non urtar più. Bel vii, scegli, o sei morto. 

(presenta le spade) 
Èelv. Ora ..t'intendo; Ab, taro lindorac, 

Si vede ben, che il bel costume d'oggi 

Poco hai studiato, e di filosofia 

Poco t'intendi- Debolézze .... inezie.... 

Panno il lor corso i giovani..... che perdono 

Gli ammogliati alla fine?.... eh via, vergognati; 

Pensa con più prudenza. 
Uni. (furioso) Scellerato. 

(a pane) Afa, non è falso il foglio.... i torti miei.... 

Oh. Dio! sento, che il foco ho nella faccia, 

Le furie in questo seno. Indegna! Iniquo! 

Difenditi , Belvil j (gettandogli una spaia) ma ti 

difendi 

Quanto puoi più, che da disperazione 

Verranno i colpi niiei. Deh para i colpi 



144 "DORIDE"" '. 

Valoroso , e m' uccidi , e -piò felice 
Mi farai, che non penti, (si mene in *u*tdia) 
feto. * parte ( Ho da fuggire* 4 

Dcggio battermi? O Dio/ tentiamo ancora 
Di deluder costui ) Lmdorac, senti, 
Son Cavaliere di battermi ti giuro, 
Ma fuor di casa mia. Tu qui giugnesti, 
Come anch'io giunsi, senza spada al fianco, 
Questo è noto a ciascun. Se tu m'uccidi, 
Pi nero tradimento, e d'assassinio 
Avrai le accuse. Lordi la tua fama. 
Perdi ào\ Re la grazia , e di provare, 
Che ci battemmo, testimon non hai, 
Se l'ospitalitade non rispetti, 
Io rispettarla voglio. Se tu mori, 
Son nel tuo caso istesso, A tradimento, 
Dìrassi, ch'io ti colsi in casa mia 
Con nascoste arme, in luogo solitario, 
Disarmato, e t'uccisi. Questa macchia 
Non soffro in sul mio onor. Se vuoi, in- uccidi ^ 
Difender non mi voglio; eccoti il petto. 
Dalla porta vicina esci, e m'attendi 
Fuori della Città. La spada prendo, 
Ch'è mia diletta, e della qual mi fido _ 

Solo, perchè per prova io so che vaglia, 
Fra poco a te verrò. Ci batteremo, 
. Giacché tanto Ip brami. 
Una. (pensoso) E* vero, e veroj 

Tu dici 41 ver. M'accieca il mio furore, 
L'angoscia mi*. Dalla Città me n'wflj 



ATTD SECONDO. ì 4 ì 

ìvi t'attendo.... Cavai ier sei nato*.* . 

Padre onorato è il tuo.... No, non sospetto...... 

So, che non mancherai ...Bel vii, t'attendo, (entra) 
Ètlv.Sìy kì, m'aspetta pur. Sbàtta pur gli òcchi, 
Per scoprir* se mi vedi. O Ciel cortese/ 
Còme mai la paura non mi tolse 
la preseti ^a di spirito, e l'acume! 
Più solo non m'avrai* Meco avrò sempre 
Chi la mia vita guarderà. Per ora 
Salvo è l'onor del grado, e salva è Roma. 
Sarà ben, ch'io mi cambi la camicia, 
Che tutta molle di sudor s'agghiaccia. 



£3 



BOIIBE 

ATTO TERZO. 

Caia di Bel vii. Camera con specchio. 
SGfiNA PRIMA 

felvil vtcfhÌQy e Bclvil giovine. 

il giovi™ ifswà accomodandosi con una mano le band* 
della parrucca , guardandosi inporno l'abito, poi i 
brillanti nel dito , e crollando i manicarti , nem ve- 
dendp Bdvil vecchio, che uscirà osservando in di" 
sparge le molte affettazioni , che farà il figli* nell% 
specchio. 

B( ironico) 
ella è l'acconciatura. I tuoi brillanti 
Splendono, sì. 1/ abito tuo e galante. 
Ma gli occhi miei, per ravvisale un figlio, 
Penetrano più addentro. Io scopro un'alma 
Di viltà piena, e cieco esser vorrei, 
Per non scoprirla. 
B:lv.. g. Eh, Padre, quando mai, 

Di molestarmi, di mortificarmi 
Cesserete alla fin?. 
Bdv. yec. Quando vedrotti 

Degno figlio di me, Meglio è, ch'io dica; * 

Quando la morte troncherà i miei giorni . 

Offeso è Lindorac, Risarcimento 

Cercò dalla tua spada. Promettesti 

Di comparir. Da Cavalier giurasti • 

Poi vile!... non ho cor di dire il resto. 



ATTO TERZO. 247 

Per ta Città t'infama, e di codardo 
Con ragion ti dà taccia, e traditore. 
Quésta onorata per tant'anni, e tanti 
Mia povera famiglia mai non ebbe 
Macchia di tradimento, di vi Itaci e, 
Di codardia. Bel vii, se sei mio figlio, 
Non mi dar questa pena . 
Beh. g* Lindorac. 1 

Comfe? chi inai vi disse -..? 
Beh. v. Ab, caro figlio, 

Tronca le toc bugie* Non prepararti 
A innestare, al tuo solito, un diluvio 
Di lorde falsità. Deh non accrescere 
In un Padre infelice mggiormente ; 
Cagion d'abbonimento verso un figlio. 
Lindorac t'ha infamato alle botteghe, 
Per le vie, nelle piazze; nell'Armata 
T'ha infamato, Belvil . Nella tua infamia 
S'annerisce l'onor del Padre tuo, 
Della Famiglia, de' Parenti. Figlio, 
Non mi dar quest'angoscia. Fa, ch'ei menta 
Delle parole sparse. 
Bclv. g. Lindorac 

E' stravagante, è matto. Non è vero, 
Che. m'abbia disfidato. Io non gli diedi 
Cagion di disfidarmi; è matto, è matto. 
Bclv.v.NOy non è matto, no. Perfido/.... indegno/;. 
So quanto basta.... tengo tanto appresso, 
Che conoscer mi fa, qual Figlio è il mio . 
Insidiator.... millantator . iniquo.... 

£4 



a 4 8 DORIDE' 

Lascia, che tenga occulto nel suo petto 
Un infelice. Padre ciò, che puote 
Maggiormente infamarti . Tosto in traccia 
Di Lindorac ti porta, e per or pensa 
A risarcir l'onor della Famiglia. 
Battiti, vii; non sofferir, che il Padre f 
Per se un possente , addolorato vecchio, 
Inutil per eiade, che l'opprime, 
Di vergogna sen muoia, e d'afflizione „ 

Melv.g. Ah, ah, ci siamo , Antichi pregiudizi, 
Massime false, romanzesche idee 
De 9 secoli muffati, ancora han forza 
Jnsin ne' Padri, che i lor Figli propri 
Cacciano a farsi sbudellar per nulla. 
Acchetatevi, Padre; Lindorac 
Ha delle frivolezze per il capo, 
E 9 della vostra scola; ma fra poco 
Finiranno le ciarle. 

Bclv. v. Temerario/ 

Effemminaio!.... vii/..- Ma ti perdono, 
Giacché disposto sei troncar le ciarle. 
Come de'cavalier, col ferro in pugno. 

Belv.g*Qo\ ferro! Eh via. Dimenticale, Padre, 
Don Florarlano , ed il Guerin meschino , 
Che son cose ridicole. 

Bslv. v. Villano, 

Infame Ganimede, tu dimentica 
Le tue pomate, i pettini, gli astucci 
D'acque lanfe, e di spiriti, e le molli- 
Costumanze del secolo vigliacco. 



A T T T E B l 0. «4> 

Àrdi quégli Ottimismi scellerati, 
Le meretrici Inglesi, e gli altri libri, 
Peste de' cor, dell'alme, e della terra, 
Che ti fanno cader cieco agli eccessi 
Per vilmente Soffrir le infamie nostre 
Coli* animo infiacchito, empio, e lascivo* 
Va, sfida Lindorac, battiti, o il nome 
Non usar di mio Figlio- 

Belv. g. O bella/ b bella/ 

Bella da Cavalier/ Per esser figfió 
Dovrò ammazzare, od essere scannato! 
Che bel costume é quello della gloria/ 
Caro Padre, vi lascio. Non vorrei 
Col mio rider moderno far offese 
Alla paterna autoritade antica. 
(4 parte) Se a Regnard non riesce il mio raggiro, 
So ben io, che faro. Venti zecchini, 
E due sicari mi trarran di tedio « 

Bclv.v.Và, sozzura del mondo. Era par giunto 
A sessantanni. Folle? a che mi prese 
Brama di discendenza i Ah, cara Sposa, 
Quanto ti piansi estinta allor, che il parto 
Di costui fu tua morte ! Io piansi allora 
La tua felicitade. Io l'infelice 
Son, che rimasi in vita. Ah, ciel, mi togli 
Parte almen del dolor, eh' è troppo peso 
Alle stanche mie membra, che rinchiudono 
Un* alma sensitiva. Ah, ch'io non posso 
Sofferir tal vergogna. A che serbasti, 
Fortuna, mai quest'impossente corpo, 



Queste membri cadenti } Tu vedrà 

Oggi , e il mondo vedrà, se un onorato, 

Ben nato vecchio «offerir può ingiurie, icntra) 

SCENA II, 

Casa di Lindorac. 

JUgnard esce sospettóso guardando intorno, 



T 



amo la gatta al lardo va, che alfine 
Poi vi lascia U zampa. Non vorrei 
Per l'ingordigia d'un salario buono, 
Che un bastoo mi schiacciasse le cervella* 

{guarda intorno) 
E" bello il mio Padrone, Ora vorrebbe 
Con questa letteruzza spasimata 
Calmar della Signora Cidalisa 
L'animo, ch'è irritato, e spera molto 
Nelle burrasche sue da tal raggiro, (guarda intorno) 
Se capitasse... non vorrei, che alcuno 
Di questa casa mi scoprisse,,.. L'arma, 
Che porto in fronte del Signor Belvil , 
Non mi difenderebbe da* bastoni. 
Sento voci di donne... nascondiamoci, (sinasconde) 

SCENA III. 

Doride , e Cidalisa. 

Dor. Cara Cognata, per pietà, vi prego, 

Dite, ov'è Lindorac, Io Sposo mio? 
Cid, Egli sarà, dove Tonor lo chiama, 



ATTO IEH10, *^ 

Ove l'avrà cacciato l'imprudenza, 
L'altrui poca onestade. In voi medesm^ 
Ricercate, ove sia. 

Dot. Cercarlo debbo 

A me medesma! Io giuro, che sin' orsi 
Tra singulti, e tra lagrime cercai 
1a cagion de- disgusti in me medesima, 
Né ritrovarla seppi $ al pel lo giuro. 
Cara cognata, deh, sorella mia, 
Pel sacro nodo, che al fratel mi stringe, 
Che a voi mi fa parente, m'additate, 
Quii forme, quai costumi ho da tenere 
Per farmi amar da voi. Me sosti amate, 
E non amando me, scagliate l'odio 
Sopra vostro frate! sì crudelmente, 
Che a perigli, ed a morte l'esponete, 

Cid. Io non fui la cagion de' suoi perìgli. 
Pria che prendesse Moglie , 

Dot, Né la Moglie 

Certo e caigion de -suoi perigli. Il cielo 
Vede il cor mio. Però piange la Moglie 
De* suoi perigli, e la sorella stassi 
Contro la Moglie irata, e del periglio 
E' indifferente del fratello. Oh Dio, 
Cognata, deh lasciate d'abborrire 
Chi cerca solo amor. 

Od. Anche chi cerca 

Solo amor, merla biasmo. Io fui contraria, 
Ma sfortunatamente, a quelle nozze; 
Ch'io vidi ben nuova Cassandra, e invano 



%$% DÒ Pi IDE 

Ftclamai, the di foco, e di rovinfc 
Queste mura empierebbero, e la nostra 
Nobiltà maccherebbero, ed il sangue. 
À me un'occhiata ad un'effigie basta. 

Dor. Troppa ira il cor v'accende. Deh, Cognata, 
Le passioni moderiam, che fanno 
Traveder, male udir. Nascita avemmo 
Ugual tra noi, t\è macchia in questa parte 
Reco a questa Famiglia . Deh pensiamo 
A rinascer un dì d'egual candore 
D'eterna Nobiltà; che vero pregiò 
Di nobiltade è quel, eh' e grato a* Numi. 
Fors' io Cassandra sono * ed indovino 
Più, che non fate voi $ dov'han sorgente 
Le imminenti sciagure.' Sol dirovvi, 
Che la famiglia vostra ; a voi sì cara, 
E 9 da molt'anni a voi cruda prigione, 
Prima ch'io entrassi. Non è colpa mia* 
Che ancor ci siate, è non è colpa mia 
La volubilità d'alcuni oggetti. 
Più indoyjcar potrei, ma solo voglio 
Indovinar, ch'io nacqui sfortunata, 
Che v'accendete a maggior ira, ed odio, 
Sentendo verità da un'infelice 
Innocente, che v'ama, e che vi prega 
D'indifferenza almen. Lo Sposo suo, 
Ch'è vostro sangue, le serbate almeno, (entra piang.) 

$i<L Finta, ipocrita, indegna! Queste sue 
Velenose dolcezze impertinenti 
Mi lacerano il cor. Potea pur dirle 



AlTff-TEHO, i 5ì 

Quanto so, guanto lessi. AncoVa il torto 
Vuol dalla parte mia. Bragia coperta ... 
Lupa d'agnel vestita.., 

S C E N A IV. 

Regnare, Meli t a , e tiiali$a< 

Jfc£. {uscendo adagio) 

Julia è par sola 
Potrò darle la lettera. Ma viene 
Quella balia pettegolai e non posso, 

(si nasconde di nuòvo) 

Mei. Sento, ch'io scoppio, Affa, Signora mia, 
Queste son crudeltà. Quell'infelice 
E' là, che piange, che mi cava l'anima» 
Voi la volete tlfin distrutta in lagrime. 

Vid. Sfacciata! qu*l coraggio?., sono stanca.. 
A una mi* par?.. E' meglio, ch'io mi levi, 
Che altercar colle serve. In questa casa 
Jfon $qq più nulla, non si può più vivere, (entra) 

SCENA V. 

lindoracy Melìta, e Renard i 

Rifacendosi vedere in dietro) 

fio fitto un buco in acqua. Oimè meschino. 
Li ndorac.'s'ei mi scopre, chi mi salva? (si nasconde] 
lJnd.( furioso) Serva, midi. So, éhe qui in casa entrato 
E' un servo v < già saprai di chi sia servo , 



*/± i> K i D JL 

Ut l'addita* dov'è? ; 

Vii <£uì,.roia Signore, 

Ch'io sappia, non son s*rvi forestieri, 
Né «o, che mi chiediate a 
jjnÀ, TJn servo j un servo 

E' qui nascosto. Ornai 1* casa mia 
Un bosco è divenuta, un laberinto 
D'obbròbri, di garbugli scellerati^ 
Di raggiri futtivh Me 1' insegnai j 
O Saprò ritrovarlo • 
Ì4tU tindbrab, 

Mio Signor, deb lasciai* da lina parte 
fontò furor.' V'acciecà il gran furore • 
Doride sfconSòlita è là ; che piànge 
Il cor vòàtrò fcetdut^ il gran periglio, 
Nel qttal vi erccft; e iol crtftfelfc, è voi..,» 
2J»d.fron parlar di colèi- Dimmi,' ov^è il servo, 
Ch 1 è qui nascosto ì Ma sapro trovalo , 
(trae la spada ; e furioto va iteriti il liiogv, dav 9 
è Rcgnard) 
JUtg. (ballando fuori) Noir scherzate èoU'arme. 

(fuggt veloci con U mam alta, iti cui tiene 
la lettera) 
2iW.Ah, che mai iridi! 

Mei. {a parte) Óimèi chi l'ha nascosto/ 

LindJa parte) Di Beivi! {agitato) 

Fra quel servo. Xjn foglio nelle mani 
Egli ave* certo. Ah* sempre piò palese - ; 
E' la sventura mia* Serva infedele) 
Serve, stirpe d'inferno., che per lorda. 



ATTO TEillO* xss 

Condiscendenza, ed interesse vile 
Tenete roano a* torti, alle vergogne 
Delle illustri famiglie, ds' mariti 
Infelici innocenti! Qr che coirai? 
Mei. (a parte) Io non. So > che mi dir. Dito, Signore... 
Lind.(furiosó) Sì, mi narra... quel foglio era recato 
In questa casa, o dall'infida mano 
Impresso dscia di qua? Qua! sensi infami 
Conteneva quel foglio?*, (agitato) lo segno il 
servo.* (in atto di partir^ 

Ma più tempo non è /Dimmi > Melìta^ 
Teco livor non ho ; tutto palesi 
Del foglio... di colui ... 
Mei. Diro y Signore , 

Ch'io moti sapeà ... che i tradimenti sonò 
Frequenti in casa vostra.., Che là Sposa 
Vostra e innocente. 
Lind.( fiere) v Doride innocente/ 

Un'innocente eli' e, che questa spada 
Si meritai nei cor... l'abbia nel tore. 

(verso te stanne di Doride) 
Mei. (correndo occupa t'entrata) 

Quella spada crudel prima il cor inip 

Di sangue aspergerà. I,a vostra furia, 

Cieca furiai, ed ingiusta, in questo petto 

Sfogate, Lindorac. Melìta mora 

Prima dell'innocente. Almen non soffra 

Di veder trucidata la più bella, 

I<a più casta Consorte, la più' amante 

Del più barbaro Sposo , e più inwmxiQ .(piange) 



*$6 DORIDE 

£jW.Lievati infame; non voler, che il ferro 
Avvilisca nel sangue d'una serva. 

Mei Quel ferro sol dì qua potrà levarmi! 
Né avvilito sarà, se per difesa 
D'una Dama innocente io so morire. 



Staff. Si 



SCENA VI. 
Uno staffiere, € detti. 



Signore, armato, offeso, impaziente 
Bel vii v'attende qui presso alle mura 
In solitario loco. 
lind. Che! m'attende 

Belvil/ Qual confusion / che pensar deggio? 

Ali deluse al duello... io l'ho infamato... 

Qui un servo suo di furto... or mi disfida... 

Tutto m'è escuro, e rilevar non posso 

Da chi derivi la sventura mia, 

Sin dove giunga, e vorrei morte solo. 

Furor mi spinge in questa parte, e in quella. 

Morto vorrei Belvil, Doride morta, 

Me stesso ucciderei con la mia mano. 

Ah, più idi tutto Doride vorrei 

Che rea non fosse , e sempre maggiormente 

Per mio crudo dolor rea la ritrovo. 

Vadasi ad incontrar più chiaramente 

Di sapere i miei torti, (allo Staffiere )\ì aBtlvil , 

Dì, che non mi deluda; io vengo tosto./ 

" (lo Staffiere entra dopo m inchino) 

- Tay scekerata, a Doride dirai, 



AITO TERZO. i S7 

Ch'io forse morirò, ma che, se vivo, 
Una tigre m'attenda, e morte, e strazio,.. j 
Ah no, Melha, dille, che Io Sposo 
Ha un inferno nel seno di tormenti 
Per sua cagione. Dille, che bilanci 
La coscienza sua... che quest'albergo 
Fugga , e si salvi. (entra) 

Mei. A compatir comincio 

Lindorac , se sospetta . Come mai 
Qui nascosto quel servo con un foglio! 
Trame saran della Cognata, e forse 
Dello stesso Bel vii. 

SCENA VII. 

Cidalisa, e Melha. 

Cii. Uimmi, onde avvenne 

Tanto romor qui dentro? 
Mei. * Oh sì, venite 

Col soccorso di Pisa. Avvenne... avvenne... 

Da ciò, che voi voleste. Il fratel vostro, 

Sappiate, è in un cimento., E andato a battersi 

Con il Signor Beivi!. Le vostre accuse, 

Gli odi vostri avran fatto .finalmente 

Questi bei frutti. 
Cii. Temeraria» indegna! 

Così ragioni? E ben, Belvil punito 

Sarà de 9 torti miei. 
Mei. Bei sentimenti? 

Sempre il valor non giovale il fratel vostro 
Tom. IV. R 



a;8 DORIDE 

Anche potria lasciai 1 la vita. 

Cid. E r w** 

L'obbligo avremo a un'impudente, infida, 
Che disonora quest'albergo. 

Mei Eh via. 

Indegna è questa casa d'uno Specchia 
D'innocenza d'onor, d'una tal Spesa. 
Scusate,, io l'ho nodrita. - - 

Cid. Tu nodrkti' 

Un mostro d'ignominia a quest'albergo ì 
Qui entrato per mio danno, per rubarmi 
D' un fratello l'amor, per insidiarmi 
Un amante, uno Sposo, e a far y che invecchi 
Una Dama mia pari condannata 
A servire i suoi figji. 

Mei (a parte) Io scoppio, io muoio. 

Debito è della Moglie, mia Signora, 
Di coltivar del suo Sposo l'affetto. 
Se di Doride mia s'è innamorato 
Bel vii, non è sua colpa, e non poteya 
Impedir, ch'ei l'amasse. A me è palese 
Sopra ciò il suo contegno. La bellezza 
Unita alla virtude, alle ripulse, 
E' innocente cagion, ma assai più forte, 
Di maggior laccio, che non sono i lazzi, 
Le lusinghe, ed il troppo desiderio 
D'aver Marito, (qui Ci idi sa si farà frese* Cól ven- 
taglio > e anderà crescendo il U%(+ sempre pia a 
misura del discorso di Melìta) L'alterigia, e mille 
Stravaganza di mente son cagione, 



ATTO lEKrO. z S9 

Che laceriti far cttfqw Contratti 
Per voi dì matrimonio, t non le insidie 
Mal supposte di Doride infelice. 
Parla, Signora, in boeca mia là lingua 
Dell'innocente, troppo rassegnata 
Doride mia. Necessiti, dolore, 
Meiha fa apparir, contro sua vogHa, 
Troppo sfacciata, a fronte d'una Dama, 
Che nel suo cor rispetta. (entra) 

tìd. Oimè, che caldo! 

Serve > serve, melissa, io muoio, io muoio 

(entra dall'altra parte) 

S C E K A Vili. 

Luogo solitario verso le mura. 

Belvil vecchio, e Lìndorac escano uno da una parte, V 
altro dall'altra co» le spade ignudi. Belvil si ripose- 
rà di quando in quando y appoggiando la spada inter- 
ra colla punta. 

Lind.(con sorpresa) 

Voi, Belvil, qua! Credeva il figlio vostro... 

Voi, Belvil, qua! 
Belv. v. Sì, sono un disperato, 

Un onorato vecchio , che non soffre 
Vergogna, disonor. Tu, ingrato, crudo 
Disonorasti con parole indegne 
La mia stirpe, il mio sangue. Lcco tfuel sangue . 
Che macchia di viltà mai non sofferse. 



z£o DORIDE 

fymiamci, Lindorac^ non riguardare 
AH? piembra tretnfntt. II sentimento 
Della nascita mia, I? onere offeso, 
Tuttp riaccende il cor, mi fa robusto. 

{mettendosi in gnkrdiq\ 
{./jidLBelvil, t'accheta. Sfprtunato vecchio, 
Illustra vecchio ben vissuto, quanto 
Mi fai piet^/ Deh. .colile, maij Bel vii, 
D'un uom sì prode un figlio vile, indegno!... 
Bdy.v. Taci, non m'oltraggiar. Nel figlio mio 
Rispetta la mia Stirpe. Non ricerco,. 
CW $ia vii, chi ha ragione. Io lo produssi; 
S'egli ha colpe, son mie. Vibra quel ferro. 

( rimettendosi in gwd,ix\ 
l/ffdLChefati, arpico, Siam duz sfortunati, 
Sia la disgrazia tua, no, non avanza 
La {ni a sciagura. Quest'azione sola 
Di te basta a eternar nella tua stirpe 
Immorsai gloria 4'secpli venturi. 
Deh, se dolor estremo, se vergogna 
$enza colpa io patisco, non volere, 
Che # voIontario disonor m'acquisti 
...Ccn un vecchio impossente combattendo. 
Che Belvil sia tuo figlio, ti dimentica; 
Non è degno di te, Belvil è infame. 
3siv. V. Vibra quel ferro per pietà, ti prego j 
Non m' oltraggiar di più. Le tus parole 
, Temo più, che il tuo ferro. Lindorac, 
io cerco morte, o vendicar l'onore t 
Lind.(ri mettendo U spj$a nd fodera) 



Alto tlSiO. *l6ì 

Èclvil, io non potrei, ch'esporre ignudo 
Questo sen al tuo ferro. Datti pace. 
Di volontarie hiacchie io noh mi lórdo < (entra) 
ttelv. v. Barbaro, ferma. E crudeltà la tua, 

Non generosità. Viltà, viltade 

Ah, in vario io grido ornai. Parca crudele, 
Vedi à che prolungasti la mia vita. 
Che rtii giova fierezza in queste membra 
Quasi defunte, abbiette, disprezzate, 
Disutili al mio cot? Misero Padre) 
Dovrai dunque soffrir tanta vergogna 
Nella famiglia tua? No, non si soffra « 



R 



2 *4 DORIDE 

ATTO QUARTO. 

Stanza del Marescial Dombrun con due porte t una 
di rimpetto all'altra, Due tavolini, uno con un 
libro, una lettera, parecchie pìppe, cerine* acce- 
sa, e borsa con tabacco; l'altro discosto con cala- 
majo , e carta sulla dritta, e sedia j altra sedia 
presso al Marescial, 

SCEffà PRIMA 

DAmbrun sedendo al tavolino dalle pippe fumando \ 
Belvil giovine, poi Regnard^ 

Btlv< g.L/Eir Eccellenza vostra nn servo ditte, 

Ch'io mi portassi a lei. Sono a* suoi cenci. 
Dama. (fumando) Schiavo % Belvil, (gli porge il libro) 

Leggete il frqnt|spizici 

Di questo libro, chiaramente % forte, 

Ch'io noi rilevo, 
Btlv< g. (prende il libro) Qqesta è facil cosa- 

(legge) Memorie dell'eroiche imprese , e dell* 

Illustre discendenza delU casa 

Belvil, da cinque secoli al corrente , 

Consacrate all'augusta Maestade 

Del Regnante Monarca di Polonia. 

Vostra Eccellenza vuol, che insuperbisca , 

Sento rossor... 
DomK Rossot, sì, (spc?x* ta pipp* sultau** 



N 



ATTO fìUASTO. *6 3 

lino . Beh. « scuote) Questo foglio 
Leggete ^chiaramente ; voglio udirlo. 

{gli dà la lettera) Ralf, Colonne! del Reggi- 
mento \*oetro, 
Dal quartìer me lo scrive. 

Belv. prende la ktt. (a parte) Che sarà/ 
Una nuova seccata. 

Domb.(brusoo) Via, leggete, (accende un 9 altra pippa) 

Belv.{legge crescendo sempre sorrisi caricati) 
Eccellenza. Belvil, Cornetta, è stato 
Da lindorac, per suoi pretesi torti, 
U duelfo sfidato, ed il Cornetta 
Giurò d'andarvi, poi mancò alla sfida. 
Lindorac l'ha infamato nelle truppe. 
^Ammutinati gli Ufficiali tutti 
Non vogliono a Belvii conceder posto 
Nella carica sua. Grave è il disordine. 
Di tanto avverto l'Eccellenza vostra , 
Sapendo, ch'ama la famiglia... et cetera. 
Da Gavalter è bella questa poJizza. 

Damb.(spczz* l'altra pippa sul tavolino con ira) 
Che dite* 

Belv. E' bello questo foglio, è bello* 

DembX minacciante \ 

E* bello!.. Cavaliere. Soldato!.. In grado 

Da me voluto alle preghiere mosso 

Dell* onoiwo vostro Padre?,, è bello? 

Quel foglio è bello? (riaccendendo un* altra pippa) 

Dimmi, perche bello. ' y 
Siedi , -Belvii . 

* 4 



%6± DORIDE 

Èclv.(in atto di sedere presso Dombrun) 

Bellissimo è quel foglio; 
In due parole il dico. 

Domb.( additando l'altra sedia al calamajo) 

L'altra sedia (fiero) 

Più opportuna è per te; siedi su quella. 

Beiv. Dov'eìh vuole. (siede dov'è il calamajo 

Dico, ch'egli è bello, 
Perchè non feci affronti a Lindorac, 
Perchè jion s'è sognato di sfidarmi. 
Perchè ... 

Domb.( fumando) Non dir di più. Quel foglio è brut- 
to, {austero) 

Bea». Ma se sono bugie... 

Domb.(brusco) Non è bugia, 

Che tu infamato sei, che nell'Armata 
Più grado non arrai, che macchia eterna 
La tua Casa averà , che in gran vergogna 
SorT io per te, che incarco t'ho donato 
Nel militar. 'Quel foglio è brutto assai, {fuma) 

BclvMX crederebbe v\\* 

bomb. Vii non ti credo, 

Ed ho credute vere quelle fedi 
Delle indisposizion , che t'han tenuto 
Dalla scorsa campagna sanguinosa 
Lunge, e inutile al Re. Non bado al viso 
Colorito, e alle polpe: (gli guarda le gambe) 

Io bado al foglio. 
Quel foglio è mostruoso. (fuma) 

Pelv.a parte (Queste sono 



ATTO Q V A- A t 0< *6J 

Afchibugiate . O maledetti, © vili ! 
Quei sicàr; non m'hanno ancor servito, 
Tratto di briga.) Ma, Eccellenza, io dico y 
Che Lindorac è matto , è traditore ,- 
Se ha sparso il falso 4 

Domb< Fuori che Bel vii, 

Nessun di Li nd orse così ragiona , (fuma) 

Btlv, (con furia) 

Eh , viva il Ciel , Signore , eh* io no» temo 
Ne Lindorac, né trenta pari suoi. 
Io vedo ben, ch'ella mi fa sedere 
Presso alla carta, e al calamaio, e vuole, 
Ch'io sfidi Lindorac. (pendi la pernia) 

Demb. Non suggerisco/ 

A un Cavalier, ch r è Cavalier, ni intendo 
Consigliare a' duelli, (fuma) 

Belv. (ripone la penna, e respira) E che far deggio 
Dunque ? che mi comanda? 

Demb, (spezza l'altra pippa con ira) Io ti comando 
Di depor quella spada ; di gridaTe 
Per tutta la Cittade, e per le troppe, 
Che non sei Cavalier , che non discendi 
Dalla stirpe Belvil , che indegnamente 
Titoli avesti dal Monarca, e a porti 
Di bifolco nn vestito, e con la zappa 
Vadi,.. a disonorar forse 1 bifolchi. 

(accende un'altra pippa) 

Belv.(a parte) E fuma/ e fuma ! io fumo più di lui. 

(si rasciuga il viso) 
Intendo, intendo tatto. Io dunque sfido, 



z 4f nomili. 

Convella <voote, t urne» Linderac. 

(prende U penna) 
DombAo con voglio abeti! • Xfuma) 

Bclv. (riponendo la penna pretto) Oh qsesta % betta ! 

Dunque che vuol da me? 
Domb, Che ti ricordi (minacci***) 

Che cavaliere sei, che sei soldato; 
Quel, che tu dei voler, voglio, e son stanco. 
Bclv.E ben , dunque lo «fido , e saprò farlo 

(prende la penna , e scrive, guadando Domi, di 
quando in yuahdo) 
Con periodi completi, e sttl conciso, 
Siri nurifcmo buon gusto, (scrìve) Liniorac, 
Ptngo cm questa mia. Do parte , come 
Me si di* fido a morte. MU veni* una 
dell'appressa boschetto alU Città 
4&rà un spada , e tua mendmtnct 
lingua , e tua %ucca vota troverete 
Quei dal formaggio Non mancar. Belvil 
(piegando il figlio) Lo piego: (suggellandolo) t guar- 
dando Domb.) lo snggel lo : (scrivendo) A Undorac . 
(levandosi ) io lo spedisco tosto « 
Domb. (fuma) 

Belv* Io Io. spedisco. 

Domb, ( fuma) 

Bslv. VadOy Kccelleftza 9 e lo spedisco subito. 

(in atto di partire) 
Domb. Non avete qui servi? (fumai 
Bete. Sì, Signore. 

Domb. Dotò volete andar? Essi vi servino 



ATTO GUASTO, 2*7 

Di ciò, che v'c in piacer j voi vi fermate . (fUmfì 

Belv, (a parte) 

E fama 1 Qui convien darsi coragg io , 
Regnarci, Regnard; olà, Regnard, Vedrai 
§'io temo Lindorac, 

Reg. Che mi comanda? 

Belv. Lq spedisco , Eccellenza j (Domb.fuma) ho spedisco, 

Domb, (fuma) (Belv. a parte) 

Costui mi manda in beccheria fumando. 
Converrà dunque andarci, < a Reg.) Porta tosto 
A chi va questa carta, e, consegnatala, 
Ritorna al mi© palagio, (Rtg. parte con inchino) 

(Belv, a psrte) Or c f ho mostrato 
Il mio coraggio, forse un stratagemma 
Vorrà insegnarmi per uscir con glori* 
Senza periglio* avrà compassione 
Di tnip Padre, suq amico, (guarda V orologio) 

O Eccellenza } 
Sono vent*ore e mezza; io dico a lei 
Tutte le mie ragion., poi vado a battermi , 

(in atto di sedergli presso) 

Domb, (forte) I£hi, ehi, -.. (entra uno Staffiere) 

Servi Bel vii, Addio, Relvil. (fuma) 

Belv n (aparpe)Q maledetto' Io son nel brutto imbroglio! 
La cosa si fa grave , e «pi conviene 
Alfio *n*$ ammazzar per complimento, 
JVU non mi perdo..., mostrerò franchezza. 
Signore, vi son servo, A punir vado 
QuelParrogaute . (va, t ti vtlgt) e fuma! t fu-» 
ma/ e fama! {entra) 



%èl D B I D È 

SCENA li. 
Dombrun, poi Belvil vecchio, ch'entra dall'altra parte* 

Dmb. ijuanta fatica.» o che Yiltà di core! 

Credo, che v'anelerà; troppo solenne 

E v ridotta la cosa, (vede Belvil^ si leva) Oh qui 
Belvil* 
irifo.Dorobrun sono agitato; ho di mestieri 

Del tuo consiglio, e del tuo aiuto. 
Domb. / Siedi, (siedono mtidue) 

Belv. D'onore è il ponto, e riparar si tra tu 

All'onore, alle stragi. Dei conoscere 

Già Lindorac? ' 

Domb. Il Brigadiere? sì. 

Belv. Saprai, che ha presa Moglie giovinetta, 

E bella assai? 
Dòmb. Lo so. Fa inatto ih questo ^ 

Belv.liorì dir così, Dombrun. Felici tutti 

I Genitor, che tai figli producono j 

E felici gli Sposi, che possedono 

Si belle gioje^ 
bomb. Gioie, gioie. Segai, (cori viso ridente) 

Belv.Mio figlio iniquo ( con rossor tei dico) 

Insidiò la Consorte a Lindorac 

Nel tempo, ch'era lunge, e dalla casta 

Ebbe saggie ripulse w L'imprudente, 

Sia per Sdegno, o per Seguir l'usanza 

De' scapestrati giovani correnti, 

Vantossi..- già m'intendi. Cidalisa, 



ATTO ft-IIAK!O f *6<f 

Sorella a Lindorac, che amoreggiata 
Era da mio Figliuolo... od altre genti...., 
Che maligni non mancano... han riferto.... 
Od altro fu.... noi so: Basta, mio figliq 
Da Lindorac, che tutto tiene occulto, 
Sfidato fu a duel. 

pomb. So 9 che promise, 

Poi e* ha mancate. 

#ely. Il sai per mio dolore. 

Noto anche ti sari, che disperato 
Cercai la morte, e che col ferro in pagnQ 
M'esposi pel Figliuol ; che il generoso 
M'ha ricusato. 

poma. Il so, caro Beivi), 

E ti compiansi. 

pelv. Or dunque t'è palese 

Sicuramente, eh* è infamato il figlio, 
Nel figlio la famiglia, che il feroce 
Lindorac con la lingua, ovunque pass», 
Va propalando.... 

Do*#b. Sì, Bel vii, so tutto. 

bcIv. Marescial, tu lo sai. Dal sangue mio 
Non uscir mai viltà. Sai, quante volte 
Agli assalti m'esposi; Quante piaghe 
Soffersi in questa vita; Quante crude 
Operazion chirurgiche d'angoscia 
Sopportai senza piangere. Dombrun, 
Nell'estrema vecchiezza l'onor mio 
Mi vsforza a lagrimar. Vaneggio, amico, 
Penso di suscitare i miei parenti, 



a>o ' DÒRIDE 

V tacitar le famiglie già commòsse* 

Suscitar la Guade > e in mezzo al sangue 

Cercar la mòrte anch'io. Dall'altra patte 

l'ermo offendere il Ile, die sì rispetto. 

Dammi consiglio , Mareséial , e aiuto 

Nel mio caso cT onor; pietà ti mova v 

D'un vecchio, afflitto > ed onorato Padre, (piange) 

ttornb. Belvil , mi fai pietà. Di molte taccie 
Scorgo lordo tao figlio» e minor forse 
E' il timor d'un cimento,, e della vita. 
Tutti Don hanno istinto atto p$x l'armi* 
Io rilevò da te, che nell'anele 
Una Dama egli ha offesa, esposta all'ira 
D'un Marito feroce,, e parmi ancora, • 

Che tu voglia inferir, oh 9 ella è innocente» 
Dimmi, sai, eh' è innocente? 

bcIv. lì so pur troppo. 

Domb.Cotne il sai? 

bdv. Rilevai da molti fogli , 

De'quali il figlio, frasca, imprude/itissimò 

Lisciò gli abbozzi, o iftalecopie sue 

Sul suo scrittoio, ch'egli si lagnava 

Di crudeltà con Doride onorata. 

Gli ho tutti presso a me. Non te li mostro, 

Che n'ho rossor. Son tutti cassature, 

E termini ridicoli , spropositi , 

Sconcordante, ignoranza. Oh come male 

Si spende, Mare sciai, oggi in Maestri 

Con questi figli di lascivia pieni,. 

D'ozio, e di voluttà, ch'ogni dottrina 



ATTO* QUARTO. *** 

Credono miscredenza, t gb bel Mestilo v 

E r insidiate altrui Mogli, a Sorelle ,. 
Verni. Altri segni no» hai dell* innocenza 

Dì Doride ^ 
Bdz/. Sì , n*ho. Questo biglietto (vatoiUHtoiglietto) 

Di pugno della Dama ieri un serve 

Per mio figlio recò*, Lo voBi io stesso. 

Mio figlio ubila sa. Leggi) liombnui- 
Doto* ( ieggt ) Èelvtt, nappo stfflttst. (ttu desisti 

Di tiratimi^ e molestar te Dame, 

Spose onorate, co' tuoi gisti f e fogli 

Insidiatori, che fasta* sospettò 

Tossono un giorno.' ota necessitate 

Fara, eh* io ti palesi Hti traditore. 

L' amato Spese mio diman s'attende; 

Tutto* a lui narrerò, a non ti stanchi 

De* tuoi modi importuni, 0' iniqui* Deride* 
(restituisce il vigliato) Piò* trista e; il figlio tuo, 
ch'io non pensava; 

E tu di trattener celati hai core 

Questi fogli, Bel vii? 
selv. Ah, caro amico, 

Non mi rimproverar. Scusa in me un Padre, 

Che di maggior infamia il proprio figlio , 

Di quella e* ha, di caricar non soffre. 

Dall'altra parte quella sfortunata 

E' in periglio di morte, e so, che il fiero 

Sposo suo la vuol morta. Maresciallo, . 

Credimi, ho il cor sanguigno, combattuto, 

Lacerato, né so, che debba farmi. 



i7* DORIDE 

Dammi consiglio, e compatisci un misero, {piange) 
pomfr.Venesti per consiglio? 
vclv. Sì, ed aitilo. 

Jfomb. (ri%ym4$si ) Affrettati, Bel vii f di far palese 

A Lindorac di Doride il .candore ; 

Non perder tempo ; in coscienza il devi. 

Una. Dama innocente, una colomba 

Rara a* dì nostri, lasci in preda, e vittima 

Ad un cieco furor d'un sospettoso 

Marito? d'un feroce? Ah; se ti vanti 

Amico mio, se Cavalier sei nato, 

Affrettati, Bel vii , palesa to$to 

D' un'illibata. Sposa l'innocenza, 

Questo è il consiglio mio. 
Pelv. {ridandosi ) Sì, Maresciallo* 

lo lo farò; ma tu, che il puoi, mio figlio, 

Che sotto al tuo stendardo è militante , 
i Chiama a te, Io minaccia, e fa, che sfidi 

Lindorae, e si batta. Ei ti rispetta; 

Avrà rossor di te.... per qualche forma 

Si ripari all'onor 

Pomb. Taci, Belvil. 

.Troppo t'accieca passion d'onore , 

Se abbominevol torto vuoi difeso 

Colla punta del ferro. Vanne, amico, 

A'sovrani decreti, che i duelli . 
Proibiscono, e il sai, non vo'far contro. 
Belv.E' ver, disubbidir mai non si deve 
Alte Sovrane Leggi. Uomini iniqui, 
Perversi^ pertinaci , a che togliete 



ATTO Q UÀ STO. 273 

Dunque l'onore a chi obbedisce ai saggi, 
Sacri voler dei Re? 
Qmb. Beivi! , t'accheta. 

Libera l'innocente sventurata, 
Che d'impudica ha macchia; indi va in traccia 
Del figlio tao. Vecchio infelice/ forse 

(bàttendogli sopra urla spalla) 
L'onor, che sì ti preme, a calde lagrime 
Piangerai sul cadavere del figlio, 
Sulle tue carni, sul tuo sangue. Accorri; 
Forse non sei più a tempo . 11 mio dovere 
Alle Troppe mi chiama. (entra) 

Beh. O me dolente! 

Mare scia! .♦♦. deh mi narra.... O Dio, che sento/ 
Cadavere mio figlio? O Ciel, soccorrilo, (entra) 

S G E N A HI. # " 

Boschetto. 

Belvil giovine, e Regnard. 

Belv. (agitato) l\ darei fogli aLindorac sei pronto, 
Manigoldo, ma a darli a Cidalisa 
Trovi difficoltà. Quando si tratta 
Della mia morte, tutti son carnefici. 

Rfg. Dovreste contentarvi , che , per dare 
Il foglio a Cidalisa, ebbi alla gola 
Tanto di durindana. Io non fui pazzo 
A darlo a Lindorac; mandai Pincot. 
Se andav'io, m'averebbe conosciuto 
Per quel servo nascosto, e addio Regnard. 
Tom. IV. S 



274 DORIDI 

Jfc/v.Ma q a e' sicari a che tardaron tufo? 
Rcg. Eh via, Signore, siete corbellato « 

Temon troppo del Re, di Lindorac. 
Bclv.Se loto ho dato sei zecchini * conto, 

Se m'han promesso ..~. 
Rtg. I Lindorac, Signore , 

Non sono beccafichi. Vi corbellano. 

Eh, terminate queste cantilene.. , 

Battetevi, e buon giorno. 
Bclv, Q pewo d'asino! 

Che bei consigli! 
Reg. E par sin 1 ora filmaci 

In esercizio a battersi; eravate 

Pur tanto fiero col fiorettq in mano... 
Bdv.Qhe bella differenza! Hanno il bottone: 

I fioretti, il bottone hanno, il bottone. 

Che ti disse Pincot? che gli rispose 

Lindonc? 
Reg. Ch'egli lesse, ch'egli fece 

Tanti d'occhiacci rossi, e che ridendo 

Rispose,' che verrebbe. 
selv. Oh sì, ridendo. 

Già mi par di vederlo. Egli va a nozze, 

E' una bestia; che serve? è un ansale. 

Mi par d f aver la febbre. ( st tocca il polso) 
Oh certamente. 

Non è ancor giunto. Io sono disperato. 

Ma se ne pentirà. Tu, ascolta bene. 

Tien pronto quel cavallo; (accenna dentro) sta 
inchiodato 



ìt TO QUARTO, % 15 

Con le redini in mano, e con la staffi* 
Nascosto dietro a quella folta macchi?. 
Vedrai bèlla la scena* Impareranno 
À farmi disperare. Se ti chiamo, 
Lega il Cavallo, e corri a me. Se vengo, 
Sìa leste il mio destricr. Regnard, ascoltami; 
No» mancar , ti scongiuro» 
Reg. Ella non dubiti. 

Jfc/u.Ben, ben ,, impareranno, impareranno. 

{passeggiando furioso) 
R#. U parte) Cht diavolo vaol far! Ma fo mio conto, 
Ch'egli ne fa poi troppe, e alfin gli stracci 
All'aere se ne vanno. Quel cavallo 
Bardato può valer sessanta doppie. 
Questa mattina ho avuta la mesata; 
Io me ne vo. S'è un porco, il danno è suo. 
Chiami, o non chiami, o venga, io non ci 
sono» (entra) 

Beh. Pronto ve, pronto ve. Giacche si tratta 
Della vita, si salvi pur la vita. 
L'onore è opinion. Venga quel matto. 
Troverà quel, che cerca. Onore, onore... 
Marescial... Padre armigero... seccate. 
Io saprò czsii<>nT]o. (guarda dentro)E\ viendavero. 
Fa cor, Belvil. 11 cor mi suggerisce, 
Ch'io mi nasconda. 
(si nasconde in fondo al Teatro dietro qualche albero 



S 7. 



*7* DOKIDK 

SCENA IY. 

Lindorac, e Belyil penine . 

Lin& % Ji loco è questo. Il vile 

Già xnt delude al solito. (guarda internati 

BdvA uscen &? '* àie** +<P * na m **° in semellai 

Tu nienti; 

Iq non deludo alcuno» 
lina. Infame/ Adunque 

Fon mano a quell'acciai*. 
gely. Prosaci bene, fatando in dietro 

Io 8on qui, Lìndorac, perche tu veda, 

Ch'io non ti temo. Pentiti, e tralasci? 

Le stravaganze tue^ 
lina. Non più parole. 

Pon mano a quell'acciai-. {mette mano) 

&h>. Pazzo! inquieto/ 

Sì, Doride m'adora, e i pari tuoi 

Meritano d'uscir fuori dal monda 

Per questa forine . 

(gli spara, una pistola al capo*; caie ii cappella 
a undprqc) 
linci O tradiiorj (gli corre addosso l 

&lv.(trae la spada , fugge, e cade) Regnarci* 

Regnard, ajuto. Oimc meschin, son morto. 

La vita x Lìndorac. 
und. f aliando la spada) Mori, fellone. 
Èìrfv.ÌA vita per pietà. Miscericordia . 
u'«d.Ah, non la nierti. lamini tqtutvi*.,. 



ÀltO fctJAkTO. 277 

Ch'io tfc la d&netòw.* dimmi... e sincero 
Parla.,, non tacer nulla.». H questo patto 
fi donerò là vita... Mia Consorte (con agitazione) 
Sino a qual grado offese Tonor mio? 
Parla*., non tacer nulla... dimmi tutto ... 
Non temer... dimmi tutto, o ch'io t'uccido. 

(al%a la spada) 

Btlv. (ginocchioni ) Fermati , ascolta . E'Doride innocente ? 
Io sono il traditor. Fur vanti miei... 
Fot mie persecuzion ... Doride tua 
Non t'offese giammai. 

tinL Senti, Belvil. 

Commessìon dal Monarca ho d'arrestarti. 
Fosti accusato, che a' «icari desti 
Ordine d'ammazzarmi a tradimento. 
Ciò non temei. Tu vedi, che qui venni 
Sol colla spada mia. Posso donarti 
A. Giustizia in poter. Forse un carnefice 
Quel capo troncherà. Posso io medesmo 
Trucidarti, e lo vedi. Io vo' salvarti 
Da' perigli, e da morte, % sol ti chiedo 

{con tgit unione} 
Sino a qua! grado Doride infedele 
Fu Bell'assenza mia. Dillo _ deh dillo... 
In quest'opaco fcosco... fra quest'ombre ... 
Siam soli... io son parato al mio tormento... 
Lillo, Belvil~. non paventar... deh dillo... 

(guarda intorno) 
Con pace I! soffrirò. 

Hlv. No,lindorac. 

• S 1 



z 7 Z DORIDE 

Innocente è tua Moglie; io solo, io solo 
Di calunnie $on reo, 
lini. Bugiardo! vile! (trae una tittcrj) 

Questo foglio è pur too . (g // mostra il fòglio) 
Ltlv. Sì, ma lo sgridi 

Per addossar 4 Doride mancanze, 
Perch'io temjea di te, 
Lind.(al%a la spai*) No, noQ ti credo, 

L /^.Fermati. Jl giuro ai Numi, 
Lini. $fcn*og*efol 

Spergiuro) e chi potri prestar mai fede 
Ad un mostro tuo par? Tu neghi i falH 
Di mi* Consorte, io so it perchè, Perchè 
Temi, ch'io sofferir non gli potessi, 
Che ti passassi il cor. Lavati, iniquo; 
^sei? a me questo ferro, ih disarma) Miq yru 

giont 
Seguimi, viJe, e trema, 
&lv*(lcvandfisi) Dove vpoi£„ 

Son tao;., mi nccomand©. 
LÌnd.(p?ns.ando si trattiene) , «i Ah, che quel misere* 
Tuo Genito? mi fa pietà, (4 parte) Che giov^ 
Meco il cordarlo? da quest'alma vile 
Mai non trarrà di pi^ non wprò nulla 
Di quanto i un foco a) sen ; di qaanto certo, 
$'io scoppio, vp* saper t S'usi nuov'arte, 

(Getta U spada à Myil\ 
Va, Beivi! , al tuo vecchio Genitore, 
Sijva fia la tua vita, non temete 
Io fi ricordo sol, ch'arte avrò, indegno ^ 



ATTO QUARTO. 279 

Di saper verità. Dolor estremo 
Mi guida sol. Dal mio dolor crudele. 
Se bugiardo ti trovo, totmentosa 
Morte t'aspetta 5 io non avrò più lume. 

Bdv. (respirando) Sì, caro amico mio ... Lindorac mio, 
Se bugiardo mi trovi, io son contento. 

Lini. (t parte) Traditor, non ti credo, Belvil , odimi j 
Forse di nulla dei temere. Io sento, 
Che l'aere di Varsavia è per- me reso 
Ambiente di velen. Sento, che abborro 
Quelle mura .,4 ogni oggetto di Varsavia 
Mi fa ribrézzo... Il Genitor saluta... 
Più non ti dico.., (a parte) Ah, se mi crede, s'egli 
Disonorato m'ha, l'arte con l'arte 
Ben deluder saprò; morte s'aspetti, 
E Doride infedel seco perisca. 
Serpe di gelosia, quanto sei erodo. f (entra furioso) 

Belv, (guardandosi intorno) 

Sangue non m'esce/ Ancor non ho ferite! 

Panni cosa impossibile.,. San vivo? 

Stelle, m'amate più di quel^ ch'io merto* 

Oh Regnard traditor, tu via fuggisti» ■ 

Io me l'ho meritato. LiHdotac, 

Doride meschinetta, quanto duolmi 

D'avervi oifeso/., Io son fuor di me stesso* (entra* 



^4 



»6o D B I D £ 

ATTO QUINTO. 

Stanza di Doride con scrittoio da una parte. 

SCENA PRIMA. 

Cidtlisa, e dima*. 

Cid. Imprudenti raggiri; sedazioni 
Con finta ipocrisia; serri nascosti, 
Che poi fuggono via co* fogli in mano; 
Lettere insin degli amatori istessi, 
Che nauseati, a vostra figlia danno 
Rimproveri crudeli, son cagione 
Delle stragi imminenti. Io tatto dissi. 
Rispetto voi, che Madre esser potreste 
Anche di me. Traetela per forza 
Da quest'albergo, o piangerete invano 
Ciò, che nascer potrà. Da queste stanze, 
Che abborrisco, ove mai non metto piede, 
Scusate, io m'allontano. - (entra) 

Clim. Oimc infelice» 

Che intesi mai/ Sento, che nelle vene 
Il iangue mi si gela, (furiosa verso Doride , che 

esce). Io stessa, io stessa 
Con le mie proprie man, Figlia, rossore 
Di questa Madre, leverei dal Mondo 
La mia vergogna. 



DOT. 



AITO filiniO. a*x 
SCENA II. 
Doride, e iena. 

O Dio, Madre, che avete? 

Clim. Chiudi quel labbro, scellerata. Abbassa 
Quegli occhi seduttori. Non accrescere 
A tua Madre dolor con falsi modi 
Di dolcezza studiata. Ancor mi chiedi 
Ciò, che il) 9 affanna? Non sari d'affanno 
Cagion, che trenta, e più famiglie aiéno 
Armate d'ira, e di furor? Già sono 
Di Beivi! i parénti, e del tuo Sposo, 
E i miei, tutti livor. Si van cercando 
Per tutta la Città con sgherri affianchi 
Per trucidarsi, dall'oror cacciati, 
Da reciproche ingiurie; e tu, impudica, 
Di tutto sei cagion. 

Dot. Madre, possibile, 

Ch'io sia cagion di tamo mal? 

Clim. Lasciva/ 

Lo sei per miò i tormento . Il tuo contegno 

Forza di suscitare ebbe in Varsavia 

Gli antichi Guelfi, e Ghibellini, e in breve 

Rosseggcran le vie di sangue sparso, 

Sentirannosi strida, e di vendetta 

Cresceran le sorgenti. E' questo, ingrata, 

Il compenso al dolor, ch'ebbi nel parto 

Di te imprudente, ed ali 1 educazione, 

Ch'io diedi al parto mio? (&**&) 

D$r. Deh per pietade, 



ti* DORIDE 

Amata Genitrice , non piangete * 
Oiniè, ditemi il vero, voi teneste 
Certo co'qiici punici alcun discorso ♦ 
Ah, s'io sonp ragion di Unte stragi, 
perche Ton contro l'altro per vendette 
Vannou 4 ritrovar? perchè no tutti, 
\piiti contro me, che son l'oggetto 
degli odj lor, co 9 ferri non trapassano 
Questo misero cor? Ben veggo ornai, 
Che innocente cagion, ma cagion sono 
Di livor, di vendette, di miseria. 
Madre f deb non piangete. La sventura 
Vostra* e. V altrui, no, cara Madre, mai 
Non av^nia la mia, (pi**&) 

Clim< povrei lasciarti 

Nelle pian del tuo gposo, de* suoi torti 
Giusto vendicator, m* non ho core; 
Ti son pur .Madre, E' pronta la carrozza} 
Vieni, imprudente, e salva quella vita, 
Di vita indegna, Segnine, abbàodopa 
Qpest' albergo fatai; non è più tempo, 
Risparmia almeno a chi ti die alla luce 
V angoscia di sentir, che nel suo sangue, 
Rea di contaminato sacro nodo 
Maritai, giace la sua Figlia, e spira, 
Seguimi , incauta, non tardar, 
Dor, Ch'io parta 

Da quest'albergo? Adunque in van protesto, 
Jny^no io griderò: Sono innocente? 
Clim^Noii vantar più innocenza > scellerata. 



ATTO QUINTO, 383 

Parlano i fatti. Il Mondo ti condanna» 
Colla roce del popolo il Gel parla, 
Seguimi, incauta, non tardar, 
Por, Se rea 

D'offeso nodo maritale io sono , 
Più non ho Madre, o mi soo resa indegna) 
Che; la Madre mi salvi, 
(litn< Forsennata /.. 

Non ho cor di lasciarti, Quest'albergo 
Meco fuggi , o fra poco trucidata 
Cadrai vittima d'ira t 
por, Jl Gel m'attende, 

Se il mondo m' abbonisce, Per timore 
pi morte colla fuga poq confesso 
D'esser rea, $e npl son. Lo Sposo mio 
Viv^, o morta, s? vuol, yo'che mi scacci 
Da quest'albergo sol, 
flim. Jo tei comando,.. 

Madre t\ sono.., folle!., viepi meco. 

(la piglia per mano) 
Por, (liberandosi) NellaMadre rispetto ciò , che un giorno 
Fece, di me privandosi. Io mi diedi 
Suddita ad un Marito . Non più vostra , 
Noi? pi^ mia soft, |ìè fuggo questa soglia, 
G7w, Doride , poft accender iji tua Madre 
Maggior dispetto; non voler, ch'io scagli 
Jja maladizìon sopra tra* figlia, 
Reggimi, non tardar, 
Dot. Jfo, cara Madre, 

Non yo' disonorar eoa alia fuga 



a*4 D H 1 D E 

Voi, mc % Io Sposo, le famiglie nostre; ; 
Gli stessi miei persecotor. Attendo 
Volentier morte, poich'io son bugiarda... 
Poiché sono impudica... Poich'io sono 
Quel, che non sono, estinto questo corpo 
Esca da quest* albergo. (pun*c) 

ClttH. Resta dunque, 

Ostinata, in balìa d'ogni sciagura. 
Scordati di tua Madre. In questo punto 
D'aver Piglia mi scordo, (a pane) Ah, che 

tuoi dire 
Tanta costanza/ Intendo solo angoscia 
Del mio materno amor. Vado ad unirmi 
All'onorato vecchio. Bely il, poscia* 
Seco al Monarca andrò* Giustizia, e forza 
Ripareri alle stragi . (entra) 

S C E K A III. 

Mclìta, t Dónde. 

Mei Uh, mia Signora, 

Ho udito tutto dietro alla portiera « 
Innocenza , o mancanza , il buon giudizio 
Voleva, che seguiste vostra Madre. 
Già non c'è più rimedio; voi potete 
Gridar, ed io posso gridar a gola 
Dell'innocenza; nessun più ci crede. 
Le cose sono troppo sublimate. 
Che volete far quìi questo è un Inferno. 
Io non mi troverò sempre di vena 



ATTO QUOTO, 28/ 

D'arrischiar la mia vita per la vostra. 
Questo è un cercare il mal col lanternino. 
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. 

Por. Sì, Melita, hai ragion; parti, e mi lascia j 
Salva la vita tua. 

**'• Tanti eroismi, 

Tanti romanzi poi, sono imprudenze. 
Non si trova alla fin chi compatisca. 
S' hanno le beflfe, «e il danno. Perdonata, 
Voi non avete il vostro buon giudizio. 

Por. Non m'oltraggiar, JHelìta: io ti ringrazio 
Di guanto sino ad or per mi facesti,. 
Parti, lasciami sola. 

**' Oh ria, stiam qui. 

Facciamoci scannar, come pollastre. 
Stiam qui, via, stiamo qui. Che belle glorie ! 

por. Lasciami, parti. 

*$"■ No, stiamo pur qui. 

Che serve? un matto ne fa due. Stiam qui, 
par, (altera) Io tei comando. Esci Melha, parti, 

Va fuori di quell'uscio, ed esci ancora 

V>k questa casa. 

** L II latte mio v**x> dato* 

Ppsso anch'ip comandar.,. 

fear * Tu ornai dimentichi, 

Che a servir nata sei. Lievati tosto. 

Mri. -Ben, ben; me n'anderò... Parto, Signora... 
Dalla casa uscirò.., non uscirò... 
Farò quel, ch'io vorrò... ma ancor vi replico: 
La vostra mente è vai po' pregiudicata, (tutta) 



28* DORIDE 

; Dor. Dunque esser deggio re* senza fallire ! 
Dunque nessun più crede a un 9 innocente 1 
Dovrò a disperazion gettarmi in braccio! 
Numi de! Ciclo, a* divini occhi vostri 
Nota è la mia innocenza « Io mi conosco 
Vii verme della terra, ma capace 
Sii sento d* un dolor, che sopravanta 
La pìcciolezza mia .Più non ho Madre... (piangerne) 
Noti ho parenti... vilipesa sono 
In<in dai servi... la Cittì m'ha in ira„. 
Perduto bo l'ooor mio... sordo è ciascuno... 
Cieco e ognuno per me.*, solo mi resta, 
Numi, I* udito vostro, e l'occhio vostro 
All'innocenza mia* Se v f c in piacere, 
Che infamar? rimanga questa spoglia. 
Cadavere alla terra, io mi rassegno. 
Salvate da* perigli quello Sposo, 
Che voi ini deste , almen • Se la sua mano 
Questa vita mi toglie, uo raggio vostro, 
Polche mona sarò, faccia, ch'ei scopra, 
Che innocente son morta, e che pentito 
Chiami Doride sua, di qualche lagrima 
Pagando questo mar di pianto mio. (piange) 

SCENA IV. 
Linioracy quattro Sgherri con spade ignudi, e Doride. 

Z/W.Lj.hiudansi queste porte, (gli Sgh:r:i chiudono) 
Dot. (facendosi incontro ) Eccomi, Spos >; 

A che chiuder le porte i Se m cerchi. 



A * * Q ti t ITO; ilr 

Questa Vita , io non fcggo. 

XjML Quella vita 

Forse 22011 dettemeli leggi $n«l foglio* 

<fe iàw folio) 

Dot. ( prende il fogli* ) 

Tutto farò; cbe rassegnata io sonò 4 
(AggO Caro JBf/t;/7, fo Jjfrtwo w# d partiti* 
Viver sen^a vederti pia no* p*ssO* 
Fieni alle usate nostre tenereige* 
Servi fidati ha in casa sola. U vista 
Di questa vieni a me. Prendi am ristoro 
Di tanti affanni. ìim mancare, amico. 
Non temer nulla , vien ♦ Deride . (con sorpresa) Deride 1 
( con voce tremante) Questo foglio chi scrisse? a che 
mei dai? 

lini, (che l'avrà guardata , mentre ttggevd, con nota- 
bile attenzione ) 
agitato a parte ( El la è tremante . A dubitar comincia , 
Ch'io sappia il ver, che non Vorrei che fosse. ) 
Quel foglio lo scrissi io, tu dei conoscerlo» 
Di tuo pugno il ricopia in altro foglio, 
Ed a me Io consegna. Io vo*mànd*rì6, 
Di tuo pugni) , a Bel vii/ (la guarda fisa ) 

Dor. Ah, cN mai chiedi/ 

Quai stravaganze ! E* questa la seconda 
Volta, ch'oggi ti vedo, e sempre fiero, 
E sempre ingiusto..... 

Lind.Taci. ( a parte agitato) Ah color cambia ... 
Si confonde.... ( fiero) Ricopia di tuo pugno. 
Qiie* sensi, e a me li porgi. Io son sicuro, 



zìi DORIDE 

Che Bel vii qui Terrà. Vedi costoro? 

(le mostri gli sgherri) 
Vedi qoe'ferri ingodi? Son putti 
Al giunger di Bel vii. Nella sai ria 
Tutti s'imincrgeran. Dinanzi agli occhi 
Di Doride Belvil cadrà srenato, 
Né troverà mercè, (agli sgbmì) Voi, nascon- 
detevi, (si nascondono dietro alle portiere ) 
Siate parati. Tu quel foglio scrivi, 
Non tardar, me lo porgi, (guarda Dor. fiso ) 
Dor. E perchè vuoi, 

Ch'io questi sensi scriva? Che ha che fare 
Belvil con me? Perchè obbligar mi vtioi?... 
Crudeli..... 
lini. Taci, non più. Se i sensi nuovi 

S©n# in quel foglio, non presterà fede 
A te Belvil, né venirà. Se sono 
Gli osati sensi, fiderassi, e tosto 
A te verrà. La mia vendetta allora 
Faran que' ferri, e vo 1 , che tu lo veda 
Trucidato cader dinanzi agli occhi, 
Poi... Non so, che farò, (a parte agitato ) 

O Dio. 1 evidenti 
Di quella pàssion, e' ha per l'amante, 
Ornai son tutti i segni j io più non posso. 
(fiero) Doride, tu non sai, quanto mi costa 
Questa tua renitenza pertinace. 
Scrivi, più non tardar. 
Dot. Sposo, ti prego, 

Torna in te stesso. No* sforzarmi ad esserti 



ATTO QUINTO. *8» 

Disubbidit*tt, 
Lini. A me disubbidiente/ 

Dor. Ma, se innocente son.... 
Lina. Se fa! ttr fossi, 

Se il ribrezzo non fosse» che in te senti 
Per li vita in periglio d* un amante , 
Intrepida quel foglio scritto avresti. . 
Ingrata/... Io t'amai troppo... io t'amai troppo ... 
Io non doveva in questa età ammogliarmi.... 
Me maledico.... me condanno .... In seno 
Ho cento furie. Più non riconosco 
Me stesso per dolor. 
{smanioso trae uri pugnale, e lo pianta sullo scrittojo) 

E' questo un ferro. 
( trae un' ampolla , e la posa sullo scrittojo ) 
Questo è velen mortifero. Tu scegli. . 
O ti pianto nel sen quel ferro acuto» 
O bevi quel teleno, o di quel foglio 
Verga que' sensi. Io sono un disperato» 
Cbt più lume non ha. 
Ber. { risoluta lacera il foglio , e lo getta in terra) 

Sì, ben lo veggio. 
Che più lume non hai. Chi n'e cagione, 
Meritato castigo abbia da' Numi. 
Sono innocente, e Un foglio di mia mano, 
Che mi confessi rea, che menom' ombra 
Mi cagioni d'infamia, di mio pugno, 
Per appagare un tuo furore in Sano, 
Néri scriverò giammai* Quel tuo veleno 
Da me stessa non prendo, e da me stessa 
Tom.* IV. T 



'**o DORIDE 

Nen Ufo quel pagati . Mi proibisce 
Il Gel, che da me stessa io non m'uccida, 
Barbaro/ io sono tua; se il Gel non temi, 
Sazia in me l'ira. Eccomi a'piedi tuoi ; (s'inginoec.) 
S'empio sei, mi ferisci. Io ti ricordo ..... 
Che t'amai ... che t'adoro , (piange) e che in me perdi 
La più affettuosa e più fede! Consorte.... 
" La più innocente.... e che disciogli un'alma, 
•Ch* al tr* oggetto a lascia? sopra la terra. 
Non le duol, che il Marito, .. ' * * 
lini, (furioso) Ah falsa!.... ah iniqua! 

No, non' è vero. Anzi dovresti dire, 
Che perduta d'amor sei per l'oggetto, 
Che non hai cor che trucidato cada 
A te dinanzi, e di vederlo esàngue,. 
Tanto perduta sei , che la tua vita { 
Arrischi per la sua 1 Macchina al mondo 
Nat* £et mio 'tormento-..' (prende il pugnale } 

i-" ' , *Ifc'..;. ftirore.... .* . : . ., 
Gelosa rabbia .../onore ... o amor soverchia, 
Non 'tuo "Marito' è quél, che ti distrugge. 
(<4K* ** pug n *l e P 9 * foM*; 'y*& atterrtfa là port^ 

con itnp:to\xìit* sorpreso) 

* '• . t 

SCENA'- 'ULTIMA, 

tefoittocchio, Sclvtt Giovine, Climen?, Cii*Us* t Meli**, 
parecchi Servi i e ietti. t 

tfflv. v. Empio ti ferma . Quella casta Don** 
Rispetta, e trema» Alto Motor superno, 



Atìo-.aoiino. *»i 

A .tempo fummo . Deh vi rallegrate , 
tCatft voi, che di me foste informati, 
Che inpo^en^a alla fin protegge il Cielo. 
Sorgi x colomba, ésempiod'onestade , (solleva Dot.) 
Lindortc , ti rallegra ; tu possiedi r 
In t>oride un tesoro. Lascia, amico, t t 
Ch' io /solo pianga, che prodotto ho al npondo 
Un scellerato mostro « un figlio infame, 
Un vile , on traditor ♦ Sto questi fogli., 

(presenta a lini, dei figli ) 
Se un sfortunato tadre d'onor pieno, 
Che il- proprio figlio ti palesa iniquo, 
JMbfc basta, troverai della consorte, 
Di questa illustre Donna l'innocenza» ! 

(Lindorac attonito si lascia cader il pugnate, prende 
i fogli , e si mette in disparte ad esaminarli) 

Clim. (abbracciando Dor. ) Figlia, mia cara figlia, 

Dor. ( abbracciando clim.) O quanto dolce 

E 9 questo nome! Numi, io vi ringrazio. 

Cid. Doride, gli error mìei, da passione 
Nati, e da inganno, perdonate, 

Dor. In questo 

Bacio sepolto ogni livor rimanga; 
Si stabilisca amor* (la bacia) 

Mei. Ah, cara gioia* 

Concedete il perdono anche a una serva, , 
Che per affetto sol forse r 'offese, (le bacia la mano) 

Do\ Anzi mi trovo a te d'obblighi immensi 
Legata , e gratitudine averai . 

Liad. (da se ) Misero! che facea ) che vidi mai/ 

T z 



%9% DÒIIDt, 

Il rimorso, e il dolor 4agioJ a opprime, {piange) 

Dar* tatwicinèrìioteglt' )' *•' Jl : 

Stanco non «ti d'amareggiami ancora* 

Litti.Dotidt amata, hnpareggiabH 9p*sv, 

Non aversi mai' lètto òggi aldo» ftglt*; 1 '■ 
O laceralo, é calpestato avesti 4t v 
Ogni fogliò , còm* or di questi io fatti© . 

[furioso Urna- i fógi\ t W cfijkst* ) 
Io t)on meno perdon, come '4ton inerto 
Una Sposa taa pari. Ah, in tatto il torto 
Non ebbi a sospettar. Che mài non pnote 
In bom maturo per etadej dótti ti'arifee; 
Calunnia stilla* Sposa giovinetta? 
Se'xin 'amor strabocchevole non inerte ' 
Perdori, nbri mei donar 1 ' 

Dor. (pigliandolo per la mano) Amami tempre, 
Sempre sospetta por; sol ti ricorda 
Di non passar co'tuoi sospetti a offendere 
*I decreti del Cielo, e ti perdono. 

Bclv.v. Clìmene , in me guardate un miseràbile. 
Doride, Cidalisa, Lindòrac, 
Com piangetemi almeno. Io generato 
Ho quest'uomo abborribile, cagione 
Delle angosce di tutti, ma cagione 
Della vergogna mia, della mia morte. 
(al figlio , che sarà sempre stato indietro vergognoso ) 
Che fai? che pensi? che non cerchi almeno 
Qualche ristoro ad un misero vecchio, 
Che ti diede la vita? Amici, quanto 
Mi potete donar, non mi negate. 



Pietà di -quest'afflhtt. <jpi*n#) 

telv. g. (facmdesi **nmtìj ) Tròppa angoscia , 
Troppo rimordimene mi trattenne* 
(inginocchiandosi) Doride, Lindo rac, Sppài felici * 
A q«al«»qot sippHrio condannatemi, ' 
Cbc minor doglia avrò, che a «are in yhi é 
Ottmàttiral timor «... ribrezzo eséréwo , • -/- 
Ch'ebbi p*r Itomi >;!. viziò di còlerne 
Scellerato moderno, m'hanno involtò 
D'abisso In altro abisso. Offesi il Padre, 
Offesi urtile. (Sena/lesso chiedo 
Un'acerbi condanna, e non ^perdono* 
Lini, {figli anlofo ptr mtm) Soigi* (ài vecchio) 

Sappi , Beivi! , sappiano tutti, 
E lo saprà Pannata, e la «ittàde, 
Che tao figlio all'onore ha riparato, 
Che meco s'è battuto, e solo avvenne, 
Ch'io restai superiore. 
Bdv.g. (basso) Ah, generoso !...• 

No ........ 

lini, (basso) Taci. <CidaIisa, mia Sorella, 
Amò Belvil . La lascio in libertade 
Di consolare un genoroso vecchio 
Con la sua destra al figlio, onde si tronchi 
Ogni discorso. Al Re per quelle accuse, 
Che far date a Belvil, m'esporrò io stesso, 
Grazia otterrò. Fa, che abbandoni, amico, 
Tuo figlio il militar, che a ciò non nacque. 
Fedele è la mia Sposa; ogni altro io scuso. 
Suora, Beivi/, a voi tocca a risolvere. 



*94 : ;D&mDEftiA 

Btlv. %k Ab , nella estremiate i Jrt , cniuiL tfatò j 
Troppa fortuna tfaria quella. Certo > .- •/ \ 
Gidalisa ficuja;. 1 rr ; t .j t e >i'u + 

Mr/. (* parte) Oh non rieus|V v * ' l w '\ '> 
Ci scommetto la testa « Ha troppa voglia 
D'aver, marito. , 

tifo.g. . (*,CiVl > . So, eh; io non son degno*.* 
tii. No, non $4re*tj degno, ma tuo Padre 

Mi U pietà , e s' accatto i 
Mtf. (* parte) Oh, noi dìss'io? 

Per compassione, per pietà 1.' accetta. 
So dir, ch'egJi ha castigo alle sue colpe 4 
-j(W«XHroque s'allegri ognun. Pacfc si fermi 
Nelle famiglie, tf'ogni reo costume 
S'abbandoni la traccia , e se di tante 
Sciagure oggi fui colma, e se eambiate 
In %u$m. punto son le angosc* in gioia % 
Deh non l'amareggiate, Spettatori, 
Pieni di cortesia j datemi un segno, 
Che doni a questa misera coraggio, 
E,, se nozr y*è in piacer, son Rassegnata, 



1: • * 

fine. • ;■ » 



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